Quel polveroso mondo della formazione

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La formazione dev’essere davvero un pozzo florido. In un Paese in cui si insegna tanto, ma per formare chi? Studenti più o meno giovani per i quali non c’è, comunque, alcun posto di lavoro? 

E’ come preparare la ricetta per i muffin se poi non abbiamo gli stampini per infornarli.

Pubblicità di corsi di formazione camuffate da offerte di lavoro, scuole di psicoterapia che formano counsellor, Albi e Tribunali che si mobilitano a colpi di ricorsi, nuovi corsi di laurea con nuove figure professionali che prendono il posto di altre già strutturate. Parlo di counsellor, educatori, formatori, coaching, comunicatori strategici e altre forme simili di inventarsi un percorso di studi o di lavoro.

Prima fu con gli educatori. Meglio educatori che psicologi, voialtri costate troppo. Guardi che hanno abolito i minimi, potete pagarci quanto vi pare. No, forse in molti ci vedono ancora come chiaroveggenti dotati di palla di vetro e foulard sulla testa.

Ma sia, vada per gli educatori, professionisti seri che sanno quel che fanno, a dispetto di diatribe che non ci appartengono.

Per non parlare dei counsellor. Tutti contro i counsellor, psicologi in testa. Ma da chi saranno mai formati questi counsellor? Dagli psicologi, quelli che magari la psicologia manco l’hanno studiata all’università e che si sono inventati sul mercato in un’occasione ghiotta. Sono loro. Formatori incalliti in cerca di iscrizioni.

E infine, la categoria più d’élite, la nostra. Quelli spremuti fino all’osso, quei portafogli con le gambe, quelli che la formazione continua ce l’hanno per definizione. Quelli che escono dall’università e non vengono ritenuti in grado di occuparsi di apprendimento, emergenze, scuola, alimentazione, comunicazione… Oddio, potrei andare avanti per ore. La formazione continua è ben altro.

Tanti settori specifici in cui formare studenti, magari con corsi di poche ore, quando invece la pratica sarebbe il miglior modo per affinare competenze e conoscenze.

Ci sono aree, sì, nelle quali la formazione di base non basta, settori specialistici, che vanno tutelati e difesi con fermezza. Ma ci sono altre migliaia di “specializzazioni” che specializzazioni non sono, che hanno la presunzione di creare degli esperti in poco tempo e magari solo con la teoria. Ma cosa ci manca?

Per non parlare di quella formazione che diventa requisito necessario per entrare in qualche categoria specialistica.

Specialistica sì, esperti sì, ma occhio alle mode del momento. Perché anche nella psicologia, si sa, ci sono le lobby, i gruppi di potere, la formazione superflua. Che oscurano, talvolta altri colleghi o gruppi di formazione invece ben capaci di insegnare quello in cui prima di tutto hanno loro fatto esperienza. Quell’interesse tale che ti permette di essere un “esperto” (se non sulla carta, almeno nella pratica).

E allora tuteliamo questa buona psicologia. La psicologia di qualità, quella che prima di formare su qualcosa, ha avuto il tempo di formarsi a sua volta e che ha fatto quello specifico tema una passione, un interesse, una competenza specialistica.

 

Ma torniamo alla nicchia della psicoterapia, che non è più tanto nicchia.

Scuola di specializzazione, 4 anni sì, 4 anni no. L’incubo della nuova riforma dei 5 anni per le scuole di specializzazione.

In Italia esistono ancora, in altri Paesi europei no. Ma cosa cambia? In Germania esci dall’università e ti fai la tua pratica clinica e i seminari teorici, come uno specializzando in medicina, e sei pure pagato. Cos’è che ci manca? I soldi? Le case farmaceutiche potrebbero pagare anche noi negli ospedali. Vuoi mettere uno studio sull’aderenza, quanto possa essere utile?

Siamo troppi, allora? Forse sì o forse semplicemente viviamo in un Paese ancora troppo diffidente nella scienza, nelle scienze applicate, nella psicologia e nella psicoterapia. Eppure abbiamo menti brillanti, professionisti del testing psicologico, ricercatori eccelsi, psicologi che fanno della ricerca la loro passione, esperti che basano il loro lavoro sulla pratica clinica, sulla teoria, sugli studi più aggiornati, su fonti solide, valide, attendibili, psicoterapeuti che credono nell’efficacia del loro lavoro perché lo fanno con metodo.

E ci siamo noi, giovani psicoterapeuti che ci prodighiamo con percorsi personali, studi, pratica, training, supervisioni.

E allora ridiamo spazio alla buona formazione e rispettiamo gli esperti. Smettiamola di vedere gli “alunni” come fonte di successo e arricchimento, ma diamo voce alla buona cultura scientifica, all’impegno, alla responsabilità di questo lavoro.

Ricostruiamoci un’immagine solida della formazione, ne gioverà anche la nostra professione. Lasciamoci da parte le beghe di lobby e gruppi di potere, l’astio fra colleghi e torniamo a collaborare, condividere, proporre.

L’altro non è sempre più scemo di me e non devo necessariamente “formarlo” e subordinarlo.

Se il lavoro non c’è, ma chi e su cosa andiamo a formare? Iniziamo prima a riconquistarci gli spazi della salute pubblica, della prevenzione, dell’intervento, della scuola, delle cure di base. 

Immagine tratta dal sito: http://www.realisingeverydream.com/

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