Come la mia città sta cambiando.

Stazione Termini, 26 marzo 2020

Gli amanti non si incontrano più agli arrivi della Stazione Termini. I lavoratori stanchi, tornando da un viaggio di lavoro, non salgono più la sera sui taxi accalcati in Piazza dei Cinquecento. Le pensiline degli autobus non riparano più nessuno col calare del sole.

Ci siamo ritrovati a guardarci, a sentirci, a contare le ore che passano vuote. Abbiamo ritrovato la noia, il tempo perso. Abbiamo trovato il nostro vuoto più grande e stiamo scendendo a patti con la solitudine pur con la convivenza forzata.

Così, chi prima non si fermava mai ora si ritrova costretto a farlo senza volerlo. E chi prima lo desiderava ora vive una pausa forzata e improvvisa.

Ci manca la luce del sole negli occhi, l’effetto del caldo o del freddo quando usciamo di casa la mattina e, chiudendoci il portone alle spalle, ci diciamo se abbiamo azzeccato o no l’abbigliamento. Ci mancano le percezioni quotidiane, gli odori che prima sentivamo ogni giorno. Ci mancano le strade, i paesaggi ordinari che si ripetevano ogni settimana prima di andare a lavoro.

Non abbiamo più weekend liberi, perché lo sono tutti anche senza desiderarli. Non ci stanchiamo né ci riposiamo dalle settimane intense.

Ci mancano i contatti. Li cerchiamo online, ci stanchiamo gli occhi, siamo iperconnessi, ma, nonostante tutto, è questa l’unica forma di legame attuale che sperimentiamo.

I nostri giorni si sono interrotti nell’istante esatto in cui la quarantena è iniziata. Un po’ come una Pompei senza cenere.

Sguardi sospesi, per qualcuno lo sono ancora di più in questa quarantena. Per quelli che fermi non ci sanno stare e non ci sono mai stati o che non si ricordano più come si fa. Per quelli soli, soli con gli altri e con se stessi.

Ci riprenderemo, ma lo faremo con occhi diversi, con una paura in più perché l’abbiamo conosciuta, ma anche con una consapevolezza nuova.

E allora forse quelli che hanno corso una vita continueranno a farlo ancora e di più, perché hanno sperimentato la resa e non la vorranno di nuovo.

Ma torneremo a guardare il mondo velocemente, non ci sorprenderemo più a guardare fuori dalla finestra e forse non torneremo a farlo neanche come lo facciamo ora, assetati delle vite degli altri, dei contatti anche solo visivi, degli spazi riempiti da persone e movimenti.

Ma forse le attese ci sembreranno meno lunghe, avremo raggiunto la capacità di aspettare e, chissà, qualcuno di noi avrà anche imparato a colmarle.

Parlare. È questo che ci salverà.

2 risposte a "Come la mia città sta cambiando."

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  1. Che bellezza, una poesia in prosa, pensieri che scorrono veloci ma anche pensieri importanti, che sono riflessione profonda con uno sguardo naturale, spontaneo, “ingenuo”.
    Grazie, mi hanno fatto compagnia, e rileggerò con piacere, per parlare a me stesso, parlare…

    "Mi piace"

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