Sulla terminologia sociale

La terminologia, questa sconosciuta. Siamo circondati dalla violazione della regole basilari non solo della grammatica italiana, ma anche di opinioni gratuite all’interno di mezzi di comunicazione che tutto dovrebbero essere fuorché lo spazio personale di qualche fortunato che ne può disporre o che se ne appropria non proprio correttamente.

Terminologia di genere, di cultura e di differenze etniche.

Chi ha commesso un furto? Risulta fondamentale sapere se è stato un italiano, “un italiano vero” oppure uno che in Italia c’è nato o ci è venuto a vivere, ma italiano vero non è. Come se il crimine avesse una “razza”, come se intanto esistessero le razze. Come se il crimine cambiasse se a commetterlo sia stato qualcuno con un documento scritto in italiano o in qualche altra lingua.

Anche noi italiani siamo stati migranti. Anche noi siamo diventati italiani dopo generazioni che magari chissà da quale posto del mondo vengono. Anche noi veniamo da generazioni migranti, da italiani non riconosciuti dai documenti, da stranieri entrati in un nuovo confine. Anche le nostre passate generazioni magari sono emigrate dal loro Paese lontano, con una valigia mezza vuota. Anche i nostri avi magari hanno viaggiato per settimane, magari anche loro sono arrivati in un Paese che inizialmente non li voleva. Magari hanno anche rubato alcuni di loro, in una vita di stenti fatta di sopravvivenza e malessere. Magari altri non l’hanno fatto, hanno affrontato la povertà in altri modi.

Ma allora cos’è che rende alcuni così arrabbiati addirittura da storpiare la terminologia, da sacrificare la grammatica, da incitare l’odio attraverso piccole sfumature sottili nascoste in un articolo di giornale o in un programma televisivo di bassa qualità, ma dallo share degno di nota?

La paura dello straniero è cosa nota.

Quando il bambino è molto piccolo e si torva a dover intraprendere le sue prime, primissime tappe di sviluppo, c’è un momento di cambiamento nella relazione con il suo oggetto primario di relazione.

L’angoscia dell’estraneo rappresenta, così, una fase normale dello sviluppo, un organizzatore della maturazione psicologica, che avviene verso l’ottavo mese. Il bambino inizia a comprendere e distinguere l’esistenza di un oggetto conosciuto ed uno estraneo, appunto, cioè nuovo, non conosciuto. Nel momento in cui capisce che il suo caregiver è cosa diversa da lui, il bambino teme allo stesso tempo di perderlo, esperienza che viene vissuta come assolutamente pericolosa, terrificante. Questa paura per l’estraneo gli permetterà di riconoscere e ricercare il suo primo oggetto d’amore, il caregiver primo dispensatore di cure, prima figura di relazione, componente della diade originaria prima dell’arrivo del terzo separatore (l’altro genitore o un’altra figura significativa).

E allora forse non è lo straniero considerato come un estraneo da una personalità ancora poco armonica, in qualche modo sicura e nel profondo fragile? Non può forse essere visto l’odio per lo straniero come un’esacerbazione  di un’angoscia antica, ma neanche troppo, forse più strutturata? Non necessariamente un’angoscia originaria che non è mai cambiata, ma un risveglio di quell’angoscia “primaria”, che si ripresenta nella vita più o meno adulta, magari a causa di una fragilità del Sé, un malessere reattivo, un disagio sociale?

Questa angoscia dell’estraneo che si tramuta in odio la si può leggere in tante questioni sociali. Gli “stranieri” che commettono reato vengono odiati e messi alla gogna, ma anche quei delinquenti che commettono reati socialmente detestati, non vengono trattati con un odio eccessivo e personalizzato? Tu straniero, delinquente, sei sporco e cattivo e rappresenti tutto il male che io non voglio vedere in me, per questo meriti di essere non allontanato, ma disprezzato. Ricercato, odiato, e ancora ricercato, nel senso proprio che ti vengo a cercare, ti aspetto sotto i Tribunali per urlarti il mio odio, parlo di te al bar con gli amici, commento le notizie che ti riguardano in spiaggia sul mio lettino. Tu raccogli in te solo tutto quella cattiveria che io disprezzo. E che arrivo anche a odiare, per di più. Ma io quella cattiveria allora la conosco. Devo averne una traccia di conoscenza, devo averla esperita, vissuta, sentita, percepita in qualche modo. È stata la mia? Quella di qualcun altro che in altri momenti me l’ha fatta vivere contro la mia volontà? Sta di fatto che di quel male io ne ho conoscenza e non lo voglio in me, lo butto via, e tu sei il mio capro espiatorio perfetto, che calza perfettamente, che può essere l’involucro esatto del mio male. Così tu prendi la forma del mio malessere, di quelle parti cattive di me che io non voglio. Ma non le butto via e basta, perché quel male ormai mi appartiene così tanto che io devo continuare a seguirlo, a controllarlo in qualche modo, a tenerne traccia. E così, buttandotelo addosso, io posso continuare a seguirlo parlando di te, cercandoti fra i giornali, parlandone con la società, veicolando odio con l’odio, diffondendo il malessere e il disagio con le parole, gli atteggiamenti, la violenza sociale e fra le mura di casa.

Ma i più dimenticano che quell’odio rimane e non è facile cacciarlo via così. I migranti passano, i delinquenti li arrestano, i fenomeni sociali mutano.

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E per rimanere in tema:

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/scritto_e_parlato/ministro.html

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