Di traumi e virtù.

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Anche a distanza di tanti anni le persone traumatizzate hanno enormi difficoltà a raccontare agli altri cosa sia accaduto loro. Il loro corpo rivive il terrore, la rabbia e l’impotenza così come l’impulso all’attacco o alla fuga, ma questi sentimenti sono pressocché impossibili da proferire. Il trauma, per sua natura, ci porta al limite della comprensione, tagliandoci fuori da un linguaggio condiviso o da un passato immaginabile” (Bessel van der Kolk, 2014. Il corpo accusa il colpo. Ed. ita. Raffaello Cortina, 2020, p. 52).

Tutto il trauma è preverbale, ci dice van der Kolk, cioè non trova forma di espressione linguistica, è questa la sua essenza. Come gli effetti di un ictus, spegne l’area di Broca nel momento esatto in cui riaffiorano i flashback, i ricordi dell’evento traumatico. L’area di Broca ci permette di rappresentare a parole pensieri ed emozioni. Il trauma rimane tale perché ne manteniamo ricordi fisici e sensoriali, ma non li riusciamo a elaborare in parole. Sono le parole, infatti, che ci consentono di farci i conti. Tuttavia, è estremamente difficile raccontare il trauma coerentemente.

I ricordi traumatici attivano solitamente la parte destra del cervello, quella connessa con il pensiero creativo e l’intuizione, mentre spengono l’area sinistra, quella, invece, del pensiero logico e razionale.

La parte destra si esprime attraverso espressioni facciali, corpo, suoni. Mentre quella sinistra ricorda le parole, il linguaggio.

Il blackout che il trauma arreca alla parte sinistra del cervello impedisce di organizzare i ricordi dolorosi in logica e parole.

Ecco che il trauma rimane dentro la persona come un gomitolo aggrovigliato male. Ogni volta che qualcosa riporta al ricordo dell’evento traumatico, l’emisfero cerebrale destro reagisce come se si stesse ripetendo in quell’istante esatto.

Ma, poiché il loro cervello sinistro non funziona molto bene, non sono consapevoli di stare ricevendo e rimettendo in atto il passato: sono effettivamente furiose, terrorizzate, arrabbiate, in preda alla vergogna o congelate” (ibidem, p. 54).

Come ogni esperienza, la reazione traumatica agisce lungo un continuum che va da una risposta “normale” e comune ad una ben più difficile da gestire. La specificità di questa reazione problematica al trauma riguarda la disorganizzazione e la mancanza di completezza del ricordo traumatico, il rivivere il trauma attraverso ripetuti flashback involontari, il senso di mancanza di realtà conseguente al trauma (Brewin e Holmes, 2003).

La reazione disfunzionale al trauma può portare allo sviluppo di un vero e proprio disturbo post-traumatico, tale da complicare la vita della persona. Si tratta del PTSD (Post Traumatic Stress Disorder), una complessa combinazione di risposte psicologiche, neurobiologiche, affettive e cognitive.

Come accennato prima, nella reazione traumatica una chiave di lettura fondamentali è rappresentata dalle memorie.

In generale, possono essere distinti due principali sistemi mnestici:


Memoria esplicita o dichiarativa o narrativa: consapevolezza di eventi
realmente accaduti all’individuo. É un processo attivo e di costruzione. Un’esperienza traumatica interferisce con l’elaborazione e memorizzazione di tale informazione nella memoria esplicito-narrativa.


Memoria implicita o procedurale o non dichiarativa: ricordo di capacità
acquisite, abitudini, risposte emotive, azioni riflesse e risposte condizionate.
Le informazioni percepite dall’ambiente vengono immagazzinate ed elaborate in base agli schemi mentali propri dell’individuo.

Nell’immagazzinamento dell’input mnestico entra in gioco un processo di deformazione che assegna una valenza soggettiva ed emotiva
agli eventi e quindi ai ricordi ad essi associati. L’accuratezza della memoria viene, così, mediata dalla valenza emotiva di una data esperienza. In realtà, nel racconto di eventi significativi la memoria appare generalmente accurata.

Se sono state riscontrate amnesie totali in gran parte dei soggetti traumatizzati, è anche vero che sono stati riconosciuti, in una parte ancor più numerosa di soggetti che
hanno vissuto esperienze traumatiche, delle amnesie significative per alcuni dettagli
specifici. Van der Kolk (1996), a questo proposito, suggerisce che più il soggetto è giovane e più è esposto a eventi cronici e prolungati, più alto sarà il rischio che sviluppi un’amnesia significativa. Ecco, per esempio, perché il trauma ha un impatto decisamente significativo sui bambini.

È altrettanto vero che il trauma conduce a situazioni eccessive di ricordo o di oblio. Eventi traumatici possono essere ricordati con estrema
precisione e accuratezza oppure resistere drasticamente all’integrazione mnestica ed essere immagazzinati su altri livelli cognitivi.

Ciò che differenzierebbe le memorie
traumatiche normali, cioè le memorie autobiografiche, dalle memorie traumatiche patologiche risiederebbe nel fatto che le persone con PTSD non riuscirebbero a controllare il riaffiorare delle memorie dolorose o flashback, caratterizzati da tracce mnestiche di tipo percettivo
estremamente vivide (Brewin, 2001; Brewin e Holmes, 2003; Conway e Pleydell- Pearce, 2000).

E allora come gestire il trauma?

Il percorso di cura è complesso e fatto di tanti fattori.

La psicoterapia si integra con discipline che curano anche il corpo, che deve tornare ad essere abitato. La persona traumatizzata ha bisogno di tornarci in contatto, così come deve tornare in contatto con l’eredità che i ricordi hanno lasciato sul loro cammino.

Il trauma incide sul senso di sé, lo ferisce, si insinua nell’identità dell’individuo.

Come quel gomitolo male aggrovigliato, la persona porta il trauma in terapia come il corpo di una medusa, con una testa centrale e tutti i tentacoli che scendono: quelle sono le aree che il trauma è andato a intaccare, relazioni, efficacia, ricordi, senso di sé, autostima…

La psicoterapia permette di prendere quel gomitolo e riaggomitolarlo ordinatamente, in modo che non rimanga un filo intrecciato ingombrante e impossibile da utilizzare. Solo una volta riaggomitolato quel filo potremmo finalmente dargli una forma e non lasciarlo nel caos.

L’amore ai tempi di Tinder

Multitasking è la parola del secolo. Così come negli smartphone, si è infilata anche nelle relazioni.

Così come passiamo da una finestra all’altra su Internet, allo stesso modo scivoliamo da una chat all’altra, da un incontro all’altro, da una persona all’altra.

Sexting, ghosting, foto e videochiamate. Le relazioni sono svuotate, fatte di immagini, numeri e attimi.

Uno, due, tre appuntamenti a settimana con persone diverse, decine di chat aperte, foto di sconosciuti e swipe con il ritmo di un batter di ciglia.

Si dicono edonisti, sex addicted e alla ricerca del piacere originale. Cercano uomini e donne fugaci, presenti, da sfogliare come riviste. Devi esserci e mi servi adesso, altrimenti chiudo e passo avanti.

Cercano in realtà un approdo e una volta che lo trovano sentono il bisogno di doversene disfare al più presto, senza sapere come chiudere una relazione, anzi lasciando l’altro appeso a un’incognita: dov’è, c’è, ci sarà, perché.

Ghosting.

Cercano consolazione. E una volta trovata tappano i buchi della loro solitudine, ma non gli basta mai, gli serve sempre di più, come l’assuefazione da droghe.

In questo modo sono visti e viste.

Sfruttano, sentendo il bisogno di urlarlo e rimarcarlo, come fosse un pregio, un segno distintivo di forza e qualità.

Fragilità.

Sono storie di narcisismo, mancanza di amore e vissuti di privazione. Cercano l’amore che gli è mancato altrove e che desiderano, ma non lo ammettono. Vivono il tentativo disperato di colmare un amore mancato, mai ricevuto, abbandonico, ambivalente e inaffidabile. È un amore che fa soffrire. È un oggetto del piacere che delude, tradisce e abbandona. E quindi lo usano, lo sviliscono e lo svuotano di umanità.

Cercano compagnia. Sono soli e sole, ma non sanno starci, con se stessi.

È l’alessitimia delle relazioni.

È l’altra faccia dell’apatia, celata dietro a un piacere fugace. Altro che edonismo, di piacere c’è poco o niente. E il multitasking ne è la prova. Passare da una persona all’altra, uno swipe come una pagina sfogliata, un incontro dopo l’altro, è questa la rincorsa verso un appagamento, una felicità, una gratificazione destinata a non arrivare mai fino in fondo.

Cercano l’amore accudente, in realtà, un amore da idealizzare, o tutto bianco o tutto nero, un amore senza confini, senza individualità, senza carattere. Un amore che amore non è.

E che forse non deve neanche essere.

Storie di masochismo e perversioni, narcisismo e ossessioni. La cosificazione dell’altro.

La compulsione dell’avere, di uno specchio che gratifichi, di un accumulo di feedback e like.

Scendere nelle scale della nostra cantina interna e dei nostri colori ci salverà. Stare da soli ci aiuterà a stare con gli altri. Amarci ci insegnerà ad amare.

È questa oggi la rivoluzione dell’amore.

Non ti è sfuggito il tempo?

Non avete avuto anche voi la sensazione che il tempo scorresse e continui a scorrere veloce? Veloce come mai prima è stato per così tante settimane.

Il senso del tempo alterato, accelerato, sfuggente. Non avete avuto anche voi la sensazione di voltarvi indietro e vedere che settimane, mesi sono passati così rapidamente che sembrano così recenti e vividi?

Ci siamo cercati in questo tempo, ci siamo ritrovati. Con sorpresa anche. Sono state settimane così vuote e ricche allo stesso tempo. Ma il tempo, sì, forse ci è sfuggito di mano.

Forse però abbiamo saputo aspettarci e con alcuni ci aspettiamo ancora.

Abbiamo avuto sentimenti contrastanti, che solo ora iniziamo a mettere in ordine.

Tutto questo in quasi tre mesi che sono sembrati un attimo per me.

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