VAI IN GUERRA, UCCIDI E MUORI. Su Andrew Bannan e il Disturbo Post-Traumatico da Stress

5_fig002La parola trauma deriva dal greco τιτρώσκω, che significa danneggiare, perforare, ledere, con riferimento ad una ferita con lacerazione e agli effetti di un urto violento e doloroso sull’organismo. Inizialmente utilizzato dalla medicina chirurgica, il termine viene poi adottato dalla psichiatria e dalla psicologia clinica del XVIII secolo per descrivere quella condizione in cui un evento estremo e soverchiante rende l’individuo inerme e incapace di reazione, lede la capacità organizzativa e regolatoria dell’Io, che determina uno stato di impotenza. L’impatto e la dimensione di questo evento dipende dalle risorse individuali e dalle capacità di adattamento, rendendo la risposta al trauma strettamente soggettiva.

Una distinzione iniziale vede, da un lato, un trauma fisico, riguardante una lesione fisica, una ferita che origina da agenti esterni di aggressività e violenza1, ed un trauma psichico, cioè un’emozione forte ed invadente, un senso di sopraffazione che colpisce l’individuo nella sua totalità, rendendolo indifeso e incapace di reagire. Si tratta di un’esperienza connotata negativamente, che genera disorganizzazione e disregolazione psichica e biologica.

1Tuttavia, può rientrare nel concetto di trauma psichico anche una condizione di malattia medica cronica, in quanto condizione di malessere e disagio ad impatto destabilizzante e reiterata (trauma cumulativo, M. Khan).

Il trauma psichico riguarda una situazione di pericolo o di dolore che minaccia l’individuo e ne mette a rischio il suo benessere psichico e fisico. Si può trattare di una situazione direttamente subita oppure osservata, in cui fondamentale è la valenza soggettiva di dolore e pericolo che ogni singolo individuo associa a quell’evento, la percezione traumatica che la persona ha di quel trauma.

La definizione di trauma psichico appare correlata alle reazioni dell’uomo in risposta ad eventi eccezionali o catastrofici, come guerre, catastrofi naturali, violenze fisiche e sessuali, incidenti. Il trauma psichico si presenta, dunque, come una risposta ad un’emozione fortemente violenta, capace di alterare anche in modo permanente la personalità di un individuo e condizionando le successive risposte a simili esperienze successive.

Secondo Anna Freud la tolleranza a situazioni ambientali stressanti e traumatiche aumenta con lo sviluppo dell’Io, dunque, nella prima e seconda infanzia il bambino si ritroverebbe a vivere in un periodo di estrema sensibilità alla frustrazione derivante da eventi spiacevoli e ai sentimenti associati.

In una condizione di esposizione ripetuta al trauma, l’individuo si ritrova a vivere un trauma da tensione (Kris, in Tyson, Tyson, 1995), contrapposto al trauma da shock, acuto, isolato e collegato ad uno specifico momento temporale. Nel 1963 Khan, attraverso il concetto di trauma cumulativo, intende descrivere quella condizione reiterata, prolungata nel tempo e cronica, nella quale i ripetuti fallimenti messi in atto dal caregiver nella cura del figlio conducono allo sviluppo psicopatologico del bambino, alterando il processo si sviluppo delle funzioni dell’Io. Dunque, situazioni non eclatanti e facilmente definibili non traumatiche, possono, invece, provocare un danno reale al processo di strutturazione dell’Io (Tyson, Tyson, 1995). L’insieme di questi eventi non eclatanti e ripetuti nel tempo all’interno di un ambiente maltrattante, noncurante e ambiguo, può condurre ad una condizione di paure e confusione che può cadere sotto la definizione di microtrauma e cioè di una condizione con valenza soggettiva di dolore che si instaura all’interno di un periodo di tempo costante e prolungato (appunto il trauma cumulativo).

Una situazione traumatica può coinvolgere un individuo nella sua interezza, influenzando anche i canali dell’esperienza percettiva e sensoriale e il ricordo.

Già Freud proponeva il concetto di Nachträglichkeit per spiegare come la ritrascrizione mnestica esercitasse un ruolo fondamentale nell’origine del trauma.

La modalità d’azione del trauma, infatti, avverrebbe, secondo Freud, in maniera indiretta e differita, attraverso la rimozione di un ricordo che è diventato trauma solo successivamente (Lingiardi, 2001). Questo concetto suggerisce l’esistenza di possibili “aggiustamenti dei propri ricordi per allinearli a quelli storicamente «corretti»” (Baranello, 2001).

Il concetto di evento traumatico, già accennato precedentemente, fa riferimento all’esperienza soggettiva, al vissuto individuale rispetto ad un evento doloroso o minaccioso e la valenza soggettiva che il soggetto stesso attribuisce a quel dato evento.

Secondo Krystal, il trauma corrisponde ad uno “stato potenziale o reale di pericolo che richiama misure difensive di emergenza contro affetti soverchianti” (in Lingiardi, 2001, p. 111). Il vissuto di un’esperienza traumatica minaccia l’equilibrio di un individuo, rendendolo inerme di fronte alla paura della morte o del danno fisico, destabilizzando le sue capacità di coping e resilience. L’evento è, dunque, traumatico nel momento in cui minaccia l’omeostasi, il benessere e l’equilibrio psicofisico. La traumaticità è insita in quelle situazioni di violenza, dolore, sofferenza, senso di impotenza, condizioni che l’individuo  incapace di controllare e che coinvolgono la dimensione emotiva, cognitiva e fisica (Eisen, Goodman, 1998).

È possibile distinguere tre categorie di eventi traumatici:

  • Eventi stressanti del ciclo di vita o anche eventi paranormativi. Si tratta di eventi imprevedibili, come la morte improvvisa e inaspettata di una persona amata, una malattia allo stadio terminale, la malattia di una persona cara, un disturbo cronico.
  • Disastri o catastrofi naturali, come un terremoto, un maremoto, un’inondazione,  alluvioni o nubifragi, uragani, incendi boschivi, eruzioni vulcaniche, carestie o attacchi da parte di animali.
  • Disastri provocati dall’uomo, come guerre, attentati terroristici, sequestri di persona, violenza fisica, maltrattamenti, torture, abuso fisico, sessuale e psicologico, incidenti aerei, ferroviari o automobilistici, esplosioni (Shaw, 2000).

Il senso d’impotenza derivante dall’esposizione ad un’esperienza di traumatica, provocherebbe l’emergere di difese patologiche per far fronte ad un “terrore indicibile”, così come definito da van der Kolk (1996).

Secondo van der Kolk (1996), l’esperienza traumatica porta con sé una serie di componenti, alcune delle quali sono di carattere oggettivo (come aver assistito a situazioni che implicavano morte o violenza o averle direttamente vissute su di sé)  e altre soggettive (come la convinzione dell’individuo di esser sopravvissuto al trauma solo grazie a circostanze eccezionali o di non esser stato capace di controllare la situazione e il proprio comportamento).

Per ciò che riguarda gli effetti a lungo termine, in particolare, la ricerca, effettuata soprattutto sui veterani statunitensi della guerra del Vietnam, dimostra che gli effetti di eventi estremi, prolungati e ripetuti nel tempo possono essere stabili e duraturi. Inoltre, l’esposizione ripetuta a tali eventi stressanti provocherebbe delle alterazioni neurobiologiche che, seppur necessarie all’adattamento, provocherebbero nel tempo, e soprattutto in fasi di rapido sviluppo cerebrale, un aumento notevole del rischio di patologie fisiche e organiche future (Tufnell, 2008). Gli effetti immediati e a lungo termine di un evento traumatico sono strettamente dipendenti dalla personalità e dall’ambiente in cui la persona vive. Un ambiente che sia in grado di fornire quelle basi (più o meno sicure) che  affiancano e sostengono la capacità individuale (e collettiva) di coping e recupero di fronte ad un evento traumatico.

Quale ambiente di protezione e sostegno offre un Paese che prima manda in guerra i suoi soldati, i suoi cittadini e poi li abbandona alla malattia che hanno contratto in questa stessa guerra? Quale percorso di supporto, quale intervento offre un Paese che condanna a morte un veterano a cui ha diagnosticato un disturbo post-traumatico da stress tale da deteriorarne il funzionamento fino al 100% di invalidità? Quale intervento offre un Paese a un veterano affinché possa far fronte ad un’esperienza traumatica di questa portata? Quale supporto offre affinché la malattia non lo conduca alla pericolosità sociale?

Prima di parlare di pena di morte, attenuanti e incapacità di intendere e volere, riflettiamo e lavoriamo tutti per il recupero della persona, la riabilitazione e la cura.

Immagine tratta da: http://www.warandgender.com/

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