Una casa senza gradini

Photo credits: Giovanna Teti – Piazza San Pietro, 2021

Le mie nipoti hanno una capanna di stoffa. Dentro c’è di tutto un po’. Ci infilano i genitori, me, la nonna e tutte le persone a cui sono legate. La capanna ha delle finestrelle e loro scelgono quando abbassare o alzare le tendine. La capanna sta lì, in camera loro. A volte ci giocano, a volte preferiscono stare altrove.

Come quella delle mie nipoti, ogni capanna, ogni casa è lo spazio in cui accogliamo e ci sentiamo accolti. La casa ci protegge quando rientriamo trafelati da una corsa sotto la pioggia; è quel luogo in cui invitiamo un amico a pranzare, cucinandogli qualcosa; è quando ci sdraiamo sul divano a raccogliere le forze dopo una giornata pesante.

Provate a chiedere a chi vive in strada cosa desidera. Tutti vi diranno: “una casa”.

Quando una casa non c’è

Una volta chiesi a un uomo che aveva il letto sotto la vetrina di un negozio: “Ma tu, cosa vorresti?”. “Una casa”, mi rispose.

Mi sentii impotente. Avevo provato a farlo accogliere decine di volte in qualche dormitorio, ma puntualmente mi veniva risposto che non era progettuale e non si prendeva cura di sé.  Quell’uomo ha una schizofrenia che lo ha portato a vagare chissà come attraverso Paesi di un’Europa ancora troppo indifferente. Davanti alle sue parole reagii in un modo che lui giustamente rispedì al mittente; gli proposi prima una visita per le sue gambe malconce e con l’occasione riprendere uno zoppo tentativo di cura interrotto tanti anni fa. Lui prontamente mi rispose: “Il mio sistema immunitario funziona alla grande”.

Mi sentii ingabbiata in un modello stereotipato di intervento, con cui non sarebbe mai arrivato a una casa, ma neanche a un dormitorio, perché era stato già schedato come non collaborativo e alcolista.

E allora: prima la casa!

Negli anni Novanta, negli Stati Uniti, uno psicologo di nome Sam Tsemberis proponeva un modello evidence based che aveva come obiettivo la cancellazione dell’homelessness, senza mezze misure, dando una casa a chi non ce l’aveva (D. K. Padgett et al., 2016). Era il modello dell’Housing First.

In netto contrasto con l’approccio a gradini che andava per la maggiore nell’America misericordiosa di quegli anni, l’Housing First, pensato per persone con patologia mentale e dipendenze patologiche, non richiede aderenza a trattamenti terapeutici né astinenza da alcool e droghe per arrivare ad un alloggio. Non punta a ripulire gli homeless dai peccati né all’evangelizzazione o all’assistenza vicaria o alla beneficenza.

A volte l’homelessness nasce da storie turbolente, famiglie non accudenti, povertà, abusi, trascuratezza, ben peggiori della strada. Storie di vita fatte di intoppi trascinati nel tempo, perdita di legami, talvolta carcere e il tentativo disperato di rialzarsi. La strada, poi, aggrava tutto, porta a disagio psichico, uso di sostanze, disperazione.

L’Housing First punta a scardinare prima di tutto l’isolamento e l’emarginazione. Gli approcci a gradini, invece, scoraggiano le relazioni sociali prima che la persona abbia raggiunto astinenza e aderenza alle cure. 

Ma come possiamo pretendere aderenza a un trattamento se poi si è costretti a rimanere su un marciapiede? Quel trattamento potrebbe anche esser nocivo: ti aiuto a stare meglio, via le voci, via le sostanze. E poi? Ti lascio nella solitudine senza quelle stesse armi che, seppur dolorose, ti hanno comunque permesso di sopravvivere sulla strada: alcool, droghe e una neorealtà.

Invertire i piani, a questo punta l’HF. Partire da uno spazio sicuro per ritornare alla cura di sé.

E allora, Housing First! Via dalla strada.

Housing now!”, urlavano nel 1989 a Washington DC 250.000 persone senza dimora, manifestando per le strade della città. E Housing now! è quello che ci chiedono le persone che vivono sotto a un romanzato tetto di stelle.

Giovanna Teti

BIBLIOGRAFIA:

D. K. Padgett, B. F. Henwood, S. J. Tsemberis (2016). Housing First. Franco Angeli, Milano, 2018.

DI STIGMI E PUNTURE

Photo credits: Tommaso Berretta

Stigma (στίγμα) in greco significa segno, marchio, puntura.

E i marchi sono quelli che spesso mettiamo su certe storie come sulle persone. Soprattutto se hanno qualcosa che temiamo ci possa appartenere e da cui sentiamo l’urgenza di prendere le distanze.

Lo stigma lo incontriamo purtroppo spesso nelle etichette psichiatriche, su bambine e bambini irruenti, sulle donne, sugli uomini alcolisti, sulle prostitute in strada, su una minigonna che va contro il pudore, talvolta anche su un uomo che piange.

Stigma e salute mentale. Stigma e dipendenze. Ecco su cosa ci soffermeremo nelle prossime righe.

Homelessness* e salute sono spesso come due strade parallele che non si incrociano, come due ruote che girano in sensi opposti, come due orologi asincroni. Ma non sempre. Serve anche una buona capacità di sopravvivenza per resistere alla vita in strada.

Problemi di salute fisica e psichica e dipendenze patologiche sono largamente diffusi tra le persone che vivono sulla strada. Ce lo dicono numerosi studi nazionali e internazionali sul tema dell’homelessness.

Molto frequenti sono, inoltre, condizioni di doppia diagnosi, in cui la malattia mentale si somma alla dipendenza patologica. E possiamo pensare che l’abuso di alcool e sostanze origini da condizioni ambientali, ma che possa anche essere la manifestazione di un vero e proprio circuito della dipendenza, in cui l’incapacità di gestire gli impulsi conduce al ricorso alla sostanza per calmarli e, quindi, a una ricerca continua e sempre più massiccia di alcool o droga (molto spesso l’alcool la fa da padrone, perché più facile da trovare e a costi più bassi). Il meccanismo della dipendenza ha un substrato neurobiologico che si alimenta di rinforzi, craving e compulsioni. Alla base di tutte le dipendenze ci sono fattori biopsicosociali complessi e patologici, fatti di traumi, ritraumatizzazioni, depressione, ciclicità compulsiva: tentativi maldestri di autoterapia e fuga. La sostanza rimane, così, l’unica cura a disposizione. La sostanza sostituisce il farmaco, il letto, la realtà, la relazione. Così come altrove è la relazione che cura, su strada spesso l’alcool e la droga sono l’unica cura palliativa a quella realtà altrimenti troppo dolorosa da sopportare.

Spesso su strada vediamo persone che soffrono per o che sono intrappolate in un Sé traumatizzato, perché in fondo questa vita ai margini rappresenta un trauma cumulativo: tanti eventi e condizioni anche non necessariamente eclatanti, ma che si ripetono, come una goccia cinese, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Resistere incolumi alla vita in strada è un’illusione forse, una richiesta molto impegnativa per la persona coinvolta, una negazione per chi la notte torna a dormire nel suo letto. Ecco allora che la neorealtà, l’uso di sostanze e altre difese forse talvolta bizzarre rappresentano l’unica via di fuga per resistere e sopravvivere alla marginalità, al dolore, all’isolamento.

“PROGETTUALI” O “AIUTATI CHE DIO TI AIUTA”

La difficoltà per certe persone di accedere alla rete ordinaria dei Servizi è data, oltre che dai problemi burocratici e di rete, anche dal fatto che l’attività mentale a volte arriva a sovrastare la vita reale, i pensieri diventano così pervasivi da trasformarsi in esperienze acustiche, visive, sensoriali. I processi cognitivi ne risentono, diminuisce la memoria per le piccole cose, la capacità di orientarsi nello spazio e nel tempo, la pianificazione delle azioni più semplici come raggiungere un ufficio, la voglia di fare qualsiasi cosa, il senso di continuità, i movimenti. 

Come vengono etichettate queste persone (perché, oh, sì, che vengono etichettate)? Come non collaborative. In questi sistemi sociali così stereotipati spesso vengono adattati maldestramente termini, verbi, aggettivi che nella grammatica italiana non nascono per essere correlati alle persone: è l’esempio di “colloquiare” per parlare con qualcuno, “utenti psichiatrici”, come se psichiatrica fosse la persona e non l’etichetta diagnostica, “progettuale”, come se la persona fosse una fase di elaborazione di un progetto e non il soggetto partecipe e coinvolto. Quanto è vero che le parole sono importanti. Quanto è vero che la relazione è fatta di parole e comunicazione. Quanto è vero che lo stigma si esprime anche con questi timbri terminologici.

Lo svanire progressivo del Sé può essere accompagnato da una sensazione pervasiva di ansia, agitazione, terrore che può anche aumentare nel contatto con l’altro/a. Questa ansia di annichilimento, lo svanire del Sé, la disintegrazione di sé (il “terrore senza nome” di Bion), l’ottundimento cognitivo, ma anche gli affetti appiattiti o irruenti, travolgono la persona e la trascinano ai margini relazionali e sociali, al ritiro, alla catatonia, alla fuga in una neorealtà

STRADA E STIGMA

La letteratura ci insegna che per lavorare con le persone senza dimora serve una formazione specifica, la capacità di saper cogliere i nessi tra persone senza una dimora, malattia mentale e dipendenze, così come l’abilità nel muoversi nella rete dei Servizi territoriali, un approccio multidisciplinare integrato, competenze di case management (e “stare” nel percorso, nel caso, nelle storie, tollerando le frustrazioni) e la gestione delle risposte controtransferali suscitate dalla relazione.

Già per la malattia mentale, ma ancor di più per le dipendenze, oltre a non esser considerata “progettuale”, la persona suscita spesso frustrazione e senso di impotenza in chi cerca di fornire supporto. Ma molto spesso verso queste persone nascono anche reazioni negative, ostili, di espulsione e rigetto: soprattutto chi abusa di alcool e sostanze è visto come bugiardo/a, manipolativo/a e non collaborativo/a, “puoi uscirne, sei tu che te la cerchi”. Questo atteggiamento espulsivo ignora il fatto che la dipendenza non è una questione di scelta o di forza di volontà.

In psicologia esiste il meccanismo di difesa dell’identificazione proiettiva, attraverso il quale la persona allontana da sé vissuti spiacevoli, depositandoli su qualcun’altra che ben si presta a questa espulsione, ma ne rimane legata attraverso pensieri sprezzanti, criticandola, escludendola. Io sono bravo/a, tu sei sporco/a e cattivo/a. E in fondo è così che funziona lo stigma.

* In inglese il suffisso -ness viene impiegato per formare dei sostantivi che indicano una condizione, uno stato. Si è scelto di utilizzare il termine anglosassone per facilitare un’immediata lettura e perché largamente in uso nel panorama scientifico internazionale. 

Giovanna Teti

BIBLIOGRAFIA UTILE SUL TEMA:

http://www.comip-italia.org
D. K. Padgett, B. F. Henwood, S. J. Tsemberis (2016). Housing First. Franco Angeli, Milano, 2018
https://www.fiopsd.org/wp-content/uploads/2018/01/linee_indirizzo.pdf
http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=55098
https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=71189
https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/medicina-e-ricerca/2017-10-10/salute-mentale-fardello-stigma-che-allontana-cura-122121.php?uuid=AEjRo0iC&refresh_ce=1

Left behind

Photo by Mihis Alex, pexels.com

Ho conosciuto Maria qualche sera fa e ho rivisto la storia di Irina. Irina è stato uno dei miei primissimi incontri nel mio lavoro su strada. L’avevo incontrata quando era appena rimasta senza lavoro: faceva l’assistente familiare per un uomo anziano che era morto qualche giorno prima. Dal momento che lui non c’era più, lei non aveva più diritto a dormire nel suo appartamento. Così, Irina era stata mandata via dai nipoti dell’uomo. Mandata via, senza un contratto che la tutelasse o un’azienda che le fornisse un altro impiego. Irina lavorava in nero e nel nero è rimasta: per strada. Non serviva più e, così come quell’uomo anziano se n’era andato, se ne doveva andare anche lei. La stessa cosa hanno fatto con Maria l’altro giorno: la donna anziana di cui si prendeva cura era morta; lei è rimasta nella sua casa nei giorni successivi al decesso e ha aspettato che i nipoti arrivassero dall’estero, dove vivono. Malgrado siano persone facoltose, non si erano preoccupati che il parente anziano venisse accudito da una donna senza contratto e tantomeno si sono preoccupati di accompagnarla alla porta. Se ne doveva andare perché, anche nel suo caso, l’anziana non c’era più e con lei doveva andar via pure Maria. Subito e nell’invisibilità, d’altronde, del suo contratto: non esisteva. Non si sono chiesti dove sarebbe andata, dove avrebbe dormito. Era stata mandata via che era ancora in pigiama. Ha raccolto le sue poche cose, infilato un vestito ed era uscita di casa. Aveva con sé la borsa personale, un’altra piccola sacca con qualche vestito e indossava un abito fiorato da cui sotto si intravedevano i pantaloni del pigiama. Maria era terrorizzata per essere finita in strada senza un tetto sopra la testa. Quella sera abbiamo provato di tutto per trovarle un posto in cui trascorrere la notte, ma il Covid non facilita le accoglienze, già sporadiche, nelle ore notturne. Se non hai un tampone nei dormitori non ci entri. Se non trovi una farmacia che te lo faccia di notte, il tampone, sei costretta ad entrare il giorno dopo, nel dormitorio. Dunque Maria è rimasta per strada. Era impaurita. La sua fortuna è stata che doveva essere pagata per il mese appena passato da altre persone per cui lavorava durante il giorno. Ha racimolato dei soldi ed è riuscita a pagarsi una stanza per la sera seguente.

Potrei farvene tanti altri di esempi come questi. Eserciti di donne che arrivano in Italia per la maggior parte dai Paesi dell’Europa orientale, che lasciano mariti, figli e figlie o genitori, che lasciano una casa e che partono in cerca di un futuro abbordabile. Quando hanno una famiglia mandano loro i soldi con puntualità.

Spesso lavorano senza contratto e altrettanto frequentemente finisce che, quando la persona di cui si occupano muore, perdono immediatamente l’alloggio. Non avendo un contratto che le tuteli e non possedendo risparmi perché tutto quello che guadagnano lo mandano ai familiari nei Paesi di origine, rimangono senza un soldo in tasca e senza un posto in cui stare. L’altro giorno ho visto l’annuncio di un’agenzia interinale italiana che cercava un’assistente familiare per € 1,70 l’ora. Senza vergogna.

Sono in tante a finire per strada. Alcune trovano una soluzione nell’immediato, chi si fa ospitare, chi trova un alloggio di fortuna, altre finiscono in strada. E appena la tocchi, la strada, diventa quasi come una colla che non ti lascia più andare. Sono molte quelle che ci rimangono, in strada. Prese dalla paura per il futuro, dai sensi di colpa per non poter più mandare i soldi ai figli, per il futuro incerto che le aspetta, si perdono e rimangono su un marciapiede. Quando finisci strada è un attimo che ci rimani. Gli interventi più delicati di chi ci lavora sono quelli nell’immediato, appena intercetti la persona. Andar via dalla strada diventa, giorno dopo giorno, sempre più difficile.

Maria è andata subito via dalla strada. Irina c’è rimasta.

È così che molte donne finiscono in strada. Le storie come quella di Irina e Maria sono molte e basta un soffio per rimanere in strada. Irina non ne è mai andata via. L’ho incontrata un paio d’anni fa e poi è sparita nel nulla. L’ho rivista solo recentemente: in preda all’alcool, con una neuropatia alcolica agli arti inferiori e con vent’anni di più addosso. Poi l’ho ripersa e ho saputo che era stata aggredita e picchiata. Si era trovata una persona con cui passava le giornate, si abbracciavano, ridevano. Ora non so più dove sia. Nel suo Paese di origine aveva un lavoro, ma qualcosa l’ha portata in Italia. Lì ha ancora i suoi figli.

Irina, Maria e l’esercito degli orfani bianchi.

A partire dal lontano 2008 con gli studi di Unicef (UNICEF, 2008. National analysis of the Phenomenon of Children Left at Home by their Parents who Migrate Abroad for Employment. UNICEF, Alternative Sociale Association, Gallup Organisation Romania, Romania) sulle conseguenze dell’immigrazione sui minori, si è andata sviluppando sempre maggiore attenzione sugli effetti che le dinamiche migratorie e di mobilità lavorativa hanno sulle famiglie transnazionali e sui minori coinvolti, sia in Europa che nei Paesi extra-UE.

Nel 2012 la Commissione Europea pubblicò un report sui gruppi di persone definite vulnerabili che risentivano degli effetti della migrazione (European Commission, 2012. Policy brief: Social Impact of Emigration and Rural-Urban Migration in Central and Eastern Europe, VT/2010/001. European Union, 2012): questo documento evidenziava gli effetti della mobilità nei Paesi dell’Europa Centrale e dell’Est e metteva in luce la particolarità del fenomeno migratorio per questi Paesi soprattutto dal punto di vista sociale, politico ed economico. Veniva fornita una sintesi per comprendere i maggiori trend migratori che coinvolgevano gli Stati-membri, i Paesi candidati all’ingresso nell’Unione Europea e i Paesi dell’Europa dell’Est, con un occhio al mercato del lavoro, allo sviluppo sociale e regionale, ma anche al benessere dei minori in condizioni di svantaggio sociale che rimanevano nei Paesi di origine (European Commission, 2013. Commission Recommendation of 20.2.2013. Investing in children: breaking the cycle of disadvantage. Brussels, 20.2.2013, C[2013] 778 final).

Questo ed altri studi internazionali più recenti dimostrano come i flussi migratori (e di mobilità lavorativa) che riguardano diversi Paesi fra cui quelli dell’Unione Europea e soprattutto l’Italia vadano a caratterizzare fortemente le realtà sociali, economiche e lavorative delle nazioni coinvolte.

Si parla di uomini, donne e bambini che si spostano dal loro Paese d’origine verso un altro, sia esso europeo oppure no. Hanno diverse età, ma rientrano prevalentemente in quella lavorativa. All’interno di questo grande flusso di famiglie transnazionali che, un po’ per scelta, un po’ per obblighi professionali, si spostano da un Paese all’altro, esistono fenomeni specifici che riguardano i diversi protagonisti coinvolti.

Spesso la scelta migratoria non è sempre desiderata o comunque porta con sé una serie di rinunce e compromessi. È questo il caso di uomini e donne che si spostano per motivi professionali in cerca di un futuro migliore per sé e le loro famiglie. Sono spesso madri e padri che si spostano a causa di difficili condizioni di vita che vivono nel loro Paese d’origine e che, per offrire un futuro migliore a se stessi e ai loro figli, decidono di spostarsi per motivi professionali. È bene qui precisare che non sempre si tratta di condizioni di disagio estremo come un occidentale potrebbe pensare di Paesi in via di sviluppo. Basti pensare che nella stessa Europa, anche fra quei Paesi membri di vecchia data, cioè che hanno contribuito alla fondazione delle radici della Comunità Europea, un gran flusso di persone si sposta all’interno della stessa Europa o altrove per motivi professionali, per cercare sia migliori condizioni di lavoro, ma anche perché ormai la mobilità professionale è all’ordine del giorno. Molte delle persone che si spostano per cercare migliori condizioni di vita, lo fanno da sole, dovendo lasciare a casa, quando c’è, il resto della famiglia. Si tratta qui di condizioni maggiormente precarie, in cui chi si sposta lo fa non potendo portare con sé la famiglia. Lo fa sì per scelta volontaria, ma forse anche un po’ obbligata, perché chi vorrebbe dividersi dai propri figli e dalle proprie figlie per emigrare lasciandoli a casa? Sono queste le scelte coraggiose e anche un po’ drammatiche che i nuovi lavoratori, ma soprattutto le lavoratrici devono affrontare.

Estremamente attuale è il fenomeno di bambine e bambini chiamati Children Left Behind o Home Alone o Orfani Bianchi in italiano. Diversi termini per descrivere un fenomeno comune, quello dei bambini e delle bambine che rimangono a casa nel loro Paese d’origine mentre i genitori si spostano in cerca di lavoro. Sono bambini e bambine che rimangono con le loro famiglie d’origine o con la famiglia allargata o anche in strutture e istituzioni. Spesso in attesa di raggiungere i genitori, spesso in attesa che siano loro a far ritorno. Sono figli e figlie di quelle tante donne che in Italia trovano lavoro come assistenti familiari, più comunemente chiamate badanti. Quelle donne che vanno a vivere nelle case delle persone di cui si prendono cura, che trovano alloggio in una stanza in cui non c’è spazio per un partner né tantomeno per un figlio o una figlia.

È una condizione drammatica, ma anche in un certo senso funzionale per il Paese ospitante. Comoda perché una donna sola è maggiormente disponibile a lavorare e soprattutto ad alloggiare in una stanza singola. È una condizione migliore per il datore di lavoro perché, se prevede vitto e alloggio, sarà più facile accettare queste condizioni. Allora è qui che il problema diventa sociale e politico. Sono donne che soffrono di isolamento, che devono far fronte alla gestione del cambiamento e a dinamiche legate a una genitorialità a distanza. Sviluppano spesso sentimenti di tristezza, vuoto, solitudine e vissuti depressivi. È quella che viene chiamata la Sindrome della Badante o Sindrome Italia, proprio perché molte di queste donne lavorano nel nostro Paese.

Oltre a questo ci sono tantissime altre questioni aperte. Queste donne sono vittime di xenofobia e razzismo, ma anche delle difficoltà legate alla ri-emigrazione. I ritorni in patria, infatti, hanno un doppio stigma: invidia per chi rientra, la non accettazione dei cittadini che tornano nel Paese di origine, perdita o allentamento dei legami di origine, sofferenza mai colmata procurata dalla lontananza.

Dobbiamo soffermarci anche sulla de-umanizzazione di queste “badanti”, sulla loro mercificazione, sul connubio nazionalità/malavita, sulla genitorialità a distanza e sulla sofferenza mai colmata procurata dalla lontananza. È di vuoti che si sta parlando, di isolamento e solitudine, ma anche di convenienza.

Un Paese occidentale fiero d’esser moderno rischia troppo spesso di isolare e mercificare le nuove lavoratrici e assistenti familiari, non le riconosce e ne alimenta lo stigma. È la stessa cosificazione delle persone che riteniamo più fragili di noi. Lo stesso avviene con le persone che non hanno una fissa dimora, quelle che hanno una fragilità mentale anche temporanea o quando si discostano dalla normalità e finiscono ai bordi di quella fastidiosa campana di Gauss.

Dimore linguistiche

Giovanna Teti
Novembre 2021

Il dibattito attuale sulla linguistica inclusiva dovrebbe farci riflettere su cosa e chi vogliamo includere. Perché dare un nome alle persone e alle cose significa riconoscerne l’esistenza. Il linguaggio, infatti, non solo ci serve a nominare e comunicare, ma trasmette i processi culturali, sociali, psicologici e dinamici di costruzione dell’identità individuale e collettiva.

Linguistica inclusiva e inclusione sociale
L’altro giorno una persona che vive in strada mi ha detto: “aspetto che aprano i dormitori per l’inverno”. Quelli che aprono con il cambio stagione (come se per ogni stagione dovessimo ricominciare da capo). Li chiamano centri di accoglienza, ma sono semplicemente dei dormitori di emergenza. Messi in piedi con il freddo e chiusi con la primavera. Voi ci andreste a dormire in un posto che chiude le porte alle 8 del mattino e le riapre alle 19? Ci andreste davvero a dormire in un dormitorio o pensate che qualsiasi cosa sia davvero meglio della strada? Non è che le persone senza dimora sono creature di serie b, che dove le metti, le metti, non si lamentassero, già che le togliamo dalla strada!

Ormai l’Housing First sta prendendo piede anche in Italia, ma a Roma fatica a decollare. In realtà, la situazione del sociale è in stallo e vittima di una serie di lacci economici, politici e religiosi e carenze culturali che la metà ci basta e ci avanza. Vige il principio del “meglio di niente” e sembra che l’innovazione stenti ad arrivare nelle Istituzioni e nell’organizzazione generale. Impera ancora troppo spesso la difficoltà a mettersi nei panni dell’altro/a, come se quel mondo non ci apparterrà mai. Eppure, finire per strada è meno raro di quanto pensiate. E, una volta che qualcuno/a ci finisce, sembra che perda non solo i diritti, ma soprattutto la dignità, il rispetto e il privilegio di essere visto/a come persona. No, le persone senza dimora non sono arredi urbani.

E smettiamola di urlare allo scandalo del decoro urbano. Leggo di malcontenti di quartiere, promesse politiche di pulizia, bonifiche e sgomberi, indecenza e degrado. Soprattutto riguardo alle persone che fanno uso di alcool; per loro lo stigma è doppio: “non sono barboni, ma alcolisti”, “vengono in Italia perché l’alcool costa meno” e via di creatività. Io mi chiedo se ci sia un momento in cui queste persone arrivino a vergognarsi.

Ve lo spiego con le parole che un trentaquattrenne mi ha detto qualche mese fa: “e certo che bevo, non ce la faccio a rimanere per strada e pensare, poi sto male; quindi, l’unico modo che ho per resistere è bere”. Si chiama autoterapia, cura palliativa, un doppio legame che da una parte cerca disperatamente di proteggere e dall’altra lede e danneggia. Come le persone che fumano sigarette o che bevono un po’ troppo al pub o che eccedono con qualsiasi altra dipendenza nata con lo scopo di curarsi. Ma l’empatia è uno strumento ormai troppo raro.

Lo stigma nel linguaggio
Lo stigma lo vediamo anche vestito bene nei documenti ufficiali o nella linguistica superficiale. “I senza dimora”, “i fragili”, “i senzatetto”. Diamine, sono persone. Al limite, se proprio vogliamo nominare le cose e dargli una terminologia condivisa e utilizzata dalla ricerca e dalla letteratura internazionale, cerchiamo di ragionarci su.

Talvolta usiamo homelessness per indicare una situazione, più che una condizione, che è oggetto di studio, di cura, di presa in carico, di lavoro. Questa parola ha un senso perché è condiviso e racchiude un dibattito e un interesse che va ben al di là della categorizzazione. Perché categorizzare rischia di cosificare e rendere massa, perdendo di vista la soggettività, che è quella che poi porta allo stereotipo, al pregiudizio e allo stigma.

Limitare e circoscrivere la persona a “i senza dimora”, non significa darle un nome per essere rappresentata, ma renderla un tutt’uno ed esaurirla con la condizione che vive.

Lo stesso avviene per la disabilità e la salute mentale. “Gli autistici”, “gli schizofrenici”. L’altro giorno, durante un seminario, una signora ha detto una cosa per me preziosissima, riferendosi alla sua malattia cronica: non dite che abbiamo un problema, perché il mio è un modo differente di vivere, uno come tanti altri.

La stessa cosa vale per la salute mentale: la diagnosi descrittiva categorizza e rischia di nascondere la complessità della persona. L’etichetta diagnostica molto spesso costringe la persona in una categoria e dà risalto alla patologia, facendo perdere di vista le risorse: “psichiatrico” è una parola che spesso sentiamo per definire l’intera persona, rimandando a un’accezione negativa e perdendo di vista la visione psicodinamica della sua situazione attuale.

Non dobbiamo pensare necessariamente alla fragilità psichica, perché molto spesso le persone che vivono situazioni particolari di salute mentale sono tutt’altro che fragili. E no, non è politically correct, è attenzione, è entrare con delicatezza nelle vite di ognuno/a di noi; ci riguarda e non ci è estraneo.

Quando hanno iniziato le vaccinazioni per le persone con situazioni sanitarie particolari, hanno detto che la campagna vaccinale sarebbe iniziata con “i fragili”. Io avevo un amico che rientrava in quella categoria e tutto pensavo di lui, tranne che fosse “un fragile”.

Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza”. 1

L’atto di denominare non è un dato tecnico; va pensato, richiede un processo di riflessione e la capacità di soffermarsi su ciò che rappresenta.

Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare come aveva intuito molto tempo fa Walter Benjamin nel suo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo (1916), è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne”. 2

Tra l’altro, l’espressione “i senza dimora” taglia fuori anche una fetta non indifferente di persone: le donne. Sottorappresentate persino nella marginalità sociale. Eppure, le donne in strada, con questa pandemia, sono aumentate. Chissà, forse perché sono aumentate le situazioni di violenza domestica e quindi tante donne, per scappare, sono finite in strada senza nulla.

Usare una linguistica che sia davvero inclusiva significa prima di tutto vederle, le persone. Cacofonico, direbbe qualcuno. Supponenza (e tantissimo altro ancora), dico io.

In italiano (e non solo) le desinenze grammaticali non indicano il genere, inteso ovviamente come genere socioculturale, ma il sesso: la desinenza maschile e quella femminile ci dicono soltanto che il riferimento è a una persona di sesso maschile o femminile, e non danno alcuna indicazione sulla sua identità di genere. La morfologia della lingua italiana (ma non è la sola!) rivela il sesso della persona a cui ci si riferisce, non c’è niente da fare”. 3

Rifiutarsi di dare un nome alle persone e alle cose significa non riconoscerne l’esistenza.

Note

1. David Bidussa (2018). Un anno senza Zygmunt Bauman. Fondazione Feltrinelli, 08 gennaio 2018, https://fondazionefeltrinelli.it/un-anno-senza-zygmunt-bauman/.

2. Ibidem.

3. Cecilia Robustelli (2021). Lo schwa? Una toppa peggiore del buco. MicroMega, 30 aprile 2021, https://www.micromega.net/schwa-problemi-limiti-cecilia-robustelli/?fbclid=IwAR1y49gvaz81zsNYpic6FszajkXAu0KxjJyjPusfSosAAJE8h0CDGVV1loo. L’articolo è ripreso nel numero 5.2021 di MicroMega, «Lo “schwa” al vaglio della linguistica», di Cecilia Robustelli.

Tripudio di mescolanze

Questo viaggio è iniziato con un’emergenza a bordo a 10 minuti dal decollo. Quando si dice un buon inizio.
Atterro e dal momento esatto in cui metto piede in questo bellissimo Paese tutto diventa bizzarro.
Tutto fermo agli anni ’90 o forse anche prima, quando ancora c’era il Partito Comunista.
Le persone sono inizialmente dure e per nulla socievoli, ma poi si aprono e diventano accoglienti e sorridenti. Soprattutto se vedono che apprezzi le loro cose. Alcune. Altre no, sembrano come delle bambine e dei bambini arrabbiati.

La Bulgaria è l’ultimo Paese a sud della Regione Balcanica e ha nella sua storia e cultura splendide influenze. Di qui sono passati i bizantini, gli ottomani, i romani; la cultura è un tripudio di mescolanze turche, greche, serbe, francesi, russe e tanto altro ancora.
È un Paese che non poco fatica a rimettersi in piedi dalle sconfitte del passato e che risente dell’eredità pesante del Comunismo. Pensavano di essersi presi/e una rivincita nel 2007, entrando nella Comunità Europea e invece sembra che non vada proprio nel verso giusto. Il Governo non riesce a insediarsi, la corruzione dilaga e al confine turco costruiscono muri contro le migrazioni che passano per la rotta balcanica. Proprio loro, che nella storia hanno avuto influenze da ogni dove e che di queste un tempo hanno saputo fare tesoro.
E poi i traci erano famosi, sì, per essere grandi guerrieri, ma anche per il vino buono. E il vino, come il cibo, unisce e aggrega. E qui vi dico che si mangia da Dio. Ma mi pare evidente che non basta. Con Fabio avremmo detto che la Bulgaria è un Paese di mille colori e mille contraddizioni, ridendo e capendoci solo noi. Ed è a lui a cui spesso ho pensato durante i miei assaggi culinari. Lui che amava i posti truci e le bettole che meno male che esiste il vaccino contro l’epatite A.
Lui sì che mi avrebbe accompagnato nei pasti a qualsiasi ora del giorno e della sera. Lui amava queste cose.

Ieri sono partita presto e mi sono addormentata sul pullman. Poi ho aperto per un attimo gli occhi e mi sono trovata in mezzo a montagne verdissime che mi hanno ricordato la Bosnia. Ho sorriso soddisfatta e mi sono rimessa a dormire. Ho provato un senso di accoglienza e mi sono chiesta, per l’ennesima volta in questo viaggio, dove stia scritto che le cose debbano andare così come vanno a Roma.
In questi giorni penso, scrivo, leggo, osservo e immagino.
Credo che qualcosa cambierà. Ma forse è già cambiato.

Trentatré

È passato un mese. E io in questo mese non ho smesso di pensare a lui nemmeno un giorno.

Tanto in me è cambiato. A volte ho questi momenti di agitazione in cui di fatto vengo assalita dai sensi di colpa.
Forse è il senso di colpa per essere sopravvissuta. O per non essere riuscita a fare abbastanza perché lui non morisse.

Ogni giorno mi chiedo cosa avrei potuto e dovuto fare. Cosa ho fatto bene e cosa invece ho sbagliato. Ma, alla fine, il soliloquio dentro la mia testa finisce sempre con una certezza amara: avrei potuto fare di più. Ed è questo che non mi dà pace. Ed è sempre per questo che non riesco a prendere decisioni ultimamente. Come se non fosse mai quella definitiva, quella giusta. Nelle cose più semplici. Questo vuol dire che l’ansia mi aumenta senza logica, che entro nel vortice di quel senso di colpa irrazionale e magico, come se, cioè, servisse ad aggiustare qualcosa. No, non serve a niente e non mi basta, perché io lo so che non me lo riporta indietro.

Il funerale è stato duro, durissimo e anche i giorni che lo hanno preceduto. Giorni in cui non mangiavo, non dormivo, non mi guardavo attorno. Ero in una bolla, dissociata dal mondo. Distaccata da tutto ciò che non riguardasse lui, la morte e il dolore.

E appena stamattina ho rimesso piede a Roma, nella mia città, nella sua città, proprio davanti a me è sbucato il Verano. Lo vedevo dai finestrini del pullman e lo stomaco mi si è stretto di nuovo. Sapevo che avrei dovuto riaprire qualcosa che il mio viaggio di queste ultime settimane aveva solo messo da parte.
Vedere quei cipressi dall’altra parte del muro che li separa dal traffico mi ha riportato violentemente al giorno del funerale. Non che non ci avessi pensato in questi 20 giorni, ma vedere il Verano lì davanti a me dopo tre settimane è stato come arrendermi al lutto e dire: sì, ora devi farci i conti, in questa città, tra le sue cose, le sue foto, le sue strade.

E in taxi, passando proprio nel quartiere in cui aveva vissuto, ho rivisto ogni via, ogni angolo in cui era successo qualcosa, avevamo parlato, riso, mangiato, camminato. È stato lì, passando all’angolo di casa sua, che ho sentito una smorfia sulla mia bocca. Era la presa di coscienza amara che la morte si era presa troppo presto un pezzo di me.

Perdere un amico alla soglia dei 40 anni e perderlo in modo così violento è qualcosa che ti lacera. Crea in te una ferita che col tempo, i pensieri e i ricordi potrai forse ricucire, ma non ne potrai cancellare la cicatrice sulla tua pelle.

Tutto si ferma. Il resto non esiste. Gli altri non esistono più. Tutto perde significato. All’improvviso. Tutto.

Quando sono riemersa dal funerale, dopo circa una settimana dal giorno della sua morte, ho sentito il bisogno di chiudere con qualcuno e qualcosa. In realtà poi ho cercato di metterci una toppa, ma con codardia: ho fatto sì che, lasciandole scorrere, le cose finissero. Quindi sono rimasta sullo sfondo a guardare, sapendo che neanche troppo passivamente le avevo fatte finire io. Ho provato sollievo. Così ho lasciato andare un lavoro non voluto da una parte e una passione ormai svanita da troppo tempo dall’altra.
Mi sono sentita leggera e libera. Come se finalmente potessi dedicarmi solo alle cose autentiche. E quando, a distanza di giorni, sono tornate a farsi sentire, nel bel mezzo del mio viaggio, ho realizzato quanto non mi fossero mai piaciute e quanto liberatorio fosse mandarle a cagare.

Il viaggio. Dopo il funerale sono partita. Ero in dubbio, ma alla fine l’ho fatto. Ho deciso tutto sul momento, un giorno per l’altro e alla fine, queste decisioni, sono riuscite: ho fatto un bellissimo viaggio, ricco e stimolante. Sono stata in compagnia e ho avuto bisogno come l’aria di stare anche da sola. Quindi sono andata in Bosnia in solitaria. È stata una delle più belle esperienze che ho fatto. Un viaggio che mi ha dato tantissimo. Ho staccato con tutti, ho spento il telefono e mi sono ripresa un po’ di serenità.

Perché c’è una cosa in questo mese che ho capito. Se la vita è una merda, è anche vero che va addolcita con quei momenti che te lo fanno dimenticare almeno per una buona fetta di tempo. Mi spiego meglio. Un viaggio dopo aver lavorato per un anno intero a ritmo serrato con colleghi e colleghe di cui faresti volentieri a meno, rogne che si accavallano come una catena e stanchezza condita con lockdown e coprifuoco. Delle persone preziose che incroci nel tuo cammino. Incontri che ti fanno tornare a sorridere. Forza. Una stabilità economica. L’illusione per la fine della pandemia. Sono stronzate, palliativi, lo so. E pure fugaci. Nulla possono contro un’anima inquieta. Ma goccia a goccia alla fine riescono a colmare quel vuoto almeno per un po’. Sono palliativi di varia intensità e rilevanza, ma anche di questo è fatta la vita. La fortuna sta nel trovare quelli più adatti a noi. Perché quelli poi c’è possibilità che diventino sostanza. Come? Usandoli come speroni per arrivare alla vetta. Che non sarà mai la vetta più alta, ma forse una tappa o una meta. Magari tra un palliativo e l’altro becchi qualcosa di sostanza.

No, sono stronzate. Tra un palliativo e l’altro ce la devi mettere la sostanza. E il punto sta proprio qui: accorgerti dei palliativi e avere la forza di saper andare alla ricerca della sostanza. Cadere e rialzarsi e farsi aiutare a rialzarsi. Imprecando, malandati e con i lividi magari. Ma non tutti inciampiamo allo stesso modo e soprattutto non incontriamo le stesse buche, gli stessi ostacoli, quindi qualcuno di noi può far più fatica a rialzarsi.

È stato durante il viaggio che ho capito che alla fine bisogna trovare qualcosa per cui valga la pena andare avanti, anche se tutto va male, anche se tutto attorno a te va a rotoli. Forse a lui questo è mancato o è stato troppo fugace o forse, quando è finito, si è arreso.

E allora poi ho capito che, no, non si sceglie davvero di morire. In queste settimane si raccolgono le firme per il referendum sull’eutanasia legale. All’inizio pensavo che lui avesse scelto un’alternativa forzata all’eutanasia legale, ma ora credo che, no, non sempre è giusto morire. O almeno ancora non lo accetto.

Il mio amico era una persona speciale. E voi penserete che lo scrivo perché questo si dice dei morti. E invece no. Lui era uno che vi mangiava in testa, uno ad uno. Era una persona di un cinismo che spiazzava, che non doveva edulcorare niente, che aveva un’ironia rara, una curiosità contagiosa e un’intelligenza brillante. Sapeva essere duro e sprezzante allo stesso modo in cui riusciva ad essere presente e buono. Erano sentimenti ruvidi e veri, i suoi. Tanto cinico quanto profondo. Appassionato. Coinvolgente. Giusto. Era la colla di tutti noi che gli volevamo bene. Era in grado di unire gente e amici che tra loro non si conoscevano. In questo mi sento molto simile a lui. Era uno fuori dalle righe. Uno che non te la mandava a dire. Uno che c’era, ci credeva e restava. Uno che sapeva dare affetto nel suo modo autentico e mai banale.

Uno che, in una valle di omini dalle tonalità pastello, è riuscito a brillare.

DI PADRI E MADRI, DI FIGLI E FIGLIE

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Prendi un padre. Mettici un cuore grande, una diagnosi che pesa anche solo a sentirla nominare, le voci e l’alcool. Sommaci un lutto, poi un’altra perdita, poi una, due rotture, una fuga e la resa. Aggiungi un figlio, poi un altro e un’altra ancora. Mettici una donna che perde l’amore, ma che non si arrende e non si fa da parte. Poi mettici la frammentazione: persone che si disperdono. Un gruppo che si disgrega, un nucleo che si allontana.

Qualcuno ritrova la sua strada, qualcun altro fa fatica a scorgere il suo posto nel mondo. Mi chiedo poi se ce ne sia uno solo o se non siano, invece, più posti mutevoli. Alcune persone nelle loro giovani vite sembrano aver vissuto mille epoche in mille luoghi. Altre son rimaste a guardare, altre ancora tenevano lo sguardo altrove, forse per loro fortuna [sono gli ignavi e le ignave, che nella loro vita non si sono mai schierati, che non hanno mai osato, che son rimasti immobili. Quelli e quelle che Dante, per la legge del contrappasso, fa girare per l’eternità attorno a una bandiera bianca (baluardo della loro cecità), punti da vespe e mosconi, quasi per pungerli e scuoterli dalla loro indifferenza].

Non è vero che il dolore ti rende una persona migliore. Alcune se lo sarebbero sinceramente risparmiato, pur di non doversi ritrovare a badare a qualcun altro troppo precocemente. Giovani caregiver, si chiamano ora. Aggiungerei anche caregiver bianchi: quelli che non hanno neanche una diagnosi a cui appigliarsi, ma che hanno sempre vissuto, a volte anche inermi, qualcosa che si discostava dalle vite glitterate (?) degli altri. Qualcosa di indefinito, ma che gli faceva capire che la loro non era una famiglia canonicamente intesa, una famiglia tra le righe. Figlie e figli di madri e padri forse troppo fragili o forse troppo forti, dipende da che punto scegliete di guardarli/e.

Non sarò il primo né l’ultimo ad avere un padre con questi problemi”, mi disse un giorno uno di loro (uno di loro, uno di noi – dipende da che parte lo si scelga di guardare – o semplicemente “uno”).

È un esercito sconquassato e resistente di figlie e figli alle prese con un dilemma: mollare o insistere? Un esercito, sì, un esercito che lotta in un campo di battaglia, ma non contro un padre o una madre, una malattia mentale, un brutto periodo di vita, un trauma, una perdita, no, non è una guerriglia contro tutto questo, ma contro lo stigma. Una lotta per un padre, una madre, un fratello, una sorella e contro il pregiudizio e lo stereotipo. Perché quando sei ancora troppo giovane per queste cose non sai come parlarne, prima ancora di chiedere un aiuto che molto probabilmente non arriverà così facilmente. Perché la salute mentale, la casa e tutte quelle sicurezze che per molti e molte sembrano certe e scontate (con s- sottrattivo, dal latino ex [togliere] – computare [conteggiare]: che vale meno), altrove vanno rincorse, create, inventate. E no, non è facile condividere la strada per la risalita, perché è piena di dossi. Si cade e ci si rialza e non sempre il tragitto ha un lieto fine. A volte si è soli e sole e non c’è nessuno a tendere veramente la mano per farti rialzare. Ti arrangi.

E allora, quando il lieto fine stenta ad arrivare, devi adattarti e far fronte all’onda che ti ha travolto o che da troppi anni si infrange sui tuoi scogli. Qualcuno si indigna davanti a un figlio o una figlia che tira i remi in barca o che scappa. Probabilmente è quel qualcuno che anche solo a sentire certe storie si perde in una nuvola senza carattere, fatta di stereotipi, pregiudizi e superficialità. Sono gli ignavi e le ignave di Dante e sono anche quelli e quelle che etichettano: “hai sentito coso? Ha il disturbo xy e prende gli psicofarmaci. Eh, ma si vede che non sta bene, se continua così si farà odiare da tutti”. Una platea giudicante che sentenzia così come faceva il popolo qualche secolo fa sugli eretici e sulle eretiche, mettendoli al rogo.

La scorsa sera mi sono imbattuta in un uomo un po’ spaesato e solo. “Sono schizofrenico”, mi dice, “prendo le gocce”. Scopro che le sue sorelle cercano di evitarlo e la mamma è in preda allo sconforto. “Mettetelo in un manicomio e non fatelo più uscire”, mi dice inizialmente. Rimango spiazzata. Inizialmente mi irrito, ma poi capisco. E lei poi piange, mi dice che il figlio non frequenta più il centro diurno, che fa continuamente fughe da casa e che poi lo trovano e ritorna. È esasperata. “Non ce la faccio più a occuparmi di lui”, mi dice. E così anche le sue sorelle. E le sue nipoti. Hanno problemi di salute e di natura economica e stargli dietro è troppo impegnativo per loro. Mi sono allora chiesta quanto sia giusto che lui viva ancora con la madre. Una donna che è prigioniera anche lei della malattia del figlio. Mi chiedo se non arrivi un momento in cui anche i genitori non abbiano il diritto di riprendersi i loro spazi. Forse il figlio potrebbe essere inserito in un gruppo appartamento. Seguito da chi ha più forza di sua madre per occuparsi di lui.

Un’altra storia. Tempo fa ho incontrato questa persona. Giovane, preda dell’alcool e invecchiato da troppi anni in strada. “Vorrei rivedere mia figlia”. E se lei non volesse? “Sono sicuro che lei vorrà rivedermi e che si chiede dove sia il padre”. Non l’ha riconosciuta alla nascita, dice che glielo consigliò la compagna. “Non porta il mio cognome, ma io so dov’è la madre”. E se lei non volesse vederlo? Entrerebbe a gamba tesa nella sua vita di adolescente e rischierebbe di farle un doppio danno: una rivelazione forzata dopo un abbandono. E se invece lei volesse vederlo? Se lei lo stesse cercando? “Non potrei farmi vedere così, mi servirebbero dei vestiti puliti”. Ecco, queste sono le storie delle persone che vedete sedute su un marciapiede.

Ancora un’altra storia, invece, ma dai ruoli inversi. Una figlia che non riesce a prendersi cura del padre. Un padre amorevole, ma con un ingombrante disturbo di personalità che nel tempo l’ha portato a una resistenza alle cure e lei alla fine ha desistito. “Mio papà sta male, ma non solo fisicamente”. Inizialmente mi chiedo cosa porti a lasciare una persona in quelle condizioni, ma poi anche lì capisco. Gestire un papà amorevole, ma testardo è dura. Non ti ascolta, non si fa aiutare, peggiora e non ti resta che vederlo perdurare in questa lotta per la sopravvivenza che sopravvivenza non è. E magari si sente pure sola nel cercare di aiutare il padre.

Ma d’altronde pensiamo alle classiche vuote domande che taluni e talune esclamano davanti alla depressione: “basta volerlo!”, “reagisci!”, “dovresti fare sport”, “aiutati che Dio t’aiuta”, “alzati e esci, c’è il sole!”, “non ha voglia di reagire”, “è solo questione di forza di volontà”, “ma quello è pazzo, non dargli retta”, “sì, ma lei è matta, non ci sta con la testa”. Il dolore psichico non viene visto come una sbucciatura al ginocchio o un osso rotto. Non si vede, dunque non esiste.

MA NON C’È SOLO LA MALATTIA PSICHIATRICA

Per il mio lavoro mi trovo spesso a notare come il trauma si tramanda attraverso una linea transgenerazionale. Un fil rouge che attraversa le generazioni. L’ereditarietà del trauma si annida nei legami. E sotto a tante storie che portano al dolore psichico e alla strada, ci sono traumi che rimangono spesso sottotraccia.

«Le esperienze traumatiche lasciano tracce sia su larga scala (nella storia e nella cultura) sia nella quotidianità, all’interno delle nostre famiglie. Lasciano tracce anche nella mente e nelle emozioni, nella nostra capacità di provare gioia e di entrare in intimità e, persino, nella biologia e nel sistema immunitario. Il trauma colpisce non solo chi ne è direttamente interessato, ma anche i suoi cari» (van der Kolk, p. 31).

Dal trauma non si guarisce, lo si può solo curare. Prendersene cura. Elaborarlo e sistemarlo da qualche parte, in qualche modo.

Questo è un passaggio importante: non dobbiamo edulcorare le storie difficili. Non dobbiamo normalizzare. La società normotica punta a scansare il dolore e tutto quello che fa riflettere. Noi dobbiamo starci negli affetti e nei pensieri. Dobbiamo starci se non vogliamo essere quegli ignavi e quelle ignave che si voltano dall’altra parte. Solamente così riusciremo a guardarci e a guardare l’altro/a. Solo così potremo prenderci cura delle storie difficili; solo così potremo trovare quella virtualità sana (Badaracco, 20072) per guardarle, queste storie difficili, ma senza pietismo o compassione misericordiosa, bensì con partecipazione, empatia e autenticità.

A separare le storie complicate da quelle ammodo, a volte, è solo questione della direzione del vento.

Giovanna Teti

BIBLIOGRAFIA:

Badaracco, J G. (2007). La virtualità sana nella psicosi. Interazioni, 16 – 24, Franco Angeli.

Van Der Kolk, B. 2015. Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015.

Articolo pubblicato sul blog di PsyPlus: https://www.psyplus.org/index.php/blog-psy-plus-onlus/208-di-padri-e-madri-di-figli-e-figlie

Tra massa e soggettività

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Avete presente quando vi dicono di stare al posto vostro? Quando vi chiedono di stare in un ruolo e non uscirne? Quando il capo o la capa vi dice di non prendere iniziativa? Quando un uomo vi dice di non pretendere amore?

Ecco, quando qualcuno/a si appella a quella sorta di gerarchia, è molto probabile che sia arrivato il momento che vi percepisce come una minaccia.

Minaccia a cosa? Al loro narcisismo, alla loro onnipotenza, all’immagine esaltata di sé o dell’azienda o di un legame, ad esempio.

L’individuo, in certi contesti gruppali o anche aziendali, direi, deve essere tenuto a bada perché, con la sua soggettività, rischia di essere poco controllabile. Ecco perché in alcuni ambienti lavorativi di basso livello si tende a cancellare le competenze, le qualifiche, la maturità professionale di lavoratori e lavoratrici (pur tenendole in conto quando servono).

La sensazione dall’altra parte è palese: alcune dinamiche sono così assurde che diventano ridicole. Chi è oggetto di questa massificazione può infastidirsi o, invece, reagire anche con un misto di pena e imbarazzo.

Questo vizio per la cosificazione (intesa in termini marxisti, nel ridurre il lavoro a merce e la persona a oggetto, ma anche in termini psicoanalitici, nel passaggio da simbolico a concreto, come avviene, ad esempio, nel linguaggio delle psicosi) lo troviamo, in realtà, in molti ambiti. Nei fenomeni migratori, nell’immaginario delle persone emarginate, purtroppo anche nei confronti delle donne.

C’è un senso di onnipotenza e narcisismo alla base che si somma ad una mancanza di empatia, ma anche ad un violento allontanamento di persone che rievocano qualcosa di fastidioso, doloroso, sconosciuto, scomodo.

Inscatolare le persone è un’arma fasulla che toglie creatività, autenticità e pensiero. Metterle in una categoria, renderle oggetto, cosificarle consente a chi lo fa di non entrare nel soggettivo, di non conoscerle e, quindi, di non entrarci realmente in contatto, evitando, così, il rischio di incappare in un coinvolgimento emotivo. Lo vediamo chiaramente con i fenomeni migratori: uomini e donne migranti rimangono massa e l’unico modo per combattere il pregiudizio, il razzismo e la xenofobia nei loro confronti è conoscerne le storie.

Allo stesso modo, una dinamica simile avviene con le donne. Diventano oggetto per chi non riesce a gestire la loro soggettività e, quindi, il legame che si crea tra due individui che si incontrano. Ecco che diventano suore, pazze o puttane. Ecco perché certi uomini deboli sentono il bisogno di renderle oggetti: accoglierne la soggettività umana significa entrarci emotivamente in contatto. Troppo forte per alcuni.

La stessa cosa avviene in certi contesti gruppali e lavorativi di basso livello, in cui le individualità come le competenze vengono omologate e appiattite: tutto è reso uguale, niente si deve discostare dalla massa perché altrimenti diventa ingestibile, pericoloso, una minaccia. L’appartenenza a un gruppo, seppur disfunzionale, in certi contesti e per certe persone è necessaria per non crollare. Talvolta sono gli stessi membri di questi gruppi che impediscono all’individuo di essere tale e lo ricacciano nella massa gruppale tacciandolo di tradimento, in nome di un’appartenenza malsana e fittizia. Sono i gruppi più beceri e, ahimè, queste dinamiche sono ormai frequenti in certi contesti lavorativi precari e ricattatori.

In realtà è così bella la soggettività. È la chiave per una vita autentica e per una vera condivisione. È solo attraverso le peculiarità degli individui che si creano masse pensanti, perché nascono dal pensiero critico, dall’autenticità e non cedono all’inconsistenza.

UNA CASA SENZA GRADINI

Questo articolo è pubblicato sul sito https://www.psyplus.org/index.php/blog-psy-plus-onlus/205-una-casa-senza-gradini

Giovanna Teti – Piazza San Pietro, 2021

Le mie nipoti hanno una capanna di stoffa. Dentro c’è di tutto un po’. Ci infilano i genitori, me, la nonna e tutte le persone a cui sono legate. La capanna ha delle finestrelle e loro scelgono quando abbassare o alzare le tendine. La capanna sta lì, in camera loro. A volte ci giocano, a volte preferiscono stare altrove.

Come quella delle mie nipoti, ogni capanna, ogni casa è lo spazio in cui accogliamo e ci sentiamo accolti. La casa ci protegge quando rientriamo trafelati da una corsa sotto la pioggia; è quel luogo in cui invitiamo un amico a pranzare, cucinandogli qualcosa; è quando ci sdraiamo sul divano a raccogliere le forze dopo una giornata pesante.

Provate a chiedere a chi vive in strada cosa desidera. Tutti vi diranno: “una casa”.

Quando una casa non c’è

Una volta chiesi a un uomo che aveva il letto sotto la vetrina di un negozio: “Ma tu, cosa vorresti?”. “Una casa”, mi rispose.

Mi sentii impotente. Avevo provato a farlo accogliere decine di volte in qualche dormitorio, ma puntualmente mi veniva risposto che non era progettuale e non si prendeva cura di sé.  Quell’uomo ha una schizofrenia che lo ha portato a vagare chissà come attraverso Paesi di un’Europa ancora troppo indifferente. Davanti alle sue parole reagii in un modo che lui giustamente rispedì al mittente; gli proposi prima una visita per le sue gambe malconce e con l’occasione riprendere uno zoppo tentativo di cura interrotto tanti anni fa. Lui prontamente mi rispose: “Il mio sistema immunitario funziona alla grande”.

Mi sentii ingabbiata in un modello stereotipato di intervento, con cui non sarebbe mai arrivato a una casa, ma neanche a un dormitorio, perché era stato già schedato come non collaborativo e alcolista.

E allora: prima la casa!

Negli anni Novanta, negli Stati Uniti, uno psicologo di nome Sam Tsemberis proponeva un modello evidence based che aveva come obiettivo la cancellazione dell’homelessness, senza mezze misure, dando una casa a chi non ce l’aveva (D. K. Padgett et al., 2016). Era il modello dell’Housing First.

In netto contrasto con l’approccio a gradini che andava per la maggiore nell’America misericordiosa di quegli anni, l’Housing First, pensato per persone con patologia mentale e dipendenze patologiche, non richiede aderenza a trattamenti terapeutici né astinenza da alcool e droghe per arrivare ad un alloggio. Non punta a ripulire gli homeless dai peccati né all’evangelizzazione o all’assistenza vicaria o alla beneficenza.

A volte l’homelessness nasce da storie turbolente, famiglie non accudenti, povertà, abusi, trascuratezza, ben peggiori della strada. Storie di vita fatte di intoppi trascinati nel tempo, perdita di legami, talvolta carcere e il tentativo disperato di rialzarsi. La strada, poi, aggrava tutto, porta a disagio psichico, uso di sostanze, disperazione.

L’Housing First punta a scardinare prima di tutto l’isolamento e l’emarginazione. Gli approcci a gradini, invece, scoraggiano le relazioni sociali prima che la persona abbia raggiunto astinenza e aderenza alle cure. 

Ma come possiamo pretendere aderenza a un trattamento se poi si è costretti a rimanere su un marciapiede? Quel trattamento potrebbe anche esser nocivo: ti aiuto a stare meglio, via le voci, via le sostanze. E poi? Ti lascio nella solitudine senza quelle stesse armi che, seppur dolorose, ti hanno comunque permesso di sopravvivere sulla strada: alcool, droghe e una neorealtà.

Invertire i piani, a questo punta l’HF. Partire da uno spazio sicuro per ritornare alla cura di sé.

E allora, Housing First! Via dalla strada.

Housing now!”, urlavano nel 1989 a Washington DC 250.000 persone senza dimora, manifestando per le strade della città. E Housing now! è quello che ci chiedono le persone che vivono sotto a un romanzato tetto di stelle.

Giovanna Teti

BIBLIOGRAFIA

D. K. Padgett, B. F. Henwood, S. J. Tsemberis (2016). Housing First. Franco Angeli, Milano, 2018.

Far diventare razionale l’irrazionale

Photo by Wendy Wei on Pexels.com

«Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte; del resto ero poeta e trascorrevo il mio tempo tra le cure delle mie figliole e il dare ripetizione a qualche alunno, e molti ne avevo che venivano a scuola e rallegravano la mia casa con la loro presenza e le loro grida gioiose. Insomma ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò, e morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portato in manicomio» (Merini, A. [1986]. L’altra verità. Diario di una diversa. BUR Rizzoli, 2010, p. 13-14).

Quante verità conosci? Quanto ascolti quella dell’altro/a?

Alda Merini è per me una mente d’eccellenza. La mente nelle sue sfumature, belle e brutte, accettabili e ignobili. È la ribellione all’etichetta, è donna, è femminilità. È camminare a testa alta, ignorando i/le deboli di mente, quelli/e che vivono raccontandosi di vivere e non scendono nelle scale buie della cantina, ma neanche escono a correre in giardino. Cos’è la follia, com’è talvolta banalmente intesa, se non un cliché?

Basaglia diceva: «Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita» (Basaglia, F. [1979]. Conferenze brasiliane. Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, p. 18-19).

Alcuni/e si crogiolano dietro l’etichetta di follia. Perché gli sembra sinonimo di estro e creatività. Forse perché tutto il resto sullo sfondo ne è privo e allora il ricorso all’estremo pare quasi salvifico. Ma, questi/e, folli non sono, non si concedono neanche un briciolo di follia. Aderiscono, si illudono e rifuggono l’idea di camminare da soli/e. Perché la follia è anche un po’ questo. Andare da soli/e.

Ho capito col tempo che alcuni/e vivono per inerzia. Una casa, una famiglia, qualche amante, un lavoro. Lontani/e dalla loro vera essenza. O forse ad essa così vicini/e. Bromberg (1998/2001) dice che alcuni pazienti che arrivano in psicoterapia si chiedono «Perché sto vivendo in questo modo?»: «Alcuni individui iniziano la terapia tormentati da questa domanda, dopo essersela posta per anni, senza mai essersi sentiti vicini a una risposta, mentre altri non se la sono mai posta perché per loro il concetto di “perché sto vivendo in questo modo” non ha alcun significato personale». Per loro, scrive Bromberg, «la domanda “perché” è indomandabile» (Bromberg, P. M. [1998/2001]. Clinica del trauma e della dissociazione. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007, p. 9).

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