Ma sarà davvero un DSA?

scuoladi Giovanna Teti.

Secondo l’ICD-10, l’International Classification Diseases dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (1992), i Disturbi Specifici dell’Apprendimento Scolastico sono condizioni nella quali “le modalità normali di acquisizione delle capacità in questione sono alterate già nelle fasi iniziali dello sviluppo. Essi non sono semplicemente una conseguenza di una mancanza di opportunità di apprendere e non sono dovuti a una malattia cerebrale acquisita. Piuttosto si ritiene che i disturbi derivino da anomalie nell’elaborazione cognitiva legate in larga misura a qualche tipo di disfunzione biologica. Come per la maggior parte degli altri disturbi dello sviluppo, queste condizioni sono marcatamente più frequenti nei maschi”.

Secondo Tressoldi e Vio (1996), esisterebbero cinque fattori fondamentali che possono rendere difficile la diagnosi, aspetto estremamente delicato (e forse abusato).

Prima di tutto, è importante distinguere i disturbi dell’apprendimento “dalle normali variazioni nel rendimento scolastico“.

Inoltre, è fondamentale considerare l’età e la fase della persona, individuando il livello di gravità e il cambiamento dell’espressione del disturbo (ahimè, che brutta parola!) nel corso dello sviluppo.

Importante è anche indagare il contesto ambientale, familiare e scolastico del bambino, cioè l’apprendimento non è solo il frutto di una maturazione biologica individuale: l’insegnamento delle abilità scolastiche fa la differenza!

Secondo Tressoldi e Vio (1996), inoltre, “non esiste una maniera semplice per differenziare nel singolo bambino le anomalie che causano le difficoltà”. I disturbi dell’apprendimento, infatti, possono originare da “più di un tipo di anormalità cognitiva“.

La diagnosi dei DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento): 5 criteri di base.

Affinché si possa diagnosticare un DSA, deve esser presente un “grado clinicamente significativo di compromissione dell’abilità scolastica specifica“.

Tale compromissione è specifica in quanto non ascrivibile ad un altro disturbo di base e non conseguente ad esso (altrimenti sarebbe un disturbo non specifico dell’apprendimento).

La compromissione in questione influenza lo sviluppo e si presenta sin dalle prime fasi di scolarizzazione (recenti studi riconoscono l’esistenza di precursori del comportamento del bambino osservabili già alla Scuola dell’Infanzia).

Il DSA non dipende da fattori ambientali che possano compromettere in qualche modo l’acquisizione delle abilità scolastiche o che possano ostacolare l’apprendimento.

Il Disturbo Specifico, inoltre, non deve essere conseguenza di deficit della vista o dell’udito.

E allora, da tali premesse, possiamo pensare che forse non sempre c’è un DSA? Possiamo differenziare le difficoltà da un disturbo specifico?

Più i bambini sono piccoli, più esprimono le loro preoccupazioni attraverso modalità corporee, indiretta, non elaborate come quelle che un adulto si aspetterebbe. Cerchiamo, dunque, di non ragionare secondo un’ottica adultocentrica. Cerchiamo di interrompere quell’automatismo per cui il bambino dovrebbe sapersi esprimere come un piccolo adulto.

L’apprendimento è una faccenda delicata, complessa, fatta di tante piccole tessere che compongono un puzzle di fattori emotivi, ambientali, cognitivi.

Qualche spunto di riflessione.

Il sistema colinergico – quella parte del sistema nervoso la cui azione è mediata dall’acetilcolina (ACH), responsabile della trasmissione nervosa a livello del Sistema Nervoso Centrale e del Sistema Nervoso Periferico – è implicato nei processi di apprendimento e di memoria e può essere anche coinvolto nei disturbi del sonno e dell’umore. I neuroni colinergici, infatti, controllano le attività corticali e ippocampali connesse con l’apprendimento e la memoria.

Questo è un piccolo spunto di riflessione per capire come i processi cognitivi, affettivi e relazionali sono, in qualche modo, connessi tra loro.

A volte, prima di sbrigarci a dare etichette frettolose, ma rassicuranti, potremmo soffermarci sul perché certe cose avvengano. Le diagnosi di DSA (e il loro costante aumento), spesso anche forzate al fine di ottenere il sostegno scolastico, se da una parte forniscono un aiuto in più all’alunno, dall’altra rischiano di rinforzare lo stigma. In questo modo, facilmente si va incontro anche ai problemi secondari, di tipo emotivo e relazionale, che possono influenzare l’autostima del bambino e dell’adolescente.

Ricordiamoci, quindi, che l’apprendimento è fatto di tanti ingredienti: il contesto ambientale di riferimento, la famiglia, il corpo docente, gli strumenti didattici, il bagaglio cognitivo dell’alunno e la sfera affettiva. In ogni momento, inoltre, il  funzionamento della persona si esprime nel suo contesto sociale e di vita: così come nell’adulto desideri e preoccupazioni influenzano anche la vita professionale, nel bambino e nell’adolescente essi trovano espressione nell’ambito scolastico e di apprendimento.

Immagine tratta dal sito: http://www.cd38napoli.gov.it/

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