Normopatia, assuefazione e positività tossica. L’appiattimento dell’affettività e del pensiero.

Nel suo libro “L’età dello smarrimento” Bollas scrive: “Il disinteresse per la vita interiore ha favorito lo sviluppo di un altro tipo di personalità. In passato, vi ho fatto riferimento usando l’aggettivo normotica. Joyce McDougall l’ha definita normopatica, un termine che ora preferisco. Diversamente dal borderline, il normopatico cerca riparo dalla vita mentale immergendo il Sé nel confort materiale e in una vita di svaghi” (Bollas, 2018, p. 96).

Normopatia, assuefazione e positività tossica. L’appiattimento dell’affettività e del pensiero.

Bollas ci racconta che la persona normotica è quell’individuo “anormalmente anormale” (Bollas, 2018, p. 97), cioè estremamente sereno, ma anche estroverso, sicuro e “totalmente disinteressato alla vita soggettiva” (Bollas, 1987, p. 114). Questo individuo si appoggia alla realtà materiale e si alimenta di essa, tralasciando completamente la dimensione soggettiva.

Lontano da un approccio creativo alla realtà, il normopatico vive una vita estremamente stabile e intaccabile dalle vicende affettive e soggettive. Vive in assenza di contatto con la realtà soggettiva, ma esperisce e riconosce solamente quella oggettiva, materiale, concreta. Vive in una sorta di analfabetizzazione affettiva che gli impedisce di riflettere sul proprio mondo interno. Questo stato di superficiale benessere lo rende sicuro, estroverso e lo mantiene tranquillo, privilegiando dati e fatti ai movimenti emotivi interni.

L’assuefazione a questa normopatia produce una perdita di creatività, la preferenza per attività routinarie e mancanti di significato, di emozioni profonde.
Per evitare esperienze destabilizzanti, anche per fuggire dal dolore, il normopatico si ritrova a perdere col tempo momenti “originali e sufficientemente stimolanti” (Bollas, 2018, p. 102), ritrovandosi, così, a fare i conti con una drastica perdita di interessi. L’Io si impoverisce, descrive Bollas e si accompagna a una depressione diffusa, curata mediante spinte maniacali o esperienze di stordimento.

L’apparenza del normopatico è di una persona superficialmente contenta, legata prevalentemente ai fatti, “un oggetto nel mondo degli oggetti” (Bollas, 2018, p. 98).

In questa assuefazione alla normalità eccessiva, il pensiero si appiattisce, l’Io si indebolisce e gli affetti si opacizzano. Diventa scomodo parlare di affettività e sentimenti, ma anche di dolore, che viene evitato e normalizzato anch’esso. I confini vengono alleggeriti, per rendere tutto il più possibile simmetrico e non doversi sforzare con la diversità. Si diventa tutti amici di tutti, in necessaria e banale intimità con l’altro, azzerando i confini e le alterità. Tutto diventa o deve diventare necessariamente positivo. L’altro che non si comporta in tal modo viene allontanato, percepito come dannoso, come una proiezione di pericolosità rappresentata dall’affettività complessa. Questa viene celata a tutti i costi, favorendo tra l’altro un mercato sociale fatto di spinte motivazionali fasulle, blogger, nuove innumerevoli categorizzazioni, life coaching e ossessione per il benessere e la bellezza standardizzata.

Dimenticando che stare negli affetti, così come anche nel dolore e nella tristezza, consente di accrescere l’Io ed elaborare le esperienze difficili.

“Dal supermercato al negozio di animali domestici, dal negozio di articoli sportivi al ferramenta, da un pranzo con le amiche in cui vengono elencate le cose vissute nella giornata al rientro a casa per una irrequieta pulizia della cucina, dalla partita di tennis all’idromassaggio, questa persona riesce a vivere senza mai scomporsi. Se il padre o la madre sono gravemente malati, in pericolo di vita, il normotico non sente dolore, ma inizia un esame dettagliato della natura della malattia, delle tecnologie a disposizione dell’ospedale in cui il parente è ricoverato ed elenca tutti i cliché che servono a contenere e depurare l’esperienza della morte: Be’, è anziana, prima o poi tocca a tutti morire” (Bollas, 1987, p. 117).

Chi di noi non conosce almeno una persona così? Ma anche, chi di noi non si sente a volte in questo modo, svuotato di una lettura affettiva e profonda di sé? Immaginate questa difficoltà di lettura ripetuta per un tempo prolungato. Lo stesso Bollas ci dice che “alcune componenti della società normopatica si sono trasformate in una forma di controcultura: le persone si sono ritirare in comunità recintate, alcune metaforicamente, altre realmente” (Bollas, 2018, p. 100).

E allora qual è il compito della psicoterapia? Risvegliare il paziente offrendogli un’esperienza originale e stimolante a cui poter ricominciare pensare.

Bollas, C. (1987). L’ombra dell’oggetto. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Bollas, C. (2018). L’età dello smarrimento. Senso e malinconia. Raffaello Cortina Editore, Milano.

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