Sulla prostituzione, i clienti e gli spettatori

C’è una strana usanza che molti, lontani da ogni riflessione di rilievo, definiscono “il mestiere più antico del mondo”, chiudendo così una questione meschina, fatta di sfruttamento e stupri, soldi e sesso, clientele, padroni e anche di gente che sta a guardare. Per molti sarà stato simpatico fare un viaggio ad Amsterdam e vedere donne in vetrina a cui qualcuno avrà anche fatto visita, alla ricerca di un sollievo temporaneo a qualche senso d’impotenza, nell’illusione di un potere insano.

Quando poi si propongono i quartieri a luci rosse in una città come Roma, alcuni gridano indignati. Quegli stessi che invece non si indignano per quelle strane usanze di ordinare donne giovani a domicilio per farle arrivare qui direttamente da Paesi lontani, ignorando magicamente poi che sono quelle stesse vittime di tratta e sfruttamento “ordinate” per appagare desideri di uomini italici di ogni età e status sociale.

Non è la prostituzione, dunque, una grande questione di ipocrisia? Di clienti e spettatori, ma anche di tutti coloro che si appigliano alla questione della scelta. Credo che una persona che si prostituisca non lo faccia mai per scelta. Non è una scelta lo sfruttamento o la tratta, non è una scelta la povertà che porta sulla strada. Non esiste prostituzione senza aguzzini, neanche in quei casi in cui una persona arriva sulla strada da sola. Mi hanno spiegato che questi marciapiedi hanno una proprietà, che si paga un costo per il loro affitto, che se un giorno scendi in strada per prostituirti, allora diventi inevitabilmente schiava del tuo aguzzino e paghi anche tu l’occupazione di quel marciapiede.

La prostituzione, per chi si prostituisce, non è una perversione. Perversione è la scelta di ottenere un godimento insano da una persona non consenziente, questa è perversione. Pensate davvero che una prostituta sia libera di acconsentire a quel rapporto a pagamento? Pensarlo forse ci libererebbe da ogni riflessione, da ogni indagine profonda del mondo, ma prima di tutto di noi stessi. I clienti delle prostitute non sono lontani da noi, ci stanno attorno, alcuni mentono e se ne vergognano, altri ne parlano come trofei di gloria. Trofei deboli, conquiste d’incapacità nel ricercare piaceri vitali, ricordi di viltà, di grettezza, di quel mix di godimento e illusione di potere che fa arrivare i giovani a tremare. Sì, così mi hanno detto, nell’arrivare al rapporto sessuale tremano, tanta è la veemenza e l’aggressività.

Una riflessione ci aiuterà a comprendere queste terribili usanze e questo scadimento della persona. Questa ricerca di godimento accostata al bisogno di potere. Un potere falso, ingannevole, magari appartenente a personalità altrove impotenti. Un odio che si confonde con il godimento. Godimento che è diverso dal piacere, sensazione percepita grazie alla diminuzione della tensione dell’Io. Il godimento, invece, implica proprio il mantenimento di una tensione che via via aumenta, è uno stato di tensione insopportabile, uno stato di esaltazione e anche un senso di isolamento ed estraneità (per un oggetto di piacere altro da sé). Riflette un po’ una condizione al limite tra vita e morte, fra desiderio e tensione intollerabile che porta al punto di tensione massima che conduce inevitabilmente all’esaurimento, allo sfinimento. Il godimento non lascia spazio alla mentalizzazione, alla relazione con l’oggetto, al riconoscimento dell’Altro, ma si riflette sul corpo mediante un’azione cieca, isolata, che non contempla lo scambio, che non ha significanti. Tutto è centrato sul corpo, non c’è spazio per il pensiero.

Seguendo l’origine della perversione, Bergeret (1996) ne descrive diverse sfumature, dal carattere alla psicopatologia. Ma non è solo questione di perversione, è anche l’origine di un trauma. Il trauma dell’usurpazione continuata e prolungata del proprio corpo che rappresenta quei traumi cumulativi descritti da Masud Khan. Quel vissuto di precarietà dell’esistenza costante, ripetuto e prolungato nel tempo che rende la persona impotente davanti a una situazione di sofferenza, privazione e dolore. Quel trauma che cambia le persone, che le rende paurose, rabbiose, che le allontana dalla cura di sé, che le rende inermi e vittime, che le fa rinunciare magari anche alla ribellione.

Nel legame con la prostituzione, la disumanizzazione è la chiave che permette un uso dell’oggetto distaccato (imparato, chissà, in altri luoghi e in altre ere): come descrive Bergeret (1996), il diniego (della realtà) si focalizza sul sesso della donna (e caratterizza l’organizzazione perversa).

La posizione in cui la persona si pone nel considerare l’altro come un qualcosa di inumano può in qualche modo riflettere la propria percezione di sé, l’essere impenetrabile davanti alla disumanizzazione perché la si riconosce in qualche modo come propria. Questo vuoto di affetti permette di vedere l’altro come un oggetto inerme e può essere riempito con odio, rabbia, senso di potere. Questo “scambio” (in realtà proiezione) di caratteristiche non umane permette di riversare i propri vissuti (oggetti) di odio (sadici e persecutori) sull’altro. L’altro diventa un oggetto di odio e questo odio viene erotizzato.

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