Trentatré

È passato un mese. E io in questo mese non ho smesso di pensare a lui nemmeno un giorno.

Tanto in me è cambiato. A volte ho questi momenti di agitazione in cui di fatto vengo assalita dai sensi di colpa.
Forse è il senso di colpa per essere sopravvissuta. O per non essere riuscita a fare abbastanza perché lui non morisse.

Ogni giorno mi chiedo cosa avrei potuto e dovuto fare. Cosa ho fatto bene e cosa invece ho sbagliato. Ma, alla fine, il soliloquio dentro la mia testa finisce sempre con una certezza amara: avrei potuto fare di più. Ed è questo che non mi dà pace. Ed è sempre per questo che non riesco a prendere decisioni ultimamente. Come se non fosse mai quella definitiva, quella giusta. Nelle cose più semplici. Questo vuol dire che l’ansia mi aumenta senza logica, che entro nel vortice di quel senso di colpa irrazionale e magico, come se, cioè, servisse ad aggiustare qualcosa. No, non serve a niente e non mi basta, perché io lo so che non me lo riporta indietro.

Il funerale è stato duro, durissimo e anche i giorni che lo hanno preceduto. Giorni in cui non mangiavo, non dormivo, non mi guardavo attorno. Ero in una bolla, dissociata dal mondo. Distaccata da tutto ciò che non riguardasse lui, la morte e il dolore.

E appena stamattina ho rimesso piede a Roma, nella mia città, nella sua città, proprio davanti a me è sbucato il Verano. Lo vedevo dai finestrini del pullman e lo stomaco mi si è stretto di nuovo. Sapevo che avrei dovuto riaprire qualcosa che il mio viaggio di queste ultime settimane aveva solo messo da parte.
Vedere quei cipressi dall’altra parte del muro che li separa dal traffico mi ha riportato violentemente al giorno del funerale. Non che non ci avessi pensato in questi 20 giorni, ma vedere il Verano lì davanti a me dopo tre settimane è stato come arrendermi al lutto e dire: sì, ora devi farci i conti, in questa città, tra le sue cose, le sue foto, le sue strade.

E in taxi, passando proprio nel quartiere in cui aveva vissuto, ho rivisto ogni via, ogni angolo in cui era successo qualcosa, avevamo parlato, riso, mangiato, camminato. È stato lì, passando all’angolo di casa sua, che ho sentito una smorfia sulla mia bocca. Era la presa di coscienza amara che la morte si era presa troppo presto un pezzo di me.

Perdere un amico alla soglia dei 40 anni e perderlo in modo così violento è qualcosa che ti lacera. Crea in te una ferita che col tempo, i pensieri e i ricordi potrai forse ricucire, ma non ne potrai cancellare la cicatrice sulla tua pelle.

Tutto si ferma. Il resto non esiste. Gli altri non esistono più. Tutto perde significato. All’improvviso. Tutto.

Quando sono riemersa dal funerale, dopo circa una settimana dal giorno della sua morte, ho sentito il bisogno di chiudere con qualcuno e qualcosa. In realtà poi ho cercato di metterci una toppa, ma con codardia: ho fatto sì che, lasciandole scorrere, le cose finissero. Quindi sono rimasta sullo sfondo a guardare, sapendo che neanche troppo passivamente le avevo fatte finire io. Ho provato sollievo. Così ho lasciato andare un lavoro non voluto da una parte e una passione ormai svanita da troppo tempo dall’altra.
Mi sono sentita leggera e libera. Come se finalmente potessi dedicarmi solo alle cose autentiche. E quando, a distanza di giorni, sono tornate a farsi sentire, nel bel mezzo del mio viaggio, ho realizzato quanto non mi fossero mai piaciute e quanto liberatorio fosse mandarle a cagare.

Il viaggio. Dopo il funerale sono partita. Ero in dubbio, ma alla fine l’ho fatto. Ho deciso tutto sul momento, un giorno per l’altro e alla fine, queste decisioni, sono riuscite: ho fatto un bellissimo viaggio, ricco e stimolante. Sono stata in compagnia e ho avuto bisogno come l’aria di stare anche da sola. Quindi sono andata in Bosnia in solitaria. È stata una delle più belle esperienze che ho fatto. Un viaggio che mi ha dato tantissimo. Ho staccato con tutti, ho spento il telefono e mi sono ripresa un po’ di serenità.

Perché c’è una cosa in questo mese che ho capito. Se la vita è una merda, è anche vero che va addolcita con quei momenti che te lo fanno dimenticare almeno per una buona fetta di tempo. Mi spiego meglio. Un viaggio dopo aver lavorato per un anno intero a ritmo serrato con colleghi e colleghe di cui faresti volentieri a meno, rogne che si accavallano come una catena e stanchezza condita con lockdown e coprifuoco. Delle persone preziose che incroci nel tuo cammino. Incontri che ti fanno tornare a sorridere. Forza. Una stabilità economica. L’illusione per la fine della pandemia. Sono stronzate, palliativi, lo so. E pure fugaci. Nulla possono contro un’anima inquieta. Ma goccia a goccia alla fine riescono a colmare quel vuoto almeno per un po’. Sono palliativi di varia intensità e rilevanza, ma anche di questo è fatta la vita. La fortuna sta nel trovare quelli più adatti a noi. Perché quelli poi c’è possibilità che diventino sostanza. Come? Usandoli come speroni per arrivare alla vetta. Che non sarà mai la vetta più alta, ma forse una tappa o una meta. Magari tra un palliativo e l’altro becchi qualcosa di sostanza.

No, sono stronzate. Tra un palliativo e l’altro ce la devi mettere la sostanza. E il punto sta proprio qui: accorgerti dei palliativi e avere la forza di saper andare alla ricerca della sostanza. Cadere e rialzarsi e farsi aiutare a rialzarsi. Imprecando, malandati e con i lividi magari. Ma non tutti inciampiamo allo stesso modo e soprattutto non incontriamo le stesse buche, gli stessi ostacoli, quindi qualcuno di noi può far più fatica a rialzarsi.

È stato durante il viaggio che ho capito che alla fine bisogna trovare qualcosa per cui valga la pena andare avanti, anche se tutto va male, anche se tutto attorno a te va a rotoli. Forse a lui questo è mancato o è stato troppo fugace o forse, quando è finito, si è arreso.

E allora poi ho capito che, no, non si sceglie davvero di morire. In queste settimane si raccolgono le firme per il referendum sull’eutanasia legale. All’inizio pensavo che lui avesse scelto un’alternativa forzata all’eutanasia legale, ma ora credo che, no, non sempre è giusto morire. O almeno ancora non lo accetto.

Il mio amico era una persona speciale. E voi penserete che lo scrivo perché questo si dice dei morti. E invece no. Lui era uno che vi mangiava in testa, uno ad uno. Era una persona di un cinismo che spiazzava, che non doveva edulcorare niente, che aveva un’ironia rara, una curiosità contagiosa e un’intelligenza brillante. Sapeva essere duro e sprezzante allo stesso modo in cui riusciva ad essere presente e buono. Erano sentimenti ruvidi e veri, i suoi. Tanto cinico quanto profondo. Appassionato. Coinvolgente. Giusto. Era la colla di tutti noi che gli volevamo bene. Era in grado di unire gente e amici che tra loro non si conoscevano. In questo mi sento molto simile a lui. Era uno fuori dalle righe. Uno che non te la mandava a dire. Uno che c’era, ci credeva e restava. Uno che sapeva dare affetto nel suo modo autentico e mai banale.

Uno che, in una valle di omini dalle tonalità pastello, è riuscito a brillare.

DI PADRI E MADRI, DI FIGLI E FIGLIE

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Prendi un padre. Mettici un cuore grande, una diagnosi che pesa anche solo a sentirla nominare, le voci e l’alcool. Sommaci un lutto, poi un’altra perdita, poi una, due rotture, una fuga e la resa. Aggiungi un figlio, poi un altro e un’altra ancora. Mettici una donna che perde l’amore, ma che non si arrende e non si fa da parte. Poi mettici la frammentazione: persone che si disperdono. Un gruppo che si disgrega, un nucleo che si allontana.

Qualcuno ritrova la sua strada, qualcun altro fa fatica a scorgere il suo posto nel mondo. Mi chiedo poi se ce ne sia uno solo o se non siano, invece, più posti mutevoli. Alcune persone nelle loro giovani vite sembrano aver vissuto mille epoche in mille luoghi. Altre son rimaste a guardare, altre ancora tenevano lo sguardo altrove, forse per loro fortuna [sono gli ignavi e le ignave, che nella loro vita non si sono mai schierati, che non hanno mai osato, che son rimasti immobili. Quelli e quelle che Dante, per la legge del contrappasso, fa girare per l’eternità attorno a una bandiera bianca (baluardo della loro cecità), punti da vespe e mosconi, quasi per pungerli e scuoterli dalla loro indifferenza].

Non è vero che il dolore ti rende una persona migliore. Alcune se lo sarebbero sinceramente risparmiato, pur di non doversi ritrovare a badare a qualcun altro troppo precocemente. Giovani caregiver, si chiamano ora. Aggiungerei anche caregiver bianchi: quelli che non hanno neanche una diagnosi a cui appigliarsi, ma che hanno sempre vissuto, a volte anche inermi, qualcosa che si discostava dalle vite glitterate (?) degli altri. Qualcosa di indefinito, ma che gli faceva capire che la loro non era una famiglia canonicamente intesa, una famiglia tra le righe. Figlie e figli di madri e padri forse troppo fragili o forse troppo forti, dipende da che punto scegliete di guardarli/e.

Non sarò il primo né l’ultimo ad avere un padre con questi problemi”, mi disse un giorno uno di loro (uno di loro, uno di noi – dipende da che parte lo si scelga di guardare – o semplicemente “uno”).

È un esercito sconquassato e resistente di figlie e figli alle prese con un dilemma: mollare o insistere? Un esercito, sì, un esercito che lotta in un campo di battaglia, ma non contro un padre o una madre, una malattia mentale, un brutto periodo di vita, un trauma, una perdita, no, non è una guerriglia contro tutto questo, ma contro lo stigma. Una lotta per un padre, una madre, un fratello, una sorella e contro il pregiudizio e lo stereotipo. Perché quando sei ancora troppo giovane per queste cose non sai come parlarne, prima ancora di chiedere un aiuto che molto probabilmente non arriverà così facilmente. Perché la salute mentale, la casa e tutte quelle sicurezze che per molti e molte sembrano certe e scontate (con s- sottrattivo, dal latino ex [togliere] – computare [conteggiare]: che vale meno), altrove vanno rincorse, create, inventate. E no, non è facile condividere la strada per la risalita, perché è piena di dossi. Si cade e ci si rialza e non sempre il tragitto ha un lieto fine. A volte si è soli e sole e non c’è nessuno a tendere veramente la mano per farti rialzare. Ti arrangi.

E allora, quando il lieto fine stenta ad arrivare, devi adattarti e far fronte all’onda che ti ha travolto o che da troppi anni si infrange sui tuoi scogli. Qualcuno si indigna davanti a un figlio o una figlia che tira i remi in barca o che scappa. Probabilmente è quel qualcuno che anche solo a sentire certe storie si perde in una nuvola senza carattere, fatta di stereotipi, pregiudizi e superficialità. Sono gli ignavi e le ignave di Dante e sono anche quelli e quelle che etichettano: “hai sentito coso? Ha il disturbo xy e prende gli psicofarmaci. Eh, ma si vede che non sta bene, se continua così si farà odiare da tutti”. Una platea giudicante che sentenzia così come faceva il popolo qualche secolo fa sugli eretici e sulle eretiche, mettendoli al rogo.

La scorsa sera mi sono imbattuta in un uomo un po’ spaesato e solo. “Sono schizofrenico”, mi dice, “prendo le gocce”. Scopro che le sue sorelle cercano di evitarlo e la mamma è in preda allo sconforto. “Mettetelo in un manicomio e non fatelo più uscire”, mi dice inizialmente. Rimango spiazzata. Inizialmente mi irrito, ma poi capisco. E lei poi piange, mi dice che il figlio non frequenta più il centro diurno, che fa continuamente fughe da casa e che poi lo trovano e ritorna. È esasperata. “Non ce la faccio più a occuparmi di lui”, mi dice. E così anche le sue sorelle. E le sue nipoti. Hanno problemi di salute e di natura economica e stargli dietro è troppo impegnativo per loro. Mi sono allora chiesta quanto sia giusto che lui viva ancora con la madre. Una donna che è prigioniera anche lei della malattia del figlio. Mi chiedo se non arrivi un momento in cui anche i genitori non abbiano il diritto di riprendersi i loro spazi. Forse il figlio potrebbe essere inserito in un gruppo appartamento. Seguito da chi ha più forza di sua madre per occuparsi di lui.

Un’altra storia. Tempo fa ho incontrato questa persona. Giovane, preda dell’alcool e invecchiato da troppi anni in strada. “Vorrei rivedere mia figlia”. E se lei non volesse? “Sono sicuro che lei vorrà rivedermi e che si chiede dove sia il padre”. Non l’ha riconosciuta alla nascita, dice che glielo consigliò la compagna. “Non porta il mio cognome, ma io so dov’è la madre”. E se lei non volesse vederlo? Entrerebbe a gamba tesa nella sua vita di adolescente e rischierebbe di farle un doppio danno: una rivelazione forzata dopo un abbandono. E se invece lei volesse vederlo? Se lei lo stesse cercando? “Non potrei farmi vedere così, mi servirebbero dei vestiti puliti”. Ecco, queste sono le storie delle persone che vedete sedute su un marciapiede.

Ancora un’altra storia, invece, ma dai ruoli inversi. Una figlia che non riesce a prendersi cura del padre. Un padre amorevole, ma con un ingombrante disturbo di personalità che nel tempo l’ha portato a una resistenza alle cure e lei alla fine ha desistito. “Mio papà sta male, ma non solo fisicamente”. Inizialmente mi chiedo cosa porti a lasciare una persona in quelle condizioni, ma poi anche lì capisco. Gestire un papà amorevole, ma testardo è dura. Non ti ascolta, non si fa aiutare, peggiora e non ti resta che vederlo perdurare in questa lotta per la sopravvivenza che sopravvivenza non è. E magari si sente pure sola nel cercare di aiutare il padre.

Ma d’altronde pensiamo alle classiche vuote domande che taluni e talune esclamano davanti alla depressione: “basta volerlo!”, “reagisci!”, “dovresti fare sport”, “aiutati che Dio t’aiuta”, “alzati e esci, c’è il sole!”, “non ha voglia di reagire”, “è solo questione di forza di volontà”, “ma quello è pazzo, non dargli retta”, “sì, ma lei è matta, non ci sta con la testa”. Il dolore psichico non viene visto come una sbucciatura al ginocchio o un osso rotto. Non si vede, dunque non esiste.

MA NON C’È SOLO LA MALATTIA PSICHIATRICA

Per il mio lavoro mi trovo spesso a notare come il trauma si tramanda attraverso una linea transgenerazionale. Un fil rouge che attraversa le generazioni. L’ereditarietà del trauma si annida nei legami. E sotto a tante storie che portano al dolore psichico e alla strada, ci sono traumi che rimangono spesso sottotraccia.

«Le esperienze traumatiche lasciano tracce sia su larga scala (nella storia e nella cultura) sia nella quotidianità, all’interno delle nostre famiglie. Lasciano tracce anche nella mente e nelle emozioni, nella nostra capacità di provare gioia e di entrare in intimità e, persino, nella biologia e nel sistema immunitario. Il trauma colpisce non solo chi ne è direttamente interessato, ma anche i suoi cari» (van der Kolk, p. 31).

Dal trauma non si guarisce, lo si può solo curare. Prendersene cura. Elaborarlo e sistemarlo da qualche parte, in qualche modo.

Questo è un passaggio importante: non dobbiamo edulcorare le storie difficili. Non dobbiamo normalizzare. La società normotica punta a scansare il dolore e tutto quello che fa riflettere. Noi dobbiamo starci negli affetti e nei pensieri. Dobbiamo starci se non vogliamo essere quegli ignavi e quelle ignave che si voltano dall’altra parte. Solamente così riusciremo a guardarci e a guardare l’altro/a. Solo così potremo prenderci cura delle storie difficili; solo così potremo trovare quella virtualità sana (Badaracco, 20072) per guardarle, queste storie difficili, ma senza pietismo o compassione misericordiosa, bensì con partecipazione, empatia e autenticità.

A separare le storie complicate da quelle ammodo, a volte, è solo questione della direzione del vento.

Giovanna Teti

BIBLIOGRAFIA:

Badaracco, J G. (2007). La virtualità sana nella psicosi. Interazioni, 16 – 24, Franco Angeli.

Van Der Kolk, B. 2015. Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015.

Articolo pubblicato sul blog di PsyPlus: https://www.psyplus.org/index.php/blog-psy-plus-onlus/208-di-padri-e-madri-di-figli-e-figlie

Tra massa e soggettività

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Avete presente quando vi dicono di stare al posto vostro? Quando vi chiedono di stare in un ruolo e non uscirne? Quando il capo o la capa vi dice di non prendere iniziativa? Quando un uomo vi dice di non pretendere amore?

Ecco, quando qualcuno/a si appella a quella sorta di gerarchia, è molto probabile che sia arrivato il momento che vi percepisce come una minaccia.

Minaccia a cosa? Al loro narcisismo, alla loro onnipotenza, all’immagine esaltata di sé o dell’azienda o di un legame, ad esempio.

L’individuo, in certi contesti gruppali o anche aziendali, direi, deve essere tenuto a bada perché, con la sua soggettività, rischia di essere poco controllabile. Ecco perché in alcuni ambienti lavorativi di basso livello si tende a cancellare le competenze, le qualifiche, la maturità professionale di lavoratori e lavoratrici (pur tenendole in conto quando servono).

La sensazione dall’altra parte è palese: alcune dinamiche sono così assurde che diventano ridicole. Chi è oggetto di questa massificazione può infastidirsi o, invece, reagire anche con un misto di pena e imbarazzo.

Questo vizio per la cosificazione (intesa in termini marxisti, nel ridurre il lavoro a merce e la persona a oggetto, ma anche in termini psicoanalitici, nel passaggio da simbolico a concreto, come avviene, ad esempio, nel linguaggio delle psicosi) lo troviamo, in realtà, in molti ambiti. Nei fenomeni migratori, nell’immaginario delle persone emarginate, purtroppo anche nei confronti delle donne.

C’è un senso di onnipotenza e narcisismo alla base che si somma ad una mancanza di empatia, ma anche ad un violento allontanamento di persone che rievocano qualcosa di fastidioso, doloroso, sconosciuto, scomodo.

Inscatolare le persone è un’arma fasulla che toglie creatività, autenticità e pensiero. Metterle in una categoria, renderle oggetto, cosificarle consente a chi lo fa di non entrare nel soggettivo, di non conoscerle e, quindi, di non entrarci realmente in contatto, evitando, così, il rischio di incappare in un coinvolgimento emotivo. Lo vediamo chiaramente con i fenomeni migratori: uomini e donne migranti rimangono massa e l’unico modo per combattere il pregiudizio, il razzismo e la xenofobia nei loro confronti è conoscerne le storie.

Allo stesso modo, una dinamica simile avviene con le donne. Diventano oggetto per chi non riesce a gestire la loro soggettività e, quindi, il legame che si crea tra due individui che si incontrano. Ecco che diventano suore, pazze o puttane. Ecco perché certi uomini deboli sentono il bisogno di renderle oggetti: accoglierne la soggettività umana significa entrarci emotivamente in contatto. Troppo forte per alcuni.

La stessa cosa avviene in certi contesti gruppali e lavorativi di basso livello, in cui le individualità come le competenze vengono omologate e appiattite: tutto è reso uguale, niente si deve discostare dalla massa perché altrimenti diventa ingestibile, pericoloso, una minaccia. L’appartenenza a un gruppo, seppur disfunzionale, in certi contesti e per certe persone è necessaria per non crollare. Talvolta sono gli stessi membri di questi gruppi che impediscono all’individuo di essere tale e lo ricacciano nella massa gruppale tacciandolo di tradimento, in nome di un’appartenenza malsana e fittizia. Sono i gruppi più beceri e, ahimè, queste dinamiche sono ormai frequenti in certi contesti lavorativi precari e ricattatori.

In realtà è così bella la soggettività. È la chiave per una vita autentica e per una vera condivisione. È solo attraverso le peculiarità degli individui che si creano masse pensanti, perché nascono dal pensiero critico, dall’autenticità e non cedono all’inconsistenza.

UNA CASA SENZA GRADINI

Questo articolo è pubblicato sul sito https://www.psyplus.org/index.php/blog-psy-plus-onlus/205-una-casa-senza-gradini

Giovanna Teti – Piazza San Pietro, 2021

Le mie nipoti hanno una capanna di stoffa. Dentro c’è di tutto un po’. Ci infilano i genitori, me, la nonna e tutte le persone a cui sono legate. La capanna ha delle finestrelle e loro scelgono quando abbassare o alzare le tendine. La capanna sta lì, in camera loro. A volte ci giocano, a volte preferiscono stare altrove.

Come quella delle mie nipoti, ogni capanna, ogni casa è lo spazio in cui accogliamo e ci sentiamo accolti. La casa ci protegge quando rientriamo trafelati da una corsa sotto la pioggia; è quel luogo in cui invitiamo un amico a pranzare, cucinandogli qualcosa; è quando ci sdraiamo sul divano a raccogliere le forze dopo una giornata pesante.

Provate a chiedere a chi vive in strada cosa desidera. Tutti vi diranno: “una casa”.

Quando una casa non c’è

Una volta chiesi a un uomo che aveva il letto sotto la vetrina di un negozio: “Ma tu, cosa vorresti?”. “Una casa”, mi rispose.

Mi sentii impotente. Avevo provato a farlo accogliere decine di volte in qualche dormitorio, ma puntualmente mi veniva risposto che non era progettuale e non si prendeva cura di sé.  Quell’uomo ha una schizofrenia che lo ha portato a vagare chissà come attraverso Paesi di un’Europa ancora troppo indifferente. Davanti alle sue parole reagii in un modo che lui giustamente rispedì al mittente; gli proposi prima una visita per le sue gambe malconce e con l’occasione riprendere uno zoppo tentativo di cura interrotto tanti anni fa. Lui prontamente mi rispose: “Il mio sistema immunitario funziona alla grande”.

Mi sentii ingabbiata in un modello stereotipato di intervento, con cui non sarebbe mai arrivato a una casa, ma neanche a un dormitorio, perché era stato già schedato come non collaborativo e alcolista.

E allora: prima la casa!

Negli anni Novanta, negli Stati Uniti, uno psicologo di nome Sam Tsemberis proponeva un modello evidence based che aveva come obiettivo la cancellazione dell’homelessness, senza mezze misure, dando una casa a chi non ce l’aveva (D. K. Padgett et al., 2016). Era il modello dell’Housing First.

In netto contrasto con l’approccio a gradini che andava per la maggiore nell’America misericordiosa di quegli anni, l’Housing First, pensato per persone con patologia mentale e dipendenze patologiche, non richiede aderenza a trattamenti terapeutici né astinenza da alcool e droghe per arrivare ad un alloggio. Non punta a ripulire gli homeless dai peccati né all’evangelizzazione o all’assistenza vicaria o alla beneficenza.

A volte l’homelessness nasce da storie turbolente, famiglie non accudenti, povertà, abusi, trascuratezza, ben peggiori della strada. Storie di vita fatte di intoppi trascinati nel tempo, perdita di legami, talvolta carcere e il tentativo disperato di rialzarsi. La strada, poi, aggrava tutto, porta a disagio psichico, uso di sostanze, disperazione.

L’Housing First punta a scardinare prima di tutto l’isolamento e l’emarginazione. Gli approcci a gradini, invece, scoraggiano le relazioni sociali prima che la persona abbia raggiunto astinenza e aderenza alle cure. 

Ma come possiamo pretendere aderenza a un trattamento se poi si è costretti a rimanere su un marciapiede? Quel trattamento potrebbe anche esser nocivo: ti aiuto a stare meglio, via le voci, via le sostanze. E poi? Ti lascio nella solitudine senza quelle stesse armi che, seppur dolorose, ti hanno comunque permesso di sopravvivere sulla strada: alcool, droghe e una neorealtà.

Invertire i piani, a questo punta l’HF. Partire da uno spazio sicuro per ritornare alla cura di sé.

E allora, Housing First! Via dalla strada.

Housing now!”, urlavano nel 1989 a Washington DC 250.000 persone senza dimora, manifestando per le strade della città. E Housing now! è quello che ci chiedono le persone che vivono sotto a un romanzato tetto di stelle.

Giovanna Teti

BIBLIOGRAFIA

D. K. Padgett, B. F. Henwood, S. J. Tsemberis (2016). Housing First. Franco Angeli, Milano, 2018.

Far diventare razionale l’irrazionale

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«Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte; del resto ero poeta e trascorrevo il mio tempo tra le cure delle mie figliole e il dare ripetizione a qualche alunno, e molti ne avevo che venivano a scuola e rallegravano la mia casa con la loro presenza e le loro grida gioiose. Insomma ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò, e morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portato in manicomio» (Merini, A. [1986]. L’altra verità. Diario di una diversa. BUR Rizzoli, 2010, p. 13-14).

Quante verità conosci? Quanto ascolti quella dell’altro/a?

Alda Merini è per me una mente d’eccellenza. La mente nelle sue sfumature, belle e brutte, accettabili e ignobili. È la ribellione all’etichetta, è donna, è femminilità. È camminare a testa alta, ignorando i/le deboli di mente, quelli/e che vivono raccontandosi di vivere e non scendono nelle scale buie della cantina, ma neanche escono a correre in giardino. Cos’è la follia, com’è talvolta banalmente intesa, se non un cliché?

Basaglia diceva: «Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita» (Basaglia, F. [1979]. Conferenze brasiliane. Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, p. 18-19).

Alcuni/e si crogiolano dietro l’etichetta di follia. Perché gli sembra sinonimo di estro e creatività. Forse perché tutto il resto sullo sfondo ne è privo e allora il ricorso all’estremo pare quasi salvifico. Ma, questi/e, folli non sono, non si concedono neanche un briciolo di follia. Aderiscono, si illudono e rifuggono l’idea di camminare da soli/e. Perché la follia è anche un po’ questo. Andare da soli/e.

Ho capito col tempo che alcuni/e vivono per inerzia. Una casa, una famiglia, qualche amante, un lavoro. Lontani/e dalla loro vera essenza. O forse ad essa così vicini/e. Bromberg (1998/2001) dice che alcuni pazienti che arrivano in psicoterapia si chiedono «Perché sto vivendo in questo modo?»: «Alcuni individui iniziano la terapia tormentati da questa domanda, dopo essersela posta per anni, senza mai essersi sentiti vicini a una risposta, mentre altri non se la sono mai posta perché per loro il concetto di “perché sto vivendo in questo modo” non ha alcun significato personale». Per loro, scrive Bromberg, «la domanda “perché” è indomandabile» (Bromberg, P. M. [1998/2001]. Clinica del trauma e della dissociazione. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007, p. 9).

Quello che non vuoi vedere

“Ci ho messo mesi per pensare al mio ricovero”. Mi ha detto un giorno Sandra, nome di fantasia, 40 anni portati come una ragazzina. Me ne aveva parlato già prima, in realtà, ma sempre con una certa distanza. C’è stato un momento in cui, invece, si è seduta e ha iniziato a raccontarmi quello che ricordava. Probabilmente anche con una grossa ricostruzione fatta di memorie flebili, racconti altrui e deduzioni.
Ti stupisci per lo stigma e di come le persone facciano estrema fatica a mettersi nei panni di una donna che sta male non fisicamente, ma mentalmente.
Il pregiudizio è cocente non solo nelle persone comuni, amici, familiari, ma anche e direi soprattutto negli operatori del settore. “Quando sei ricoverata in ospedale, in un reparto ospedaliero di psichiatria, tutti sembrano osservarti dall’alto, ti studiano da dietro una scrivania, tutti in fila, ti dicono quello che dovresti fare”. È gente che, pur lavorandoci, non sembra aver mai vestito i panni dell’altro.

Ti gela quando te lo racconta, ti sembra di vivere anche tu quei giorni passati in ospedale.
E allora ti chiedi, che terapeuta voglio essere? Ma soprattutto, come non voglio essere? Come quello che si spazientisce davanti a un paziente in evidente stato di maniacalità? O come quello che giudica una aspirante coppia adottiva in base a un ricovero nella storia di lei? Ma anche, che persona voglio essere? Quella che si arrabbia con un amico alle prese con una depressione? O quello che dice all’altro che è tutta una questione di volontà e di scelta?

Vi do un consiglio, terapeuti, alzatevi dalla poltrona e muovetevi. La malattia mentale non si conosce solo attraverso i libri.
“La parte difficile”, mi ha raccontato Sandra, “è stata sostenere gli sguardi di chi ti veniva a trovare. Quasi pieni di paura che gli potessi trasmettere qualcosa, alternati da una mezza faccia che sapeva di vergogna”.
Ha dormito per giorni una volta entrata in reparto. Non mangiava e non si svegliava. Uno stato di torpore profondo che è durato probabilmente anche nelle settimane seguenti. Mi ha poi raccontato, in seguito, di percezioni sensoriali nuove, difficoltà nell’attenzione, pensieri che si rincorrevano.
Ci ha messo un anno per fare i conti con il ricovero. Con lo stigma, con il pregiudizio.

Questa storia mi ha insegnato molto. Sandra non è quella che potreste definire una pazza. È una donna comune, non qualunque, ma comune. Un lavoro, una casa, una famiglia, una buona socialità. Ma anche io poi ho iniziato a vedere quanto i miei stessi colleghi e colleghe si ponessero in una posizione totalmente giudicante e cieca di fronte a questi casi. Ho visto anche terapeuti e terapeute in gamba o almeno ritenuti/e tali discutere di questi casi con termini di responsabilità, scelta e irrimediabilità, come se la malattia mentale ancora, nel 2020, si discostasse da una gamba rotta, da un ictus o da qualsiasi altra malattia fisica.

Eppure sono professionisti di un certo spessore. Ma quando si tratta di scendere in strada fanno fatica a mettersi veramente nei panni dell’altro.

Io credo che un ricovero di questo tipo sia in grado di cambiarti la vita. Così come lo vedevo nei pazienti trapiantati. “Mi sembra di esser nato una seconda volta”, mi dicevano. E credo che la portata fisica ed emotiva di questi ricoveri importanti ti cambi necessariamente in qualche modo.

Primo, perché in reparto si è tutti uguali. Secondo, perché un’ospedalizzazione di questo tipo ti fa conoscere una parte di te che non puoi ignorare.

I pazienti trapiantati facevano esperienza di perdita, fiutavano la morte, conoscevano la mutilazione del donatore, vivente o meno, navigavano nel senso di colpa. Sandra viveva anche lei il timore di disgregazione, faceva i conti con le paure e le parti più remote di sé e percepiva anche i cambiamenti del corpo e delle funzioni cognitive. “Mi sembrava di vedere tutto accelerato”, mi diceva, “come se i pensieri mi sfuggissero prima ancora di pensarli”. Non riusciva a sostenere lo sguardo, si rannicchiava, piangeva delicatamente, di quelle lacrime che ti bagnano appena il viso, era rallentata. Si è attaccata molto a me. Me lo ha detto, ma credo che il legame fosse più forte di quanto raccontasse. Un legame discreto, a volte più invadente, ma era la sua fame di un porto sicuro. Ci ha messo tanto a prendersi la sua vita (non a riprendersela, ma a prendersela per la prima volta). Credo che sia la paziente che più mi ha insegnato nella mia giovane carriera di terapeuta. È stata più illuminante di cento saggi e manuali. Più di mille poesie.

L’assessment è terapeutico

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Perché una valutazione psicologica con l’utilizzo dei test? Per quelli che non hanno mai effettuato una valutazione psicodiagnostica, questo ambito della psicologia può rimanere pressoché sconosciuto.


La psicodiagnostica è una branca della psicologia applicata che permette di indagare la personalità con tecniche standardizzate e oggettive. Si utilizza in ambito clinico, peritale e dell’orientamento scolastico e professionale, sia in età evolutiva che per gli adulti.


Uno/a psicodiagnosta ha una formazione specialistica nel settore che richiede una conoscenza meticolosa dei test che utilizza e una competenza specifica nella somministrazione di questi strumenti che sono in costante aggiornamento. Ecco perché uno psicoterapeuta, uno psichiatra, uno psicologo, un perito indirizzano il paziente verso uno/a specialista in psicodiagnostica, perché non tutti hanno la formazione e la competenza per somministrare batterie di test specifiche per ogni caso.


Ma perché la valutazione psicologica con l’utilizzo di test è terapeutica già di per sé? L’uso di test avviene sempre e necessariamente all’interno di una batteria (diffidate da chi vi somministra un solo unico test!) perché servono più strumenti che consentano di evitare imprescindibili errori del somministratore, bias nelle risposte, condizioni ambientali che possono interferire con l’esecuzione di un test. Più strumenti servono per ridurre il più possibile questi errori e per offrire un quadro di personalità completo e articolato. Questo percorso di valutazione implica l’instaurarsi di una relazione fra testista e paziente, in cui vengono comunicati, espressi e veicolati stati d’animo, vissuti personali ed emozioni intime e profondamente personali.

Il lavoro di psicodiagnosi mette il paziente in gioco insieme al testista, che ne chiede la collaborazione e il racconto di sé.

Inoltre, la lettura insieme dei risultati emersi ai test è un passaggio che potenzialmente può offrire al paziente una conoscenza di sé, una rilettura dei suoi comportamenti e dei suoi vissuti, una comprensione da un nuovo punto di vista.

Per tutti questi motivi l’assessment ha potenzialità terapeutiche. La possibilità di raccontarsi attraverso i colloqui clinici e mediante l’uso di strumenti appositi, sotto varie forme di espressione, come domande dirette, lettura di immagini, disegni, permette al paziente di esprimere verbalmente e simbolicamente i propri vissuti interni, anche quelli di cui non è pienamente consapevole.

Amami e odiami

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Freud aveva inizialmente associato l’odio alla distruttività. Effettivamente la psicoanalisi fa ampi riferimenti all’odio come funzione distruttiva. Ma Bollas (L’ombra dell’oggetto, 1989. Tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2018) ci fa riflettere sull’odio non distruttivo. L’odio mira davvero a distruggere il suo oggetto? O cerca, invece, disperatamente di conservarlo? “Il suo scopo può essere l’acting out di una forma inconscia di amore”, ci dice Bollas (1989, p. 98). Un investimento negativo, un odio-amore che mira a mantenere a sé l’oggetto odiato in un legame di passione. Se non riesce a odiare, si fa odiare, pur di mantenere il legame, è l’unica forma di rapporto affettivo che conosce. L’odio sostituisce, così, l’amore, ma non è il suo opposto. In un movimento di odio e vendetta dell’oggetto, in cui tale vendetta è desiderata, la reazione dell’oggetto è voluta, cercata, pur di essere visto. La vendetta eccita perché è segno di riconoscimento. Il terrore è per l’indifferenza, quindi l’odio diventa “un’alternativa all’amore”, ci dice Bollas (1989, p. 98). È anche una componente della misoginia, se ci pensiamo.

Sull’odio non distruttivo, Bollas riprende le parole di Winnicott, che scriveva che “l’aggressività fa parte dell’espressione primitiva dell’amore” (Winnicott, Appetito e disturbi emotivi, 1936. Tr. it. in Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze, p. 247). Il bambino “non si rende conto ancora che ciò che distrugge quand’è eccitato è identico a ciò che apprezza durante gli intervalli tranquilli tra i due eccitamenti. L’amore eccitato comprende un attacco immaginario al corpo della madre. In questo caso l’aggressività fa parte dell’amore”.

Allora, in un certo modo, solo nel momento in cui trovano forma gli oggetti Sé negativi la persona che odia si sente in rapporto con l’altro. Se altrimenti l’oggetto rimane indifferenziato è in qualche modo “perduto o un non oggetto“, ci spiega Bollas (1989, p. 107).

Kernberg (Kernberg, Relazioni d’amore, 1995. Tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano) ci dice che l’aggressività nell’amore trova espressione attraverso l’identificazione proiettiva. È con essa che i partner fanno sperimentare all’altro le proprie esperienze passate: “tramite l’identificazione proiettiva, ciascun partner tende a indurre nell’altro le caratteristiche del passato oggetto edipico o preedipico con cui si è trovato in conflitto” (Kernberg, 1995, p. 94). Meccanismo primitivo e spiazzante, l’identificazione primitiva serve a far sentire all’altro il proprio mondo interno, buttandolo fuori, ma controllandolo, un po’ come spiandolo dalla finestra. Il partner diventa, così, il complemento dell’altro: il tassello del puzzle, il match necessario a trovare espressione del proprio odio per l’oggetto, in cui l’uno domina l’altro come in una “follia privata” (André Green, 1986, in Kernberg, 1995, p. 95) in cui il legame con l’oggetto amato-odiato diventa insieme “frustrante ed eccitante”. In questa follia privata l’amore discontinuo permette di proteggersi dalla fusione con l’altro: è per questo che il partner, dopo aver ottenuto la gratificazione sessuale con l’oggetto, si allontana dall’altro. Evita la fusione con la madre, rincorre un’autonomia fittizia e si illude di allontanarsene.

Allo stesso modo, la dicotomia madonna/puttana, ci fa riflettere Bollas, rappresenta questo disperato tentativo dell’uomo di negare la fusione con l’oggetto materno. Un legame di dolore inconscio, preverbale, non raccontato e tristezza, in cui aggressività e tenerezza so accavallano, ma non si incontrano mai.

D’altro canto, la proiezione di aspetti sadici del Super-Io infantile può condurre a relazioni masochistiche in cui la sottomissione si alterna a separazioni illusorie, temporanee, fugaci, per poi far ritorno all’altro in un mix di masochismo e sadomasochismo, tenerezza e aggressività, terrore di fusione e illusione di indipendenza.

Odio e amore innescano relazioni circolari, faticose e stancanti in cui ci si tira e ci si molla, sfiniti e addolorati, ma anche eccitati e vivi.

È difficile l’amore. Amare e odiare si rincorrono in una corsa complementare e non si incontrano mai. Corrono su binari paralleli e mantengono un dolore originario che rimane sempre attuale e vivido.

Relazioni così sono appassionate e laceranti. Il borderline, ad esempio, quando ama, lo fa con tutto il suo dolore. È appassionato, è cieco d’amore, ma basta il soffio del vento per farlo cadere nella sua ferita sempre negata, ma sempre aperta.

Sono storie di dolore, tenerezza e rabbia. Amori stropicciati che neanche ci tengono a mettersi in ordine. Ma che poi l’ordine cos’è? Chi ci dice come dev’essere l’amore? Una casa, un cane e un figlio? Un matrimonio e un divorzio consensuale?

Penso alle parole di Alda Merini, lei sì che sapeva raccontare il suo amore. Amore appassionato, folle e così sano allo stesso tempo. Autentico e audace. Poetico e addolorato. Un amore florido e così tormentato.

Certi amori hanno le lacrime agli occhi o i polsi bloccati. Hanno la rabbia che acceca, ma anche quella tenerezza negata di un tempo lontano e ancora così attuale.

Sono le storie che mi piacciono. Ma anche quelle più difficili da scardinare. La psicoterapia è il porto sicuro, la resa e l’ancora di salvataggio. Quello spazio di cura in cui potersi leccare le ferite e farsi massaggiare le spalle ai bordi di un ring. E’ quel tentativo di trovare un legame protettivo, sano e buono a cui potersi affidare e da cui ricominciare. Lo spazio sicuro. Quello spazio mancato, presente a fasi alterne, inaffidabile e troppo spesso fugace.

Sono storie di amori mancati o sbagliati, in cui pensi che sia buono qualcosa che invece non lo è affatto.

Stay, if you wanna love me stay. But go away.

Fame d’amore

Sii bella, ricorda la prova costume, attento agli addominali, compra la camicia slim, entra in quella taglia in meno, occhio alla circonferenza, ma anche riempiti come se dovessi colmare una scatola, gratificati con gli zuccheri, abbuffati di junk food.

Imperativi e bisogni. Modelli sociali e benessere. La ricerca di sé tra palestra, condotte bulimiche e vuoto incolmabile.

Corpo e mente, pensieri e biochimica, siamo un insieme di funzionamenti e sistemi che in rare volte viaggiano in armonia, ma in tante si scontrano fra loro.

Da una parte c’è la richiesta sociale, dall’altra la gratificazione e il piacere degli alimenti che mangiamo, più in là ancora c’è uno stomaco da riempire e un’identità da guarire.

È l’epoca del benessere, questa, della palestra di notte, dei mini bikini, degli addominali e dei tatuaggi, ma è anche il periodo delle dipendenze. Cerchiamo disperatamente un oggetto a cui appoggiarci, che ci dia piacere immediato e gratificazione. Cerchiamo gli zuccheri e il junk food perché il nostro corpo ce ne richiede sempre più, ma prima ancora cerchiamo di colmare il vuoto che non trova parole, che non trova pace.

Mangiamo per non deprimerci e ci deprimiamo mangiando.

Il rapporto con il cibo è fatto di tanti, tantissimi fattori, affettività e biochimica si intrecciano in una danza, si alternano, si corroborano.

Mi limito qui a riflettere sulle dinamiche intrapsichiche, affettive, identitarie e anche, sì, traumatiche che stanno alla base di un rapporto controverso con il cibo.

Piovono richieste e impennano le vendite di integratori naturali, la cui efficacia talvolte è tutta da dimostrare. È uno stomaco che non trova pace, che ha fame di serenità, di amore non tanto da parte dell’altro, ma prima di tutto di sé.

Le forme dell’accoglienza: l’affidamento familiare e l’adozione

La Legge 184 del 1983 tutela il diritto del minore d’età a crescere in una famiglia: qualora non fosse possibile garantirgli di vivere nella sua famiglia di origine, sono previste delle soluzioni alternative secondo il principio di sussidiarietà.

Ciò significa che il minore d’età potrà essere collocato in una nuova famiglia in regime di affido o di adozione.

Prima dell’adozione, può essere accolto da una famiglia affidataria per aiutare e sostenere la famiglia di origine laddove esistano delle complicazioni o nel momento in cui questa famiglia attraversi un periodo temporaneo di difficoltà.

Nel momento in cui, attivando gli interventi più idonei, questo momento di crisi sarà stato gestito e superato, il minore d’età potrà fare ritorno nella sua famiglia di origine.
L’istituto dell’affidamento familiare vede tre principali attori protagonisti: il minore d’età fino a 18 anni, la famiglia di origine e la famiglia affidataria, che lo/la può accogliere e sostenere fino al compimento del ventunesimo anno d’età. Possono essere delle famiglie affidatarie persone che vivono in coppia, con o senza figli e single. Il rapporto con la famiglia di origine non si cancella, anzi si collabora affinché la si possa aiutare e il minore d’età vi possa far ritorno.

Diverse sono le modalità di affidamento familiare: la collocazione presso i parenti, l’affido presso una famiglia affidataria esterna o l’affido durante il corso della giornata per poi permettere al minore d’età di rientrare la sera nella famiglia di origine.

Oltre a queste situazioni, possono essere collocati in affidamento i bambini molto piccoli da 0 a 24 mesi o gli adolescenti anche dopo i 18 anni e fino ai 21, i minori stranieri non accompagnati o i minori in circostanze difficili o di emergenza.
L’affidamento può essere sia per il solo minore d’età che anche per la famiglia intera, cioè anche con i genitori di origine (sia presso luoghi adatti che presso famiglie affidatarie).

Si occupano delle dinamiche di affidamento familiare i Servizi Sociali del territorio e il Tribunale per i Minorenni di competenza.

L’affido viene concordato tra l’assistente sociale dei Servizi territoriale, il giudice del Tribunale per i Minorenni e i genitori, ma, nel caso in cui l’allontanamento del minore d’età fosse necessario e i genitori non d’accordo, il magistrato decide anche senza il loro consenso. Nel momento in cui i genitori siano impossibilitati nell’esercitare la responsabilità genitoriale nei confronti del minore d’età, viene nominato un tutore (che si occupa dei bisogni del minore d’età) e un curatore speciale (un avvocato che ne tutela i diritti).

Oltre alle famiglie affidatarie, ci sono le famiglie di appoggio, che accolgono e sostengono il minore d’età per un periodo di tempo limitato, come ad esempio per uno o più giorni a settimana, nel weekend o per le vacanze. È una sorta di affidamento parziale che prevede sempre una figura di accudimento accuratamente preparata all’accoglienza.

Oltre all’affidamento, il diritto dei minori d’età a crescere in una famiglia viene tutelato secondo il principio di sussidiarietà, quindi esiste l’adozione nazionale e internazionale. Il giudice decide per l’adozione del minore d’età nel momento in cui viene definito/a adottabile e quindi la famiglia d’origine destituita della responsabilità genitoriale.

La prima forma di adozione cercata per il minore d’età, secondo il diritto di sussidiarietà, è quella nazionale e, qualora ciò non fosse applicabile, si ricorre all’adozione internazionale.
Viene consentita l’adozione alle coppie sposate da almeno tre anni (vale anche la convivenza pregressa documentata), senza che ci sia stata, negli ultimi tre anni, separazione neppure di fatto.

Gli aspiranti genitori adottivi devono essere ritenuti idonei all’adozione e la loro età deve superare di almeno diciotto e non più di quarantacinque anni l’età dell’adottando.

I minori d’età possono essere adottati nel momento in cui vengono dichiarati in stato di adottabilità. Se hanno compiuto i 14 anni devono dare il consenso all’adozione e se ne hanno compiuti 12 devono essere personalmente sentiti, così come se hanno meno di 12 anni, in considerazione della loro capacità di discernimento.

Sono dichiarati in stato di adottabilità dal Tribunale per i Minorenni i minori d’età per i quali sia stata accertata la situazione di abbandono.

La legge prevede anche dei casi particolari per l’adozione e cioè quando i minori d’età sono legati da vincolo di parentela fino al sesto grado o da un preesistente rapporto stabile e duraturo con un’altra persona, ma sempre nel caso in cui il minore sia orfano dei genitori di origine. In un altro caso è il coniuge che può adottare il/la figlio/a anche adottivo/a dell’altro coniuge. Può essere adottato anche un minore con handicap e disabilità, purché sia orfano dei genitori o anche quando sia impossibile procedere con l’affidamento pre-adottivo.

Tutte queste forme consentite dalla legge mirano esclusivamente al diritto del minore a crescere in una famiglia: questa accoglienza è basata sul principio che è il minore ad aver diritto a dei genitori e non una coppia ad aver diritto ad un figlio.

La genitorialità è una capacità non scontata e non innata; funziona al meglio laddove la coppia esiste e regge anche quando non ha figli.

Viviamo in un Paese in cui ancora oggi la procreazione, la famiglia, i figli rappresentano uno status, una condizione sociale necessaria, ma essere genitori implica competenze relazionali, sociali e affettive ben più complesse.

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