DALLA PSICOSOMATICA ALLE SOMATIZZAZIONI. Mente-corpo in età evolutiva

Per un bambino piccolo il corpo rappresenta un mezzo d’espressione privilegiato. Le manifestazioni somatiche, soprattutto nei primi mesi di vita, sono strettamente connesse con i suoi processi di maturazione e sviluppo.


Molto tempo prima di giungere all’apprendimento della realtà esterna, la mente individuale è in grado di apprendere il funzionamento del corpo. L’inizio del processo di differenziazione della mente dal corpo potrebbe essere ricollocato addirittura alla vita intrauterina.
Lo sviluppo della mente è un processo graduale che muove dal corpo alla psiche, è simile ad un “emergere dal corpo” che coincide con la graduale acquisizione del Sé corporeo (Gaddini, 1981). La natura della relazione d’attaccamento che il bambino instaura con la figura d’accudimento sembra essere centrale nello sviluppo delle somatizzazioni, soprattutto in quelle precoci che riguardano i primi anni di vita.

Secondo Winnicott (1958), il neonato alla nascita si trova a vivere in una corrente primaria di momenti non-integrati, in cui desideri e bisogni vengono gradualmente soddisfatti dalla madre sufficientemente buona. La figura materna ha la funzione di aiutare il bambino a realizzare un’adeguata integrazione psicosomatica, attraverso la quale viene acquisita la “capacità della psiche di abitare nel soma” (Winnicott, 1958). All’opposto, un fallimento in questo processo di integrazione crea “un’insicurezza dell’abitare dentro o conduce alla depersonalizzazione” (Winnicott, 1966).
La preoccupazione materna primaria di Winnicott è una condizione psicologica materna necessaria, che permette lo sviluppo del bambino, favorendo la trasformazione dei bisogni del corpo in bisogni dell’Io. La figura materna, estremamente sensibile e ricettiva ai bisogni del bambino, riconosce e dà significato agli stimoli da lui provenienti, facilitando la costruzione della sua identità. 

La relazione madre-bambino costituisce un complesso sistema d’interazione in cui la figura materna funge da regolatrice del funzionamento affettivo, ma anche, e soprattutto, del funzionamento fisiologico del bambino. L’apprendimento fisiologico, infatti, sicuramente precede l’apprendimento mentale (Gaddini, 1981). Nel bambino è dominante la sfera biologica e fisiologica: essa influenza sempre la nascita dei pensieri. La regolazione e la sintonia affettiva nella relazione madre-bambino gioca un ruolo cruciale nello sviluppo dei disturbi di somatizzazione, poiché una disfunzione in questa sintonizzazione affettiva può portare a livelli precoci di frustrazione nel riconoscimento dei bisogni e degli affetti. In questo modo il dolore emotivo può manifestarsi invariabilmente come “dolore nel corpo” (Carratelli, Lanza, 1998).
Una relazione madre-bambino che sia stabile e coerente, ricca di scambi affettivi e flessibile negli adattamenti reciproci, può evitare lo sviluppo di una disorganizzazione psicosomatica da parte del bambino. Secondo Fain (Kreisler, Fain, Soulé, 1974) le cure materne primarie rappresentano un fattore determinante per una corretta integrazione della mente al corpo del bambino.

Secondo Gaddini (1981) la mente inizierebbe a differenziarsi dal corpo già nella vita intrauterina, ma solo successivamente alla nascita si svilupperebbe un modello mentale parallelo a quello corporeo. Le successive differenziazioni della mente dal corpo si
baserebbero, secondo l’autore, sullo sviluppo mentale graduale, che origina dall’acquisizione del Sé e dall’instaurarsi della memoria. Nella situazione intrauterina, alcuni comportamenti del feto sembrano essere l’espressione di un apprendimento fisiologico in cui, in mancanza di una consapevolezza mentale di sé, il limite spaziale potrebbe essere rappresentato dal sacco amniotico.
Dopo la nascita, il funzionamento fisiologico viene influenzato da una grande varietà di situazioni e stimoli che pongono il neonato in una condizione di apprendimento e sviluppo ed anche di vulnerabilità. È a questo punto che si può iniziare a parlare del concetto di holding proposto da Winnicott.

Più il bambino è piccolo, più esprime i suoi stati d’animo ed il suo disagio attraverso il corpo. Le somatizzazioni, infatti, sono piuttosto comuni nell’infanzia ed anche nell’adolescenza. I disturbi di somatizzazione, come ad esempio i dolori addominali ricorrenti (DAR), frequenti mal di schiena (back pain), l’asma o le cefalee, devono essere considerati sintomi che veicolano significati da decodificare. In una prospettiva integrata bio-psico-sociale delle somatizzazioni, devono essere valutati fattori organici e fattori psicologici, al fine di poter ottenere un quadro clinico completo e dettagliato.

Alla base di una somatizzazione, c’è, quindi, un insieme di fattori psicologici ed emotivi ed una predisposizione costituzionale. Nell’eziologia di un disturbo di questo tipo ad esordio nell’infanzia vanno considerate una serie di concause spesso difficili da rintracciare. Proprio per questo motivo, l’anamnesi del bambino è di importanza cruciale. La storia del bambino va definita assieme ai genitori, a partire soprattutto dal rapporto della coppia genitoriale, dalla gravidanza, per poi proseguire con la nascita. È importante raccogliere dati su eventuali complicanze di gestazione, sull’andamento dello sviluppo del bambino e sulle tappe evolutive. Il rapporto con la scuola, con la famiglia, con i pari: sono temi molto importanti nell’età evolutiva. Un cambiamento in queste aree può essere centrale nella comprensione di una somatizzazione.

Il chiarimento di un disturbo di somatizzazione parte da un’indagine approfondita che considera il bambino in una prospettiva medica e psicologica, indaga influenze eziologiche ed eventi contemporanei alla manifestazione psicosomatica, considera la relazione del bambino con le figure d’attaccamento e con gli Altri Significativi e ne indaga le caratteristiche della personalità, osserva la famiglia nel suo insieme e nel suo funzionamento generale.
Il disagio psichico è la chiave di valutazione delle somatizzazioni. Attraverso il corpo, infatti, il bambino manifesta un malessere interno, psicogeno, che non sa o non può esprimere altrimenti.
Un fattore molto importante nella psicosomatica infantile è il momento d’insorgenza della somatizzazione nello sviluppo del bambino.

Secondo Lebovici e Soulè (Chiozza, 1982), le malattie psicosomatiche dell’infanzia scompaiono quando vengono sviluppate altre modalità di scarica delle tensioni emotive attraverso elaborazioni mentali, sensoriali e motorie. Secondo Kreisler (1974), l’espressione somatica di un disagio può essere compresa relativamente all’età, allo stadio di sviluppo psicoaffettivo e mentale in cui il bambino vive. Dunque, il concetto di datazione è importante per sottolineare come particolari disturbi somatici sembrano manifestarsi più frequentemente in determinate tappe evolutive psicofisiche dell’infanzia.

La patologia psicosomatica implica un difetto che impedisce di mentalizzare il disagio ed il conflitto interno, mantenendoli investiti nel corpo. La separazione mentecorpo è caratteristica della psicopatologia e si esprime o nel soma o nell’agire.

Il motivo per cui disagi e difficoltà vengono espressi fisicamente è un problema di tipo psicologico ed ha a che fare con l’eziologia della malattia. L’origine della malattia racchiude in sé un insieme fattori codeterminanti. Il paziente psicosomatico agisce all’interno di sé (acting in), in contrasto con l’acting out, ossia l’agire fuori, all’esterno di sé.
Con il termine acting in si intende definire l’agire nel corpo, all’interno di se stessi, organizzando una risposta somatica o sintomo. Lo scopo di questo agire è la scarica, all’interno del corpo, di tensioni che la mente non sa gestire, in quanto troppo difficili da affrontare e sostenere. L’agire all’interno di sé produce alterazioni fisiologiche del comportamento. Anche riguardo l’acting out è possibile dire che le tensioni emotive vengono espresse, ma in questo caso esse vengono agite fuori, all’esterno, o semplicemente vengono agite. L’acting out ha a che fare con la realtà oggettiva, esterna, con l’apparato motorio ed il suo scopo è, come, in effetti, per l’acting in, quello di scaricare tensioni insostenibili per la mente (Kreisler, 1987).

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