L’ADHD e la fabbrica di etichette

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Dicono che se un bambino è irrequieto, allora ha qualcosa che si chiama con una sigla. L’ADHD è una questione neurobiologica, ma a volte non sembra altro che una condizione in cui semplicemente un bambino si comporta in modo socialmente diverso dalla gran parte dei suoi pari o da quello che molti adulti si aspettano. Sarebbero bambini incastrati nella triade perfetta: impulsività, iperattività e difficoltà a mantenere l’attenzione.

L’ADHD è una condizione neurobiologica, quando è realmente presente e, come tale, appartiene al mondo delle neuroscienze. Ma servono test accurati per diagnosticarla. I test neuropsicologici, in fondo, valutano sintomi che potrebbero essere aspecifici, cioè relativi al rendimento causato dal deficit neurobiologico. Come per l’autismo: i sintomi sono quelli dell’autismo, ma il disturbo può non esserlo necessariamente, ma appartenere piuttosto ad un disordine dello spettro autistico. Somministrando qualsiasi test cognitivo, neuropsicologico (inteso come valutazione dei sintomi evidenti, quindi di eventuali comportamenti – aspecifici – che possono essere la rappresentazione di un disturbo neuropsicologico come di qualsiasi altra variabile ambientale o psicologica), si può valutare un bambino più irrequieto o distratto degli altri, ma assegnargli una diagnosi di ADHD o di Comportamento Dirompente o di Disturbo Specifico dell’Apprendimento è altra cosa.

Un genitore preoccupato spesso è alla ricerca di una causa prima che di una strategia di coping. Serve in qualche modo darsi una spiegazione tangibile. Serve sapere che se il bambino si comporta in modo così diverso dagli altri, questo ha una spiegazione che può essere racchiusa in un elenco per punti, una quantità di sintomi necessari ed altri accessori, una sigla e una spiegazione categoriale. Ma serve davvero? L’angoscia viene schematizzata per punti e messa in ordine.

Ciò che caratterizza l’ADHD secondo il manuale internazionale dei disordini mentali (DSM-IV-TR; DSM-V) è una condizione di disattenzione e/o di iperattività-impulsività più intensa di quanto si osservi in altre persone della stessa età. Questi sintomi modificano il funzionamento della vita quotidiana e compaiono prima dei 7 anni di età.

La diagnosi di ADHD è, quindi, caratterizzata da un insieme di comportamenti che alterano il rendimento nelle attività sociali, lavorative, scolastiche. I sintomi (aspecifici) sono caratterizzati da disattenzione, iperattività e impulsività. A tali grandi macro-aree di sintomi si associano difficoltà a mantenere l’attenzione ravvicinata ai dettagli, difficoltà ad organizzare compiti e attività della vita quotidiana, incapacità a rimanere seduti per lungo tempo, irrequietezza, eccessiva loquacità. I bambini dovrebbero avere almeno 6 di questi sintomi delle tre macro aree (inattenzione, impulsività, iperattività), mentre gli adolescenti possono presentarne anche solo 5.

I bambini con ADHD sono distratti, ma intelligenti, non riescono a stare seduti o fermi, a mantenere l’attenzione prolungata, sono distratti, non ascoltano, passano da un’attività all’altra con facilità, spesso non portano a termine le attività iniziate.

Sono bambini che a scuola hanno spesso l’insegnante di sostegno e l’Assistente Educativo-Culturale perché la loro condotta è così dirompente da rendere difficile anche l’uscire per andare in bagno o mangiare a pranzo.

Questi bambini che si comportano in un modo che frustra, da fastidio, che è “diverso” dagli altri bambini, che rende difficile la gestione della classe, ma anche al genitore di poter svolgere le attività quotidiane in tranquillità. È un bambino che cerca attenzione, cioè affetto (dal latino affectus -us, da afficĕre, impressionare].

Ma non sono questi tutti “sintomi” dell’infanzia? ? Di bambini vivaci, magari un po’ arrabbiati o tristi? I bambini, più sono piccoli, più si esprimono attraverso il corpo. Non sanno regolare il loro comportamento come gli adulti (dovrebbero), prediligono la via sensoriale nell’esprimersi. Il corpo rappresenta un mezzo d’espressione privilegiato. Sia per l’euforia, sia per il malessere. I segnali che comunica attraverso il corpo e il comportamento devono essere considerati sintomi che veicolano significati da decodificare. Che riflettono stati d’animo e sentimenti.

A chi serve, allora, la diagnosi? È da poco uscito un documentario di Stella Savino: ADHD – Rush Hour. Uno spunto utile per riflettere.

Una diagnosi così condiziona il bambino per tutta la sua infanzia e oltre e la sua sfera psicoaffettiva risente in qualche modo di questa etichetta.

Studi recenti e meno recenti, ci dicono come l’ADHD sia caratterizzato da ipercinesia, difficoltà nelle risposte inibitorie, deficit delle funzioni esecutive, deficit di regolazione dell’arousal, intolleranza all’attesa. L’ipotesi alla base di questi sintomi comportamentali e neuropsicologici è che esista un deficit (eccesso o difetto) nella produzione di dopamina. Nell’incapacità di mettere un freno al carico di stimolazione che diventa, così, eccessivo, con un deficit della memoria di lavoro, della capacità di processi decisionali e della risoluzione dei problemi: il bambino da la prima risposta – automatica e conosciuta – che gli viene in mente, quella e fa lo stesso con il comportamento. La disattenzione è, quindi, il risultato dell’iperattività gli impedisce di concentrarsi a lungo.

I fattori genetici, che sembrano essere implicati in questa condizione neurobiologica, contribuiscono alla sostanziale variabilità dei fenotipi nell’espressione dell’ADHD. Come ogni questione appartenente alle neuroscienze, l’influenza dei fattori ambientali fa la differenza. L’interazione gene+ambiente è in questo caso rappresentata da aspetti genetici, neurobiologici, ereditarietà e variabili correlate all’ambiente di vita, cioè a traumi fisici (danno cerebrale di origine traumatica), ictus, ma anche importante deprivazione psicoaffettiva e ambientale precoce, fattori familiari, tabagismo della madre durante la gravidanza. La nicotina, infatti, ha un ruolo importante nella modulazione dell’eccessiva crescita dendritica e delle connessioni neurali (correlata alla memoria di lavoro, aspetto critico nell’ADHD). I sintomi dell’ADHD devono essere, quindi, interpretati su un piano comportamentale, ma soprattutto neuropsicologico. Di fatto, i fattori bio-psico-sciali interagiscono nell’esordio del disturbo.

Le Funzioni Esecutive sono coinvolte nelle abilità di integrazione, sintesi, pianificazione, organizzazione, elaborazione di dati dell’esperienza e dell’apprendimento già acquisito. Permettono l’esecuzione di una sequenza ordinata di azioni che devono essere pianificate, appositamente scelte e monitorate. Nei bambini con deficit delle FE si nota la difficoltà a stabilire ordini di priorità nello svolgere dei compiti, la difficoltà a mantenere il focus dell’attenzione e nell’eseguire più compiti allo stesso tempo; difficoltà a procrastinare i bisogni e a controllare le risposte automatiche; rallentamento della risposta agli stimoli e difficoltà nell’autoregolazione delle emozioni.

Tutte queste “difficoltà” per come le percepiamo in  relazione alla maggioranza dei bambini (e adolescenti e adulti poi) non possono essere, in fondo, i segnali psicologici e comportamentali di bambini preoccupati, tristi o arrabbiati?

E i fattori psicologici sono un tutt’uno con il corpo e la neurobiologia?

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