Children Left Behind (Orfani Bianchi) e la Sindrome della Badante.

Dopo il 2008, con gli studi di Unicef (2008) sulle conseguenze dell’immigrazione sui minori, si è andata sviluppando sempre maggiore attenzione sugli effetti che le dinamiche migratorie hanno sulle famiglie transnazionali e sui bambini e gli adolescenti coinvolti, sia in Europa che nei Paesi extra-UE.

Nel 2012 la Commissione Europea ha pubblicato un report riguardante i gruppi di persone definite vulnerabili che risentono degli effetti della migrazione: “Social Impact of Emigration and Rural-Urban Migration in Central and Eastern Europe”.  Questo documento evidenzia gli effetti della migrazione nei Paesi dell’Europa Centrale e dell’Est.

Il report mette in luce il fenomeno migratorio per questi Paesi soprattutto dal punto di vista sociale, politico ed economico. Viene fornita una sintesi per comprendere i maggiori trend migratori che coinvolgono gli Stati-membri, i Paesi candidati all’ingresso nell’Unione Europea e i Paesi dell’Europa dell’Est, con un occhio al mercato del lavoro, allo sviluppo sociale e regionale. Lo studio evidenzia nello specifico i Paesi UE ed extra-UE maggiormente coinvolti in questi nuovi fenomeni migratori e più svantaggiati dalle condizioni sociali, economiche e legate al mercato del lavoro.

Viene, inoltre, sollevato il tema della sicurezza sociale che rientrano anche all’interno di un più vasto aspetto che è quello del benessere dei minori in condizioni di svantaggio sociale (European Commission, 2013).

Questi studi internazionali dimostrano come i flussi migratori che riguardino diversi Paesi fra cui quelli dell’Unione Europea e soprattutto l’Italia siano ormai estremamente attuali e vadano a caratterizzare fortemente le realtà sociali, economiche e lavorative delle nazioni coinvolte.

Parlare di migrazione oggi in Europa comporta, però, la conoscenza di alcune sfumature di terminologiche e giuridiche assai importanti. Innanzitutto è importante distinguere tra cittadini europei e non europei e anche fra rifugiati, richiedenti asilo e cittadini in mobilità professionale (mobilità intra- UE e extra-UE). Questo non per mera esigenza di categorizzazione, ma perché non a caso esiste una grande Comunità che è l’Unione Europea ed è fatta di Paesi, leggi e diritti. Sebbene la categorizzazione non facilmente aiuti a comprendere la diversità delle persone che decidono di lasciare il proprio Paese per spostarsi in un altro, quindi la valenza umana e le singole sfumature di ognuno di questi individui, sapere almeno di cosa si parli giuridicamente aiuta sicuramente tutti i professionisti e gli operatori che si trovano a lavorare in questo specifico ambito psico-sociale a capire come muoversi, cosa poter fare, a chi rivolgersi, quali servizi ricercare e come per offrire assistenza e sostegno ai cittadini migranti o in mobilità.

Ciò sta semplicemente a significare che il cittadino europeo già gode di una serie di diritti fondamentali, legati alle politiche del lavoro, del welfare, dell’assistenza sanitaria che non sempre gli vengono automaticamente riconosciuti o non senza difficoltà vengono messi nella condizione di poterne usufruire. Diverse sono le ricerche che si sono occupate di studiare i fenomeni migratori e di mobilità intra-UE e l’Unione Europea ed altre organizzazioni che si occupano di fenomeni migratori conservano delle banche dati di progetti e studi effettuati nel settore.

All’interno delle dinamiche migratorie e di mobilità intra-UE, diversi fenomeni si stanno palesando agli occhi di un’Europa che vede i suoi cittadini e quelli extra-comunitari muoversi sempre più per motivi di lavoro e per cercare miglior condizioni di vita per sé e per la loro famiglia.

L’importanza di conoscere tali fenomeni e le più piccole sfumature che essi comprendono permette di lavorare con criterio e conoscenza con le persone che richiedano di intraprendere un percorso clinico, psicoterapeutico, psico-sociale o con le quali si lavori in una struttura specifica o un servizio territoriale.

Vista la vastità del fenomeno migratorio e di mobilità intra-UE, tutte le figure coinvolte, dall’operatore sociale che lavora in una struttura pubblica allo psicoterapeuta che esercita in uno studio privato, dovrebbero saper riconoscere l’importanza di questi fenomeni sociali con uno sguardo verso la psicologia transculturale.

Si parla di uomini, donne e bambini che si spostano dal loro Paese d’origine verso un altro, sia esso europeo oppure no. Hanno diverse età, ma l’Unione Europea ci dice che quelli che maggiormente si spostano da un Paese all’altro rientrano nell’età lavorativa dai 16 agli 86 anni (popolazione attiva).

All’interno di questo grande flusso di famiglie transnazionali che, un po’ per scelta, un po’ per obblighi professionali, si spostano da un Paese all’altro, esistono fenomeni specifici che riguardano i diversi protagonisti coinvolti.

Spesso la scelta migratoria non è sempre desiderata o comunque porta con sé una serie di rinunce e compromessi. È questo il caso di uomini e donne che si spostano per motivi professionali in cerca di un futuro migliore per sé e le loro famiglie. Sono spesso madri e padri che si spostano a causa di difficili condizioni di vita che vivono nel loro Paese d’origine e che, per offrire un futuro migliore a se stessi e ai loro figli, decidono di spostarsi per motivi professionali. È bene qui precisare che non sempre si tratta di condizioni di disagio estremo come un occidentale potrebbe pensare di Paesi in via di sviluppo. Basti pensare che nella stessa Europa, anche fra quei Paesi membri di vecchia data, cioè che hanno contribuito alla fondazione delle radici della Comunità Europea, un gran flusso di persone si sposta all’interno della stessa Europa o altrove per motivi professionali, per cercare sia migliori condizioni di lavoro, ma anche perché ormai la mobilità professionale è all’ordine del giorno. È diventato, cioè, normale spostarsi da un Paese all’altro per lavoro, cioè solamente per lavorare e non necessariamente per scappare un disagio per andare verso una condizione di vita migliore e drasticamente diversa. Scienziati, ricercatori, funzionari, imprenditori si spostano continuamente da un Paese all’altro.

Comprendendo, quindi, la mobilità intra ed extra-UE come un fenomeno estremamente comune, possiamo individuare al suo interno condizioni di benessere e disagio in diverse proporzioni. Molto spesso i nuovi Paesi membri, quegli Stati, cioè, che sono entrati  nell’Unione Europea negli anni recenti, si trovano spesso a dover spostarsi per applicare le loro conoscenze professionali o effettivamente per ricercare condizioni di vita migliori che nel loro Paese ancora non riescono ad ottenere.

È questo il caso di molti cittadini provenienti dalla Romania, dalla Moldavia, dalla Polonia, solamente per citarne alcuni.

Queste persone si spostano spesso da sole, dovendo lasciare a casa il resto della famiglia. Si tratta qui di condizioni maggiormente precarie, in cui il lavoratore che si sposta lo fa non potendo portare con sé la famiglia. Lo fa sì per scelta volontaria, ma forse anche un po’ obbligata, perché chi vorrebbe dividersi dai propri figli lasciandoli a casa per emigrare?

Sono queste le scelte coraggiose e anche un po’ drammatiche che i nuovi lavoratori devono affrontare.

Estremamente attuale è il fenomeno di quei bambini chiamati Children Left Behind o Home Alone o Orfani Bianchi in italiano. Diversi termini per descrivere un fenomeno comune, quello dei bambini che rimangono a casa nel loro Paese d’origine mentre i genitori si spostano in cerca di lavoro. Sono bambini che rimangono con le loro famiglie d’origine o con la famiglia allargata o anche in strutture ed istituzioni. Spesso in attesa di raggiungere i genitori, spesso in attesa che siano loro a far ritorno. Sono spesso figli di quelle tante donne che in Italia trovano lavoro come assistenti familiari, più comunemente chiamate badanti. Quelle donne che vanno a vivere nelle case delle persone di cui si prendono cura, che trovano alloggio in una stanza in cui non c’è spazio per un marito né tantomeno per un figlio.

È una condizione drammatica, ma anche in un certo senso funzionale per il Paese ospitante. Comoda perché una donna sola è maggiormente disponibile a lavorare e soprattutto ad alloggiare in una stanza singola. È una condizione migliore per il datore di lavoro e se vogliamo anche per la donna stessa. Se il lavoro prevede vitto e alloggio, sarà più facile accettare queste condizioni piuttosto che far trasferire l’intera famiglia. Allora è qui che il problema diventa sociale e politico.

Diversi progetti di ricerca e intervento si concentrano sull’assistenza dei minori che rimangono a casa. Parliamo di Paesi maggiormente coinvolti come Romania, Polonia, Moldavia, Latvia, Lituania.

All’interno di questo grande e specifico fenomeno, non si possono considerare solamente aspetti politici e sociali. Diverse componenti sono coinvolte nelle dinamiche migratorie europee ed internazionali.

Quelle che vengono chiamate spesso famiglie transnazionali si trovano ad affrontare una serie di cambiamenti non solamente professionali, ma soprattutto sociali, di integrazione, psicologici imprescindibili nella gestione di un cambiamento tanto grande.

Sono donne che soffrono di isolamento, che devono far fronte alla gestione del cambiamento e a dinamiche legate ad una genitorialità a distanza.

Sono donne che spesso sviluppano sentimenti di tristezza, vuoti e vissuti depressivi. È quella che viene chiamata la Sindrome della Badante o Sindrome Italia, proprio perché molte di queste donne lavorano nel nostro Paese.

È di vuoti che si sta parlando, di isolamento e di convenienza. Un Paese occidentale fiero d’esser moderno che a malapena riconosce la Romania come membro dell’Unione Europea, si riduce ad isolare e ad utilizzare le nuove lavoratrici e assistenti familiari, non le riconosce e ne alimenta lo stigma.

L’incontro è quindi tra la pratica psicoterapeutica e le politiche sociali, del lavoro e del welfare che riguardano le famiglie transnazionali.

BIBLIOGRAFIA

EUROPEAN COMMISSION, 2013. COMMISSION RECOMMENDATION of 20.2.2013. Investing in children: breaking the cycle of disadvantage. Brussels, 20.2.2013, C(2013) 778 final.

UNICEF (2008) National analysis of the Phenomenon of Children Left at Home by their Parents who Migrate Abroad for Employment. UNICEF, Alternative Sociale Association, Gallup Organisation Romania, Romania.

Link correlati:

http://www.huffingtonpost.it/2014/05/09/romania-sindrome-italia_n_5295426.html

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