Il letto di strada

Bansky, 2019.

È curioso, i letti fatti di plastica, coperte e cartone che pazientemente gli homeless creano e disfano ogni notte rappresentano il loro luogo, la loro culla, il loro riposo non riposo, ma anche la vetrina attraverso cui cercare di socializzare pur rimanendo invisibili.
In molti tirano su giacigli nel bel mezzo di un marciapiede, attaccati alle macchine, sul ciglio della strada, certo non posti sicuri, ma strategici per tentare di farsi notare.
Il giaciglio, in particolar modo quello di giorno, permette ai senza fissa dimora di rimanere nel via vai frenetico di una grande città, cercando di essere visibili nell’invisibilità.

Il giaciglio diventa quasi una culla per alcuni. C’è quest’uomo che ogni sera si ricrea una sorta di culla, la prepara con cura, ripetendo gli stessi gesti meticolosi da anni, senza trascurare nessun dettaglio, nessuna piega, nessuno strato di coperta.
È la sua culla, l’abbraccio uterino che gli consente di abbandonarsi al sonno.

Sono forse i passanti che non ne hanno cura. Gli homeless solleticano a molti il bisogno di assistenzialismo, quasi come per mettersi in ordine la coscienza. Oppure, al contrario, il bisogno di nasconderli o ancora di condurli a una vita al riparo, in strutture con regole e disciplina.

È davvero la soluzione migliore condurli in strutture, quelle stesse strutture che anni fa una mente brillante ha pensato di stravolgere, aprendone le porte? Le strutture di oggi non sono certo i manicomi che Basaglia ha voluto aprire, liberando chi ne era costretto all’interno, ma possono davvero rappresentare la soluzione per tutti gli homeless? Hanno regole, orari, discipline forse a lungo andare troppo strette per chi ha vissuto una vita sotto un tetto di stelle.

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