UNA RIFLESSIONE SULL’ACCOGLIENZA

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Tempo fa mi ritrovai in un centro per donne vittime di violenza ed ebbi la possibilità si conoscere da vicino i progetti di intervento attivi in questo settore sul territorio.

Ancor prima della violenza di genere, della tratta, del femminicidio, mi sembra che nei contesti di “intervento” sia centrale una breve riflessione su cosa significhi accoglienza, presa in carico, utenza.

Ma bisogna, forse, iniziare a differenziare i diversi contesti. Quello legato al mondo dei cittadini migranti (extra-UE) e alla tratta e allo sfruttamento che a questa stessa condizione sono spesso legati, è un contesto ancor più complesso. Ma, in generale, il settore sociale, quello che in tanti hanno bisogno di categorizzare come “terzo settore”, come se ciò li aiutasse a capire di cosa si tratta, è un mondo pieno di solidarietà spicciola e anche un po’ forzata. Una solidarietà in nome della pietas cattolica che caratterizza l’operatore/trice capace di fare del bene, di aiutare e di migliorar(ti). Il settore sociale non è, quindi, esente dai rischi da buon cittadino fedele della Messa della domenica mattina, quando se ne ricorda, o da quello conoscitore dei popoli e sognatore di una società giusta. Per lavorare bene nel sociale non bisogna essere altruisti, ma responsabili e capaci di giudizio che non sia emotivamente goffo. Solidarietà ok, empatia ancor meglio, ma astenersi altruisti calorosi. Il sociale è fatto di progetti, interventi, prese in carico, accoglienza, utenti, crisi economica, emergenza, salute, rete con gli Enti locali, lavoro multidisciplinare, riunioni d’équipe.

In questo stesso settore sociale e dell’accoglienza ho incontrato un senso di oppressione e di incomprensione, un vissuto di obbligo, cecità, incapacità di riconoscere l’altro. Ho incontrato l’assistenzialismo, tutto il contrario dell’ospitalità e dell’accoglienza. Ho incontrato l’integrazione – integrazione a che? Alla società in cui si arriva o si vive dopo anni di tratta? Non è forse compito dell’operatore/trice offrire un progetto di sostegno, partecipazione, cura di sé per essere capaci di uscire dalla condizione di vittima (di tratta, prostituzione, violenza) e tornare protagonista?

Ho avuto la sensazione di un rispetto cieco di regole cieche, ma anche di una pretesa di uno scambio affettivo (unilaterale poi, che non serve ad altro che a far sentire operatori/trici bravi uomini e brave donne solidali e generosi/e, ma ricambiati/e dell’amore che regalano). Di una confidenzialità, di un rompere il confine professionale, ma andare verso l’integrazione affettiva a tutti i costi, alla condivisione sine qua non di certi canoni culturali esclusivamente appartenenti a chi gestisce “l’accoglienza”. Non viene calcolata la cultura e come essa significhi anche specificità nell’esprimere se stesse, richiedere aiuto, essere disponibili allo scambio affettivo?

Loro, piccoli uomini e donne borghesi che giocano a far i/le solidali, ma che non sono altro che persone di potere. Non è questa l’accoglienza che ho in mente io. Accoglienza, comunità e sostegno sono per me tutt’altro. Rendere la donna consapevole della propria storia, di gestirla, elaborarla, ma prima di tutto affrontarla e parlarne. Lavorare sulla convivenza, sul dover comprendere, creare e accettare prima di tutto il percorso da intraprendere. Tutto questo permette l’accoglienza.

Integrazione significa integrarsi tutti e tutte, condividere, vivere insieme. Condividere culture, burocrazia, progetti di intervento. I centri di accoglienza, questi meno conosciuti, non sono solo un parcheggio, un alloggio per trovare lavoro e ottenere il permesso di soggiorno. Non sono uno spazio di intervento, un luogo dove leccarsi le ferite, riprendersi e recuperare? Un luogo in cui affrontare il trauma della tratta, la perdita della propria patria, la lontananza dalla propria famiglia, l’incubo di essere cercate da maman o scafisti? Ma anche il lutto per quella stessa patria e quella stessa famiglia che talvolta le ha vendute e messe in pericolo? Che non gli ha saputo fornire una sicurezza? Che non le ha tutelate?

Immagine tratta da: http://www.parodos.it

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