Quello che non vuoi vedere

“Ci ho messo mesi per pensare al mio ricovero”. Mi ha detto un giorno Sandra, nome di fantasia, 40 anni portati come una ragazzina. Me ne aveva parlato già prima, in realtà, ma sempre con una certa distanza. C’è stato un momento in cui, invece, si è seduta e ha iniziato a raccontarmi quello che ricordava. Probabilmente anche con una grossa ricostruzione fatta di memorie flebili, racconti altrui e deduzioni.
Ti stupisci per lo stigma e di come le persone facciano estrema fatica a mettersi nei panni di una donna che sta male non fisicamente, ma mentalmente.
Il pregiudizio è cocente non solo nelle persone comuni, amici, familiari, ma anche e direi soprattutto negli operatori del settore. “Quando sei ricoverata in ospedale, in un reparto ospedaliero di psichiatria, tutti sembrano osservarti dall’alto, ti studiano da dietro una scrivania, tutti in fila, ti dicono quello che dovresti fare”. È gente che, pur lavorandoci, non sembra aver mai vestito i panni dell’altro.

Ti gela quando te lo racconta, ti sembra di vivere anche tu quei giorni passati in ospedale.
E allora ti chiedi, che terapeuta voglio essere? Ma soprattutto, come non voglio essere? Come quello che si spazientisce davanti a un paziente in evidente stato di maniacalità? O come quello che giudica una aspirante coppia adottiva in base a un ricovero nella storia di lei? Ma anche, che persona voglio essere? Quella che si arrabbia con un amico alle prese con una depressione? O quello che dice all’altro che è tutta una questione di volontà e di scelta?

Vi do un consiglio, terapeuti, alzatevi dalla poltrona e muovetevi. La malattia mentale non si conosce solo attraverso i libri.
“La parte difficile”, mi ha raccontato Sandra, “è stata sostenere gli sguardi di chi ti veniva a trovare. Quasi pieni di paura che gli potessi trasmettere qualcosa, alternati da una mezza faccia che sapeva di vergogna”.
Ha dormito per giorni una volta entrata in reparto. Non mangiava e non si svegliava. Uno stato di torpore profondo che è durato probabilmente anche nelle settimane seguenti. Mi ha poi raccontato, in seguito, di percezioni sensoriali nuove, difficoltà nell’attenzione, pensieri che si rincorrevano.
Ci ha messo un anno per fare i conti con il ricovero. Con lo stigma, con il pregiudizio.

Questa storia mi ha insegnato molto. Sandra non è quella che potreste definire una pazza. È una donna comune, non qualunque, ma comune. Un lavoro, una casa, una famiglia, una buona socialità. Ma anche io poi ho iniziato a vedere quanto i miei stessi colleghi e colleghe si ponessero in una posizione totalmente giudicante e cieca di fronte a questi casi. Ho visto anche terapeuti e terapeute in gamba o almeno ritenuti/e tali discutere di questi casi con termini di responsabilità, scelta e irrimediabilità, come se la malattia mentale ancora, nel 2020, si discostasse da una gamba rotta, da un ictus o da qualsiasi altra malattia fisica.

Eppure sono professionisti di un certo spessore. Ma quando si tratta di scendere in strada fanno fatica a mettersi veramente nei panni dell’altro.

Io credo che un ricovero di questo tipo sia in grado di cambiarti la vita. Così come lo vedevo nei pazienti trapiantati. “Mi sembra di esser nato una seconda volta”, mi dicevano. E credo che la portata fisica ed emotiva di questi ricoveri importanti ti cambi necessariamente in qualche modo.

Primo, perché in reparto si è tutti uguali. Secondo, perché un’ospedalizzazione di questo tipo ti fa conoscere una parte di te che non puoi ignorare.

I pazienti trapiantati facevano esperienza di perdita, fiutavano la morte, conoscevano la mutilazione del donatore, vivente o meno, navigavano nel senso di colpa. Sandra viveva anche lei il timore di disgregazione, faceva i conti con le paure e le parti più remote di sé e percepiva anche i cambiamenti del corpo e delle funzioni cognitive. “Mi sembrava di vedere tutto accelerato”, mi diceva, “come se i pensieri mi sfuggissero prima ancora di pensarli”. Non riusciva a sostenere lo sguardo, si rannicchiava, piangeva delicatamente, di quelle lacrime che ti bagnano appena il viso, era rallentata. Si è attaccata molto a me. Me lo ha detto, ma credo che il legame fosse più forte di quanto raccontasse. Un legame discreto, a volte più invadente, ma era la sua fame di un porto sicuro. Ci ha messo tanto a prendersi la sua vita (non a riprendersela, ma a prendersela per la prima volta). Credo che sia la paziente che più mi ha insegnato nella mia giovane carriera di terapeuta. È stata più illuminante di cento saggi e manuali. Più di mille poesie.

L’assessment è terapeutico

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Perché una valutazione psicologica con l’utilizzo dei test? Per quelli che non hanno mai effettuato una valutazione psicodiagnostica, questo ambito della psicologia può rimanere pressoché sconosciuto.


La psicodiagnostica è una branca della psicologia applicata che permette di indagare la personalità con tecniche standardizzate e oggettive. Si utilizza in ambito clinico, peritale e dell’orientamento scolastico e professionale, sia in età evolutiva che per gli adulti.


Uno/a psicodiagnosta ha una formazione specialistica nel settore che richiede una conoscenza meticolosa dei test che utilizza e una competenza specifica nella somministrazione di questi strumenti che sono in costante aggiornamento. Ecco perché uno psicoterapeuta, uno psichiatra, uno psicologo, un perito indirizzano il paziente verso uno/a specialista in psicodiagnostica, perché non tutti hanno la formazione e la competenza per somministrare batterie di test specifiche per ogni caso.


Ma perché la valutazione psicologica con l’utilizzo di test è terapeutica già di per sé? L’uso di test avviene sempre e necessariamente all’interno di una batteria (diffidate da chi vi somministra un solo unico test!) perché servono più strumenti che consentano di evitare imprescindibili errori del somministratore, bias nelle risposte, condizioni ambientali che possono interferire con l’esecuzione di un test. Più strumenti servono per ridurre il più possibile questi errori e per offrire un quadro di personalità completo e articolato. Questo percorso di valutazione implica l’instaurarsi di una relazione fra testista e paziente, in cui vengono comunicati, espressi e veicolati stati d’animo, vissuti personali ed emozioni intime e profondamente personali.

Il lavoro di psicodiagnosi mette il paziente in gioco insieme al testista, che ne chiede la collaborazione e il racconto di sé.

Inoltre, la lettura insieme dei risultati emersi ai test è un passaggio che potenzialmente può offrire al paziente una conoscenza di sé, una rilettura dei suoi comportamenti e dei suoi vissuti, una comprensione da un nuovo punto di vista.

Per tutti questi motivi l’assessment ha potenzialità terapeutiche. La possibilità di raccontarsi attraverso i colloqui clinici e mediante l’uso di strumenti appositi, sotto varie forme di espressione, come domande dirette, lettura di immagini, disegni, permette al paziente di esprimere verbalmente e simbolicamente i propri vissuti interni, anche quelli di cui non è pienamente consapevole.

Amami e odiami

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Freud aveva inizialmente associato l’odio alla distruttività. Effettivamente la psicoanalisi fa ampi riferimenti all’odio come funzione distruttiva. Ma Bollas (L’ombra dell’oggetto, 1989. Tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2018) ci fa riflettere sull’odio non distruttivo. L’odio mira davvero a distruggere il suo oggetto? O cerca, invece, disperatamente di conservarlo? “Il suo scopo può essere l’acting out di una forma inconscia di amore”, ci dice Bollas (1989, p. 98). Un investimento negativo, un odio-amore che mira a mantenere a sé l’oggetto odiato in un legame di passione. Se non riesce a odiare, si fa odiare, pur di mantenere il legame, è l’unica forma di rapporto affettivo che conosce. L’odio sostituisce, così, l’amore, ma non è il suo opposto. In un movimento di odio e vendetta dell’oggetto, in cui tale vendetta è desiderata, la reazione dell’oggetto è voluta, cercata, pur di essere visto. La vendetta eccita perché è segno di riconoscimento. Il terrore è per l’indifferenza, quindi l’odio diventa “un’alternativa all’amore”, ci dice Bollas (1989, p. 98). È anche una componente della misoginia, se ci pensiamo.

Sull’odio non distruttivo, Bollas riprende le parole di Winnicott, che scriveva che “l’aggressività fa parte dell’espressione primitiva dell’amore” (Winnicott, Appetito e disturbi emotivi, 1936. Tr. it. in Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze, p. 247). Il bambino “non si rende conto ancora che ciò che distrugge quand’è eccitato è identico a ciò che apprezza durante gli intervalli tranquilli tra i due eccitamenti. L’amore eccitato comprende un attacco immaginario al corpo della madre. In questo caso l’aggressività fa parte dell’amore”.

Allora, in un certo modo, solo nel momento in cui trovano forma gli oggetti Sé negativi la persona che odia si sente in rapporto con l’altro. Se altrimenti l’oggetto rimane indifferenziato è in qualche modo “perduto o un non oggetto“, ci spiega Bollas (1989, p. 107).

Kernberg (Kernberg, Relazioni d’amore, 1995. Tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano) ci dice che l’aggressività nell’amore trova espressione attraverso l’identificazione proiettiva. È con essa che i partner fanno sperimentare all’altro le proprie esperienze passate: “tramite l’identificazione proiettiva, ciascun partner tende a indurre nell’altro le caratteristiche del passato oggetto edipico o preedipico con cui si è trovato in conflitto” (Kernberg, 1995, p. 94). Meccanismo primitivo e spiazzante, l’identificazione primitiva serve a far sentire all’altro il proprio mondo interno, buttandolo fuori, ma controllandolo, un po’ come spiandolo dalla finestra. Il partner diventa, così, il complemento dell’altro: il tassello del puzzle, il match necessario a trovare espressione del proprio odio per l’oggetto, in cui l’uno domina l’altro come in una “follia privata” (André Green, 1986, in Kernberg, 1995, p. 95) in cui il legame con l’oggetto amato-odiato diventa insieme “frustrante ed eccitante”. In questa follia privata l’amore discontinuo permette di proteggersi dalla fusione con l’altro: è per questo che il partner, dopo aver ottenuto la gratificazione sessuale con l’oggetto, si allontana dall’altro. Evita la fusione con la madre, rincorre un’autonomia fittizia e si illude di allontanarsene.

Allo stesso modo, la dicotomia madonna/puttana, ci fa riflettere Bollas, rappresenta questo disperato tentativo dell’uomo di negare la fusione con l’oggetto materno. Un legame di dolore inconscio, preverbale, non raccontato e tristezza, in cui aggressività e tenerezza so accavallano, ma non si incontrano mai.

D’altro canto, la proiezione di aspetti sadici del Super-Io infantile può condurre a relazioni masochistiche in cui la sottomissione si alterna a separazioni illusorie, temporanee, fugaci, per poi far ritorno all’altro in un mix di masochismo e sadomasochismo, tenerezza e aggressività, terrore di fusione e illusione di indipendenza.

Odio e amore innescano relazioni circolari, faticose e stancanti in cui ci si tira e ci si molla, sfiniti e addolorati, ma anche eccitati e vivi.

È difficile l’amore. Amare e odiare si rincorrono in una corsa complementare e non si incontrano mai. Corrono su binari paralleli e mantengono un dolore originario che rimane sempre attuale e vivido.

Relazioni così sono appassionate e laceranti. Il borderline, ad esempio, quando ama, lo fa con tutto il suo dolore. È appassionato, è cieco d’amore, ma basta il soffio del vento per farlo cadere nella sua ferita sempre negata, ma sempre aperta.

Sono storie di dolore, tenerezza e rabbia. Amori stropicciati che neanche ci tengono a mettersi in ordine. Ma che poi l’ordine cos’è? Chi ci dice come dev’essere l’amore? Una casa, un cane e un figlio? Un matrimonio e un divorzio consensuale?

Penso alle parole di Alda Merini, lei sì che sapeva raccontare il suo amore. Amore appassionato, folle e così sano allo stesso tempo. Autentico e audace. Poetico e addolorato. Un amore florido e così tormentato.

Certi amori hanno le lacrime agli occhi o i polsi bloccati. Hanno la rabbia che acceca, ma anche quella tenerezza negata di un tempo lontano e ancora così attuale.

Sono le storie che mi piacciono. Ma anche quelle più difficili da scardinare. La psicoterapia è il porto sicuro, la resa e l’ancora di salvataggio. Quello spazio di cura in cui potersi leccare le ferite e farsi massaggiare le spalle ai bordi di un ring. E’ quel tentativo di trovare un legame protettivo, sano e buono a cui potersi affidare e da cui ricominciare. Lo spazio sicuro. Quello spazio mancato, presente a fasi alterne, inaffidabile e troppo spesso fugace.

Sono storie di amori mancati o sbagliati, in cui pensi che sia buono qualcosa che invece non lo è affatto.

Stay, if you wanna love me stay. But go away.

Fame d’amore

Sii bella, ricorda la prova costume, attento agli addominali, compra la camicia slim, entra in quella taglia in meno, occhio alla circonferenza, ma anche riempiti come se dovessi colmare una scatola, gratificati con gli zuccheri, abbuffati di junk food.

Imperativi e bisogni. Modelli sociali e benessere. La ricerca di sé tra palestra, condotte bulimiche e vuoto incolmabile.

Corpo e mente, pensieri e biochimica, siamo un insieme di funzionamenti e sistemi che in rare volte viaggiano in armonia, ma in tante si scontrano fra loro.

Da una parte c’è la richiesta sociale, dall’altra la gratificazione e il piacere degli alimenti che mangiamo, più in là ancora c’è uno stomaco da riempire e un’identità da guarire.

È l’epoca del benessere, questa, della palestra di notte, dei mini bikini, degli addominali e dei tatuaggi, ma è anche il periodo delle dipendenze. Cerchiamo disperatamente un oggetto a cui appoggiarci, che ci dia piacere immediato e gratificazione. Cerchiamo gli zuccheri e il junk food perché il nostro corpo ce ne richiede sempre più, ma prima ancora cerchiamo di colmare il vuoto che non trova parole, che non trova pace.

Mangiamo per non deprimerci e ci deprimiamo mangiando.

Il rapporto con il cibo è fatto di tanti, tantissimi fattori, affettività e biochimica si intrecciano in una danza, si alternano, si corroborano.

Mi limito qui a riflettere sulle dinamiche intrapsichiche, affettive, identitarie e anche, sì, traumatiche che stanno alla base di un rapporto controverso con il cibo.

Piovono richieste e impennano le vendite di integratori naturali, la cui efficacia talvolte è tutta da dimostrare. È uno stomaco che non trova pace, che ha fame di serenità, di amore non tanto da parte dell’altro, ma prima di tutto di sé.

Le forme dell’accoglienza: l’affidamento familiare e l’adozione

La Legge 184 del 1983 tutela il diritto del minore d’età a crescere in una famiglia: qualora non fosse possibile garantirgli di vivere nella sua famiglia di origine, sono previste delle soluzioni alternative secondo il principio di sussidiarietà.

Ciò significa che il minore d’età potrà essere collocato in una nuova famiglia in regime di affido o di adozione.

Prima dell’adozione, può essere accolto da una famiglia affidataria per aiutare e sostenere la famiglia di origine laddove esistano delle complicazioni o nel momento in cui questa famiglia attraversi un periodo temporaneo di difficoltà.

Nel momento in cui, attivando gli interventi più idonei, questo momento di crisi sarà stato gestito e superato, il minore d’età potrà fare ritorno nella sua famiglia di origine.
L’istituto dell’affidamento familiare vede tre principali attori protagonisti: il minore d’età fino a 18 anni, la famiglia di origine e la famiglia affidataria, che lo/la può accogliere e sostenere fino al compimento del ventunesimo anno d’età. Possono essere delle famiglie affidatarie persone che vivono in coppia, con o senza figli e single. Il rapporto con la famiglia di origine non si cancella, anzi si collabora affinché la si possa aiutare e il minore d’età vi possa far ritorno.

Diverse sono le modalità di affidamento familiare: la collocazione presso i parenti, l’affido presso una famiglia affidataria esterna o l’affido durante il corso della giornata per poi permettere al minore d’età di rientrare la sera nella famiglia di origine.

Oltre a queste situazioni, possono essere collocati in affidamento i bambini molto piccoli da 0 a 24 mesi o gli adolescenti anche dopo i 18 anni e fino ai 21, i minori stranieri non accompagnati o i minori in circostanze difficili o di emergenza.
L’affidamento può essere sia per il solo minore d’età che anche per la famiglia intera, cioè anche con i genitori di origine (sia presso luoghi adatti che presso famiglie affidatarie).

Si occupano delle dinamiche di affidamento familiare i Servizi Sociali del territorio e il Tribunale per i Minorenni di competenza.

L’affido viene concordato tra l’assistente sociale dei Servizi territoriale, il giudice del Tribunale per i Minorenni e i genitori, ma, nel caso in cui l’allontanamento del minore d’età fosse necessario e i genitori non d’accordo, il magistrato decide anche senza il loro consenso. Nel momento in cui i genitori siano impossibilitati nell’esercitare la responsabilità genitoriale nei confronti del minore d’età, viene nominato un tutore (che si occupa dei bisogni del minore d’età) e un curatore speciale (un avvocato che ne tutela i diritti).

Oltre alle famiglie affidatarie, ci sono le famiglie di appoggio, che accolgono e sostengono il minore d’età per un periodo di tempo limitato, come ad esempio per uno o più giorni a settimana, nel weekend o per le vacanze. È una sorta di affidamento parziale che prevede sempre una figura di accudimento accuratamente preparata all’accoglienza.

Oltre all’affidamento, il diritto dei minori d’età a crescere in una famiglia viene tutelato secondo il principio di sussidiarietà, quindi esiste l’adozione nazionale e internazionale. Il giudice decide per l’adozione del minore d’età nel momento in cui viene definito/a adottabile e quindi la famiglia d’origine destituita della responsabilità genitoriale.

La prima forma di adozione cercata per il minore d’età, secondo il diritto di sussidiarietà, è quella nazionale e, qualora ciò non fosse applicabile, si ricorre all’adozione internazionale.
Viene consentita l’adozione alle coppie sposate da almeno tre anni (vale anche la convivenza pregressa documentata), senza che ci sia stata, negli ultimi tre anni, separazione neppure di fatto.

Gli aspiranti genitori adottivi devono essere ritenuti idonei all’adozione e la loro età deve superare di almeno diciotto e non più di quarantacinque anni l’età dell’adottando.

I minori d’età possono essere adottati nel momento in cui vengono dichiarati in stato di adottabilità. Se hanno compiuto i 14 anni devono dare il consenso all’adozione e se ne hanno compiuti 12 devono essere personalmente sentiti, così come se hanno meno di 12 anni, in considerazione della loro capacità di discernimento.

Sono dichiarati in stato di adottabilità dal Tribunale per i Minorenni i minori d’età per i quali sia stata accertata la situazione di abbandono.

La legge prevede anche dei casi particolari per l’adozione e cioè quando i minori d’età sono legati da vincolo di parentela fino al sesto grado o da un preesistente rapporto stabile e duraturo con un’altra persona, ma sempre nel caso in cui il minore sia orfano dei genitori di origine. In un altro caso è il coniuge che può adottare il/la figlio/a anche adottivo/a dell’altro coniuge. Può essere adottato anche un minore con handicap e disabilità, purché sia orfano dei genitori o anche quando sia impossibile procedere con l’affidamento pre-adottivo.

Tutte queste forme consentite dalla legge mirano esclusivamente al diritto del minore a crescere in una famiglia: questa accoglienza è basata sul principio che è il minore ad aver diritto a dei genitori e non una coppia ad aver diritto ad un figlio.

La genitorialità è una capacità non scontata e non innata; funziona al meglio laddove la coppia esiste e regge anche quando non ha figli.

Viviamo in un Paese in cui ancora oggi la procreazione, la famiglia, i figli rappresentano uno status, una condizione sociale necessaria, ma essere genitori implica competenze relazionali, sociali e affettive ben più complesse.

Di traumi e virtù.

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Anche a distanza di tanti anni le persone traumatizzate hanno enormi difficoltà a raccontare agli altri cosa sia accaduto loro. Il loro corpo rivive il terrore, la rabbia e l’impotenza così come l’impulso all’attacco o alla fuga, ma questi sentimenti sono pressocché impossibili da proferire. Il trauma, per sua natura, ci porta al limite della comprensione, tagliandoci fuori da un linguaggio condiviso o da un passato immaginabile” (Bessel van der Kolk, 2014. Il corpo accusa il colpo. Ed. ita. Raffaello Cortina, 2020, p. 52).

Tutto il trauma è preverbale, ci dice van der Kolk, cioè non trova forma di espressione linguistica, è questa la sua essenza. Come gli effetti di un ictus, spegne l’area di Broca nel momento esatto in cui riaffiorano i flashback, i ricordi dell’evento traumatico. L’area di Broca ci permette di rappresentare a parole pensieri ed emozioni. Il trauma rimane tale perché ne manteniamo ricordi fisici e sensoriali, ma non li riusciamo a elaborare in parole. Sono le parole, infatti, che ci consentono di farci i conti. Tuttavia, è estremamente difficile raccontare il trauma coerentemente.

I ricordi traumatici attivano solitamente la parte destra del cervello, quella connessa con il pensiero creativo e l’intuizione, mentre spengono l’area sinistra, quella, invece, del pensiero logico e razionale.

La parte destra si esprime attraverso espressioni facciali, corpo, suoni. Mentre quella sinistra ricorda le parole, il linguaggio.

Il blackout che il trauma arreca alla parte sinistra del cervello impedisce di organizzare i ricordi dolorosi in logica e parole.

Ecco che il trauma rimane dentro la persona come un gomitolo aggrovigliato male. Ogni volta che qualcosa riporta al ricordo dell’evento traumatico, l’emisfero cerebrale destro reagisce come se si stesse ripetendo in quell’istante esatto.

Ma, poiché il loro cervello sinistro non funziona molto bene, non sono consapevoli di stare ricevendo e rimettendo in atto il passato: sono effettivamente furiose, terrorizzate, arrabbiate, in preda alla vergogna o congelate” (ibidem, p. 54).

Come ogni esperienza, la reazione traumatica agisce lungo un continuum che va da una risposta “normale” e comune ad una ben più difficile da gestire. La specificità di questa reazione problematica al trauma riguarda la disorganizzazione e la mancanza di completezza del ricordo traumatico, il rivivere il trauma attraverso ripetuti flashback involontari, il senso di mancanza di realtà conseguente al trauma (Brewin e Holmes, 2003).

La reazione disfunzionale al trauma può portare allo sviluppo di un vero e proprio disturbo post-traumatico, tale da complicare la vita della persona. Si tratta del PTSD (Post Traumatic Stress Disorder), una complessa combinazione di risposte psicologiche, neurobiologiche, affettive e cognitive.

Come accennato prima, nella reazione traumatica una chiave di lettura fondamentali è rappresentata dalle memorie.

In generale, possono essere distinti due principali sistemi mnestici:


Memoria esplicita o dichiarativa o narrativa: consapevolezza di eventi
realmente accaduti all’individuo. É un processo attivo e di costruzione. Un’esperienza traumatica interferisce con l’elaborazione e memorizzazione di tale informazione nella memoria esplicito-narrativa.


Memoria implicita o procedurale o non dichiarativa: ricordo di capacità
acquisite, abitudini, risposte emotive, azioni riflesse e risposte condizionate.
Le informazioni percepite dall’ambiente vengono immagazzinate ed elaborate in base agli schemi mentali propri dell’individuo.

Nell’immagazzinamento dell’input mnestico entra in gioco un processo di deformazione che assegna una valenza soggettiva ed emotiva
agli eventi e quindi ai ricordi ad essi associati. L’accuratezza della memoria viene, così, mediata dalla valenza emotiva di una data esperienza. In realtà, nel racconto di eventi significativi la memoria appare generalmente accurata.

Se sono state riscontrate amnesie totali in gran parte dei soggetti traumatizzati, è anche vero che sono stati riconosciuti, in una parte ancor più numerosa di soggetti che
hanno vissuto esperienze traumatiche, delle amnesie significative per alcuni dettagli
specifici. Van der Kolk (1996), a questo proposito, suggerisce che più il soggetto è giovane e più è esposto a eventi cronici e prolungati, più alto sarà il rischio che sviluppi un’amnesia significativa. Ecco, per esempio, perché il trauma ha un impatto decisamente significativo sui bambini.

È altrettanto vero che il trauma conduce a situazioni eccessive di ricordo o di oblio. Eventi traumatici possono essere ricordati con estrema
precisione e accuratezza oppure resistere drasticamente all’integrazione mnestica ed essere immagazzinati su altri livelli cognitivi.

Ciò che differenzierebbe le memorie
traumatiche normali, cioè le memorie autobiografiche, dalle memorie traumatiche patologiche risiederebbe nel fatto che le persone con PTSD non riuscirebbero a controllare il riaffiorare delle memorie dolorose o flashback, caratterizzati da tracce mnestiche di tipo percettivo
estremamente vivide (Brewin, 2001; Brewin e Holmes, 2003; Conway e Pleydell- Pearce, 2000).

E allora come gestire il trauma?

Il percorso di cura è complesso e fatto di tanti fattori.

La psicoterapia si integra con discipline che curano anche il corpo, che deve tornare ad essere abitato. La persona traumatizzata ha bisogno di tornarci in contatto, così come deve tornare in contatto con l’eredità che i ricordi hanno lasciato sul loro cammino.

Il trauma incide sul senso di sé, lo ferisce, si insinua nell’identità dell’individuo.

Come quel gomitolo male aggrovigliato, la persona porta il trauma in terapia come il corpo di una medusa, con una testa centrale e tutti i tentacoli che scendono: quelle sono le aree che il trauma è andato a intaccare, relazioni, efficacia, ricordi, senso di sé, autostima…

La psicoterapia permette di prendere quel gomitolo e riaggomitolarlo ordinatamente, in modo che non rimanga un filo intrecciato ingombrante e impossibile da utilizzare. Solo una volta riaggomitolato quel filo potremmo finalmente dargli una forma e non lasciarlo nel caos.

L’amore ai tempi di Tinder

Multitasking è la parola del secolo. Così come negli smartphone, si è infilata anche nelle relazioni.

Così come passiamo da una finestra all’altra su Internet, allo stesso modo scivoliamo da una chat all’altra, da un incontro all’altro, da una persona all’altra.

Sexting, ghosting, foto e videochiamate. Le relazioni sono svuotate, fatte di immagini, numeri e attimi.

Uno, due, tre appuntamenti a settimana con persone diverse, decine di chat aperte, foto di sconosciuti e swipe con il ritmo di un batter di ciglia.

Si dicono edonisti, sex addicted e alla ricerca del piacere originale. Cercano uomini e donne fugaci, presenti, da sfogliare come riviste. Devi esserci e mi servi adesso, altrimenti chiudo e passo avanti.

Cercano in realtà un approdo e una volta che lo trovano sentono il bisogno di doversene disfare al più presto, senza sapere come chiudere una relazione, anzi lasciando l’altro appeso a un’incognita: dov’è, c’è, ci sarà, perché.

Ghosting.

Cercano consolazione. E una volta trovata tappano i buchi della loro solitudine, ma non gli basta mai, gli serve sempre di più, come l’assuefazione da droghe.

In questo modo sono visti e viste.

Sfruttano, sentendo il bisogno di urlarlo e rimarcarlo, come fosse un pregio, un segno distintivo di forza e qualità.

Fragilità.

Sono storie di narcisismo, mancanza di amore e vissuti di privazione. Cercano l’amore che gli è mancato altrove e che desiderano, ma non lo ammettono. Vivono il tentativo disperato di colmare un amore mancato, mai ricevuto, abbandonico, ambivalente e inaffidabile. È un amore che fa soffrire. È un oggetto del piacere che delude, tradisce e abbandona. E quindi lo usano, lo sviliscono e lo svuotano di umanità.

Cercano compagnia. Sono soli e sole, ma non sanno starci, con se stessi.

È l’alessitimia delle relazioni.

È l’altra faccia dell’apatia, celata dietro a un piacere fugace. Altro che edonismo, di piacere c’è poco o niente. E il multitasking ne è la prova. Passare da una persona all’altra, uno swipe come una pagina sfogliata, un incontro dopo l’altro, è questa la rincorsa verso un appagamento, una felicità, una gratificazione destinata a non arrivare mai fino in fondo.

Cercano l’amore accudente, in realtà, un amore da idealizzare, o tutto bianco o tutto nero, un amore senza confini, senza individualità, senza carattere. Un amore che amore non è.

E che forse non deve neanche essere.

Storie di masochismo e perversioni, narcisismo e ossessioni. La cosificazione dell’altro.

La compulsione dell’avere, di uno specchio che gratifichi, di un accumulo di feedback e like.

Scendere nelle scale della nostra cantina interna e dei nostri colori ci salverà. Stare da soli ci aiuterà a stare con gli altri. Amarci ci insegnerà ad amare.

È questa oggi la rivoluzione dell’amore.

Non ti è sfuggito il tempo?

Non avete avuto anche voi la sensazione che il tempo scorresse e continui a scorrere veloce? Veloce come mai prima è stato per così tante settimane.

Il senso del tempo alterato, accelerato, sfuggente. Non avete avuto anche voi la sensazione di voltarvi indietro e vedere che settimane, mesi sono passati così rapidamente che sembrano così recenti e vividi?

Ci siamo cercati in questo tempo, ci siamo ritrovati. Con sorpresa anche. Sono state settimane così vuote e ricche allo stesso tempo. Ma il tempo, sì, forse ci è sfuggito di mano.

Forse però abbiamo saputo aspettarci e con alcuni ci aspettiamo ancora.

Abbiamo avuto sentimenti contrastanti, che solo ora iniziamo a mettere in ordine.

Tutto questo in quasi tre mesi che sono sembrati un attimo per me.

Quello che ho imparato da questa quarantena.

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Chi prima pensava troppo adesso rimugina. Chi prima si sentiva solo adesso lo è ancora di più. Chi prima lottava, adesso? Adesso c’è chi ancora lotta e si dilania e qualcun altro che è un pezzo più forte. Chi sapeva stare da solo, in quarantena c’è stato bene assai e non farebbe fatica a tornare indietro.

Oltre al fatto che si è fatto risentire pure il fidanzatino delle medie per i single, per certe coppie non dev’essere stato facile il lockdown. I miei vicini hanno resistito fino al giorno prima della fase 2, poi hanno iniziato a urlarsi contro le peggiori cattiverie. Ora ne siamo tutti testimoni qui nei palazzi attorno al cortile comune e io, sarà per la solidarietà tra donne, faccio il tifo per lei, perché è l’unica dei due che strilla, mentre lui rimane clamorosamente in silenzio. Cioè, neanche una porta sbattuta, un vaffanculo, niente.

E invece quelli soli, soli con se stessi, seppur non con il mondo, si sono ritrovati a rimuginare, a fare i conti con l’irrisolto, a scontrarsi con i propri fantasmi.

Tutti hanno sofferto di disturbi del sonno, tutti hanno mangiato per noia e compensazione, tutti hanno impastato la pizza. Tutti. Altrettanti si sono scaricati tutorial di fitness o si sono iscritti a dirette Zoom di qualsiasi cosa, webinar, corsi di tutto, dirette di qualunque tipo.

Qualcosa, però, in questo lockdown l’ho capita. E non starò qui tanto a far filosofia o a intrattenermi in riflessioni psicoanalitiche.

Chi era insicuro è affogato ancor di più nelle insicurezze, aggravate nella quasi totalità dei casi dalla precarietà economica e lavorativa. E qui mi permetto di fare una riflessione. In quarantena guai a chi si preoccupava. Guai a chi si sfogava. La pesantezza emotiva in cui i più erano assorti non permetteva di far spazio al turbinio di emozioni dell’altro (turbinio, sì, perché siamo stati testimoni di verri sbalzi di umore repentini tra un impasto di pizza e l’altro). C’era sempre qualcuno che doveva lamentarsi e che aveva più problemi di te. Hai perso il lavoro? Non dirlo a me che sono in cassa integrazione. Cerchi di sorridere alla vita nonostante tutto? Non c’è niente da ridere. Non puoi stare a casa al sicuro? Beato te che almeno lavori. Vai al lavoro? Ma come, lavori con questo rischio?

Stare da soli, a contatto con se stessi, in fondo ti porta a fare i conti con i tuoi demoni. Il problema è accettarli, arrendersi a loro e guardarli in faccia. Prenderli di petto, insomma. E’ una banalità, lo so, ma non tutti se ne rendono conto.

Ma stare da soli non è solo roba per single. I single sono un’altra storia. Sono i veri privilegiati di questa quarantena. Soli in casa, senza dover condividere nulla con nessuno, senza figli a cui badare durante lo smart working, nessun pranzo da preparare a nessuno e l’app del food deliver sempre a portata di click. E vogliamo parlare delle app di incontri? I media ci dicono che c’è stato un incremento di utenti esponenziale. E come biasimarli.

Quasi tre mesi di lockdown e nel frattempo ci chiedevamo se saremo diventati persone migliori. Ci speravo, ma ora non credo. È bastato affacciarmi qualche ora in questa fase 2 bis per riscappare di corsa verso casa e chiudere la porta a doppia mandata.

Eppure ci hanno provato a farci riflettere, almeno sui social, dove gran parte delle persone hanno trovato rifugio. Sono fioccati sondaggi Google su ogni tema, proponendoci ricerche sulla base di campionamenti fatti dal giorno alla notte, con criteri statistici così bislacchi che chissà che ne tireranno fuori. Come hai mangiato in quarantena? Come hai dormito? Com’è stata la tua attività sessuale?

Una cosa, però, la voglio salvare. Il desiderio di conoscere. Di mettersi in contatto. Abbiamo impastato, infornato, surgelato, condito, sporzionato, ci siamo dedicati alla prima cosa che ci faceva sentire primariamente vivi, mangiare.

E poi abbiamo sognato e i sogni a volte ce li siamo pure raccontati. Ansie e angosce molto spesso, ma le nostre menti ci hanno accompagnato silenziosamente nelle notti dal sonno intermittente, dagli orari sballati, dai risvegli nel cuore del buio e del silenzio. Abbiamo fatto i conti con i ritmi alterati, con la sveglia rimossa, con l’addormentamento che non arrivava.

Abbiamo fatto i conti con la paura. Con il pericolo. Con il contagio. Con i morti. Con i malati. Abbiamo dovuto trovare degli eroi per poi tornare a breve a dimenticarli o, peggio, ad accusarli di malasanità.

Abbiamo avuto sete di questi eroi. Così come abbiamo dovuto credere a uno Stato materno e anche un po’ paterno, accudente e guida. Poi, quando le indennità Covid non sono arrivate, siamo tornati a lamentarcene, ma questo lo si può anche comprendere.

Insomma, in questi quasi 3 mesi in cui sui social abbiamo postato foto di colazioni, di terrazzi, di copertine di libri letti in un’altra vita, in questi mesi di Netflix, film e serie tv fino a consumarci gli occhi, in questi mesi di letture talvolta portate avanti a fatica, con l’attenzione di un criceto e la capacità di concentrarci pari al nulla, in tutto questo tempo i giorni sono passati ed eccoci qui, di nuovo sulla cresta dell’onda, acciaccati e pronti a risalire. Chissà come, chissà quando, ma pronti. Qualcuno un po’ meno, perché chi ne esce davvero sconfitto c’è, chi ne esce più solo, più povero e senza più nulla, eccome se c’è. E allora bisogna anche lodare la solidarietà vera e i moti di empatia che da alcuni si sono sollevati.

Il 3 maggio eravamo tutti pronti a rinascere. E ora ci stiamo ricredendo.

Tra desiderio, eros e amore.

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In sostanza, io ritengo che l’amore sessuale maturo sia una disposizione emotiva complessa, che integra (1) l’eccitazione sessuale trasformata in desiderio erotico per un’altra persona; (2) la tenerezza che deriva dall’integrazione delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto investite in senso libidico e in senso aggressivo, con una predominanza dell’amore sull’aggressività e con la tolleranza della normale ambivalenza che caratterizza ogni rapporto umano; (3) una identificazione con l’altro che comprende sia la reciproca identificazione genitale sia la profonda empatia con l’identità sessuale opposta; (4) una forma matura di idealizzazione insieme a un profondo impegno nei confronti dell’altro e della relazione; e infine (5) il carattere passionale della relazione d’amore nei suoi tre aspetti: la relazione sessuale, la relazione oggettuale e l’investimento superegoico sulla coppia” [O. F. Kernberg, Relazioni d’amore. Normalità e patologia (1995). Raffaello Cortina Editore, Milano, 1995, p. 37].

Cosa sappiamo di una relazione sessuale matura? Cosa ci immaginiamo? Proviamo a chiudere gli occhi e a scrollarci di dosso difese, ricordi, sogni e ferite del passato e facciamo un po’ di chiarezza.

Una relazione sessuale matura, nell’epoca delle app di incontri, dei match online, delle chat eterne, del sexting e di tutto ciò che è vicinanza e paradossalmente distanza, ha a che fare con dei sani incontri sessuali in cui il partner viene utilizzato come oggetto del desiderio e del bisogno. C’è il bisogno di usare ed essere usati. E fino a un certo punto questo è normale, inutile che ci giriamo intorno con fare sbigottito.

Un amore sessuale maturo è fatto di sesso, riparazione, accettazione, incontro e confronto. Da quel desiderio di conoscere e, appunto, riparare gli aspetti cattivi dell’altro, anziché idealizzarli mantenendolo completamente buono attraverso la scissione (scissione dell’oggetto, quel meccanismo che ci fa vedere gli altri o tutti buoni o tutti cattivi, senza vie di mezzo). L’idealizzazione non aiuta l’amore maturo. Anzi, lo ostacola, ci dice Freud, ne impedisce lo sviluppo.

L’amore passionale è fatto di desiderio sessuale e affettività matura. Sciocchezze quando qualcuno dice che preferisce incontri di una notte per godere di più. L’appagamento sessuale maturo non ha eguali. Se, infatti, l’eccitazione sessuale costituisce un affetto alla base dell’amore passionale, è altrettanto vero che l’esperienza e la qualità dell’orgasmo includono l’identificazione con il o la partner e il superamento di dinamiche antiche, irrisolte, immaginarie.

Ma come la mettiamo con l’esperienza di fondersi con l’altro? Paure, potere, fiducia e sfiducia si intrecciano: “accettare i rischi dell’abbandono totale di sé nella relazione con l’altro, contrastando la paura di tutti quei pericoli, di diversa origine, che incombono quando ci si amalgama con un altro essere umano” (O. F Kernberg, 1995, p. 48): questa è l’incarnazione del desiderio, ma anche di immagini, idee, valori e aspirazioni che rendono la vita degna di essere vissuta. Troppo semplicistico l’elogio di un’avventura sessuale come emblema del desiderio selvaggio e libero. L’amore maturo implica vera libertà individuale. “Il superamento dei confini del Sé […] è alla base dell’esperienza soggettiva di trascendenza” (O. F Kernberg, 1995, p. 49).

Ma è dura. La passione sessuale richiede di lasciarsi andare, di sperimentare una grossa dose costante di empatia. Fondersi senza arrivare alla simbiosi. Saper addentrarsi nell’altro e poi tornare indietro.

Kernberg nel suo libro riprende la dichiarazione d’amore di Hans Castorp a Claudia Chauchat nella Montagna incantata di Thomas Mann; “l’amore – dice Hans a Claudia – non è nient’altro che follia: qualcosa di insensato, di proibito, un’avventura nel male. Le dice che il corpo, l’amore e la morte – tutti e tre – non sono che una cosa sola“. (O. F Kernberg, 1995, p. 52).

E allora non trovate che non sia poi così facile amare? Che non è una rosa regalata a un anniversario né una casa arredata insieme, tantomeno una famiglia? Che non sia, invece, un sentimento trascendente quanto doloroso, coinvolgente quanto minaccioso? Significa darsi all’altro e accogliere l’altro. Significa passare dal freddo al caldo nel giusto equilibrio, avvicinarsi e distanziarsi come la sdraio di Bergeret.

E allora partner traditi, ossessioni, rimpiazzi repentini, colpi di fulmine. Sono davvero amore?

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