Ci cerchiamo, ma poi alla fine non sappiamo che dirci.

Ci desideriamo, ci manchiamo, ci cerchiamo, ma poi alla fine ci perdiamo nelle smalltalk. Nelle chiacchiere. Come stai? Eh, tutto bene… E niente, ci sentiamo in questi giorni.

In realtà ci manchiamo da morire, sentiamo la mancanza di quei giorni passati finalmente insieme dopo incastri di orari e appuntamenti. Quegli aperitivi dopo il lavoro, quelle cene che era una vita che non ci vedevamo. Sentiamo la nostalgia di quei momenti in cui tutto era normale e scontato. Quei giorni in cui vederci era una boccata d’aria dopo una settimana da urlo.

Ci mancano quei giorni in cui non smettevamo di parlare e di raccontarci giorni, settimane e avventure quotidiane.

E ora, invece, il distanziamento sociale è diventato emotivo. Ci proteggiamo. Non ci lasciamo andare perché ci siamo congelati. Come se avessimo attivato un risparmio energetico sulle emozioni e le stessimo conservando per tempi migliori. Come se avessimo ridotto tutto al minimo per affrontare la sopravvivenza. Come se ci stessimo adattando alla solitudine e all’isolamento.

E allora possiamo pensare che diventeremo persone migliori? Forse no. Cambieremo? Forse sì. Cambieremo un po’ per forza, in fondo. Poi tutto tornerà alla normalità? Probabilmente nel medio termine torneremo quelli di prima, ci dimenticheremo del passato e volteremo pagina. Ma credo che questa quarantena ci avrà fatto crescere. O almeno lo voglio sperare.

Avremo conosciuto una nuova forma di adattamento e avremo avuto più tempo per stare da soli. Ci saremo conosciuti meglio. Potremo farne tesoro.

Ma avremo conosciuto anche i più fastidiosi difetti dell’altro. E forse è questo anche che ci fa prendere le distanze.

Ho incontrato un’amica in fila al supermercato l’altra mattina. Mi ha riconosciuto lei. Io ero assorta con gli occhi sul telefono. L’impulso iniziale è stato quello di abbracciarci forte, più forte di quelle volte in cui ci vedevamo di nuovo dopo tanto tempo. Ma poi ci siamo fermate, direi bloccate. Ci siamo inibite e abbiamo fatto un passo indietro, entrambe, all’unisono abbiamo agito la stessa sequenza di movimenti. Che è poi la stessa che mi capita di ripetere sul lavoro: ci avviciniamo, ci fermiamo e facciamo un passo indietro. Sul lavoro la persona che ho davanti mi risponde con un velo di tristezza, sente un pizzico di abbandono e rifiuto e vive una piccola ferita che si ripete ogni volta che si imbatte in qualcuno. Insomma, con lei ci siamo guardate a distanza. Non vedevamo neanche i nostri occhi, ché erano coperti dagli occhiali. Me li sono tolti, poi, ma la luce era forte e così li ho ricalati sul naso. Sentivamo le vibrazioni della voce filtrata dalla mascherina. Quella voce che abbiamo imparato a riconoscere e ascoltare. Quella voce ovattata. Ci siamo raccontate lo stupore di queste settimane, niente che non ci fossimo già dette al telefono, ma eravamo in stand by. Gelate. Distanti. Siamo finite a parlare di formalità. Abbiamo usato riempitivi e lasciato che alcune pause di silenzio prendessero il sopravvento. È stato intenso: bello e triste allo stesso tempo.

Tornate a casa, ci siamo scambiate emozioni e riflessioni. Abbiamo avuto il bisogno di percepire e elaborare, per poi tornare a comunicare a distanza. Dietro gli schermi dei telefoni, quasi al sicuro, ci siamo raccontate le sensazioni.

Questo è un momento florido per chi ha voglia di riflettere. Per chi ha voglia di non rimanere inerme a ciò che accade. Per chi accetta la sfida di vedere cosa gli succederà, come questa quarantena lo cambierà; per vedere se questo cambiamento davvero avverrà, almeno nella consapevolezza di un momento.

No, le donne non possono essere accolte

Roma Termini, 26 marzo 2020

È sera quando scopriamo che no, le donne non possono essere accolte nel nuovo centro aperto per le persone senza fissa dimora in questa emergenza sanitaria.

Effettivamente le donne che vivono in strada sono in percentuale minore rispetto agli uomini e per loro, anche in emergenza freddo, i posti sono sempre limitati.

Così, no, Maria non può essere accolta, sebbene senza una casa come altri. Ha paura, dice, qui non c’è nessuno, l’altra notte l’hanno insultata e le hanno buttato la coperta in terra. Vallo a sapere se è vero, ma poco importa perché lei ha la sua realtà e noi la prendiamo per buona e vera, perché vero è quello che lei prova, sente, vive. Quindi, no, niente centro, niente letto per lei.

Cornute e mazziate due volte. Una perché è la storia che si ripete. Una storia di emarginazione e di emarginazione di genere. L’altra perché per questo virus non hai scampo, neanche per le Politiche Sociali, così poco pari in opportunità questa sera.

È una macchina che si inceppa, quella dell’accoglienza. Si inceppa questa sera, bloccandosi davanti a una percentuale e a una scelta, tu sì, tu no, non c’è posto per tutti, ancor meno per tutte.

Essere donna e vivere in strada è una combo fatale a volte. Violenze, abusi e prostituzione. C’è chi le riprende con un telefonino, chi le paga pochi Euro per avere in cambio il loro corpo, come fosse carne al chilo.

Donne che, nonostante la precarietà, lavano con cura la loro biancheria di cotone e pizzo, si truccano, si prendono cura di sé. Donne che amano parlare, raccontarsi, altre invece più introverse, schive.

Sono il colore delle nostre strade, alcune più cupe, alcune più assenti, altre più disponibili al contatto.

Donna era Modesta Valenti, perita come in una guerra e senza una casa che la potesse accogliere. Segnata da una vita in strada e ancor prima da un ricovero in ospedale psichiatrico, Modesta ha lasciato in ricordo il monito di non ignorare, agire e saper decidere, cosa che per lei non è stata fatta. Assumersi le responsabilità e scegliere. Su strada ancor di più, con ancor più fermezza e tempestività.

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