Quello che ho imparato da questa quarantena.

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Chi prima pensava troppo adesso rimugina. Chi prima si sentiva solo adesso lo è ancora di più. Chi prima lottava, adesso? Adesso c’è chi ancora lotta e si dilania e qualcun altro che è un pezzo più forte. Chi sapeva stare da solo, in quarantena c’è stato bene assai e non farebbe fatica a tornare indietro.

Oltre al fatto che si è fatto risentire pure il fidanzatino delle medie per i single, per certe coppie non dev’essere stato facile il lockdown. I miei vicini hanno resistito fino al giorno prima della fase 2, poi hanno iniziato a urlarsi contro le peggiori cattiverie. Ora ne siamo tutti testimoni qui nei palazzi attorno al cortile comune e io, sarà per la solidarietà tra donne, faccio il tifo per lei, perché è l’unica dei due che strilla, mentre lui rimane clamorosamente in silenzio. Cioè, neanche una porta sbattuta, un vaffanculo, niente.

E invece quelli soli, soli con se stessi, seppur non con il mondo, si sono ritrovati a rimuginare, a fare i conti con l’irrisolto, a scontrarsi con i propri fantasmi.

Tutti hanno sofferto di disturbi del sonno, tutti hanno mangiato per noia e compensazione, tutti hanno impastato la pizza. Tutti. Altrettanti si sono scaricati tutorial di fitness o si sono iscritti a dirette Zoom di qualsiasi cosa, webinar, corsi di tutto, dirette di qualunque tipo.

Qualcosa, però, in questo lockdown l’ho capita. E non starò qui tanto a far filosofia o a intrattenermi in riflessioni psicoanalitiche.

Chi era insicuro è affogato ancor di più nelle insicurezze, aggravate nella quasi totalità dei casi dalla precarietà economica e lavorativa. E qui mi permetto di fare una riflessione. In quarantena guai a chi si preoccupava. Guai a chi si sfogava. La pesantezza emotiva in cui i più erano assorti non permetteva di far spazio al turbinio di emozioni dell’altro (turbinio, sì, perché siamo stati testimoni di verri sbalzi di umore repentini tra un impasto di pizza e l’altro). C’era sempre qualcuno che doveva lamentarsi e che aveva più problemi di te. Hai perso il lavoro? Non dirlo a me che sono in cassa integrazione. Cerchi di sorridere alla vita nonostante tutto? Non c’è niente da ridere. Non puoi stare a casa al sicuro? Beato te che almeno lavori. Vai al lavoro? Ma come, lavori con questo rischio?

Stare da soli, a contatto con se stessi, in fondo ti porta a fare i conti con i tuoi demoni. Il problema è accettarli, arrendersi a loro e guardarli in faccia. Prenderli di petto, insomma. E’ una banalità, lo so, ma non tutti se ne rendono conto.

Ma stare da soli non è solo roba per single. I single sono un’altra storia. Sono i veri privilegiati di questa quarantena. Soli in casa, senza dover condividere nulla con nessuno, senza figli a cui badare durante lo smart working, nessun pranzo da preparare a nessuno e l’app del food deliver sempre a portata di click. E vogliamo parlare delle app di incontri? I media ci dicono che c’è stato un incremento di utenti esponenziale. E come biasimarli.

Quasi tre mesi di lockdown e nel frattempo ci chiedevamo se saremo diventati persone migliori. Ci speravo, ma ora non credo. È bastato affacciarmi qualche ora in questa fase 2 bis per riscappare di corsa verso casa e chiudere la porta a doppia mandata.

Eppure ci hanno provato a farci riflettere, almeno sui social, dove gran parte delle persone hanno trovato rifugio. Sono fioccati sondaggi Google su ogni tema, proponendoci ricerche sulla base di campionamenti fatti dal giorno alla notte, con criteri statistici così bislacchi che chissà che ne tireranno fuori. Come hai mangiato in quarantena? Come hai dormito? Com’è stata la tua attività sessuale?

Una cosa, però, la voglio salvare. Il desiderio di conoscere. Di mettersi in contatto. Abbiamo impastato, infornato, surgelato, condito, sporzionato, ci siamo dedicati alla prima cosa che ci faceva sentire primariamente vivi, mangiare.

E poi abbiamo sognato e i sogni a volte ce li siamo pure raccontati. Ansie e angosce molto spesso, ma le nostre menti ci hanno accompagnato silenziosamente nelle notti dal sonno intermittente, dagli orari sballati, dai risvegli nel cuore del buio e del silenzio. Abbiamo fatto i conti con i ritmi alterati, con la sveglia rimossa, con l’addormentamento che non arrivava.

Abbiamo fatto i conti con la paura. Con il pericolo. Con il contagio. Con i morti. Con i malati. Abbiamo dovuto trovare degli eroi per poi tornare a breve a dimenticarli o, peggio, ad accusarli di malasanità.

Abbiamo avuto sete di questi eroi. Così come abbiamo dovuto credere a uno Stato materno e anche un po’ paterno, accudente e guida. Poi, quando le indennità Covid non sono arrivate, siamo tornati a lamentarcene, ma questo lo si può anche comprendere.

Insomma, in questi quasi 3 mesi in cui sui social abbiamo postato foto di colazioni, di terrazzi, di copertine di libri letti in un’altra vita, in questi mesi di Netflix, film e serie tv fino a consumarci gli occhi, in questi mesi di letture talvolta portate avanti a fatica, con l’attenzione di un criceto e la capacità di concentrarci pari al nulla, in tutto questo tempo i giorni sono passati ed eccoci qui, di nuovo sulla cresta dell’onda, acciaccati e pronti a risalire. Chissà come, chissà quando, ma pronti. Qualcuno un po’ meno, perché chi ne esce davvero sconfitto c’è, chi ne esce più solo, più povero e senza più nulla, eccome se c’è. E allora bisogna anche lodare la solidarietà vera e i moti di empatia che da alcuni si sono sollevati.

Il 3 maggio eravamo tutti pronti a rinascere. E ora ci stiamo ricredendo.

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