Amami e odiami

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Freud aveva inizialmente associato l’odio alla distruttività. Effettivamente la psicoanalisi fa ampi riferimenti all’odio come funzione distruttiva. Ma Bollas (L’ombra dell’oggetto, 1989. Tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2018) ci fa riflettere sull’odio non distruttivo. L’odio mira davvero a distruggere il suo oggetto? O cerca, invece, disperatamente di conservarlo? “Il suo scopo può essere l’acting out di una forma inconscia di amore”, ci dice Bollas (1989, p. 98). Un investimento negativo, un odio-amore che mira a mantenere a sé l’oggetto odiato in un legame di passione. Se non riesce a odiare, si fa odiare, pur di mantenere il legame, è l’unica forma di rapporto affettivo che conosce. L’odio sostituisce, così, l’amore, ma non è il suo opposto. In un movimento di odio e vendetta dell’oggetto, in cui tale vendetta è desiderata, la reazione dell’oggetto è voluta, cercata, pur di essere visto. La vendetta eccita perché è segno di riconoscimento. Il terrore è per l’indifferenza, quindi l’odio diventa “un’alternativa all’amore”, ci dice Bollas (1989, p. 98). È anche una componente della misoginia, se ci pensiamo.

Sull’odio non distruttivo, Bollas riprende le parole di Winnicott, che scriveva che “l’aggressività fa parte dell’espressione primitiva dell’amore” (Winnicott, Appetito e disturbi emotivi, 1936. Tr. it. in Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze, p. 247). Il bambino “non si rende conto ancora che ciò che distrugge quand’è eccitato è identico a ciò che apprezza durante gli intervalli tranquilli tra i due eccitamenti. L’amore eccitato comprende un attacco immaginario al corpo della madre. In questo caso l’aggressività fa parte dell’amore”.

Allora, in un certo modo, solo nel momento in cui trovano forma gli oggetti Sé negativi la persona che odia si sente in rapporto con l’altro. Se altrimenti l’oggetto rimane indifferenziato è in qualche modo “perduto o un non oggetto“, ci spiega Bollas (1989, p. 107).

Kernberg (Kernberg, Relazioni d’amore, 1995. Tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano) ci dice che l’aggressività nell’amore trova espressione attraverso l’identificazione proiettiva. È con essa che i partner fanno sperimentare all’altro le proprie esperienze passate: “tramite l’identificazione proiettiva, ciascun partner tende a indurre nell’altro le caratteristiche del passato oggetto edipico o preedipico con cui si è trovato in conflitto” (Kernberg, 1995, p. 94). Meccanismo primitivo e spiazzante, l’identificazione primitiva serve a far sentire all’altro il proprio mondo interno, buttandolo fuori, ma controllandolo, un po’ come spiandolo dalla finestra. Il partner diventa, così, il complemento dell’altro: il tassello del puzzle, il match necessario a trovare espressione del proprio odio per l’oggetto, in cui l’uno domina l’altro come in una “follia privata” (André Green, 1986, in Kernberg, 1995, p. 95) in cui il legame con l’oggetto amato-odiato diventa insieme “frustrante ed eccitante”. In questa follia privata l’amore discontinuo permette di proteggersi dalla fusione con l’altro: è per questo che il partner, dopo aver ottenuto la gratificazione sessuale con l’oggetto, si allontana dall’altro. Evita la fusione con la madre, rincorre un’autonomia fittizia e si illude di allontanarsene.

Allo stesso modo, la dicotomia madonna/puttana, ci fa riflettere Bollas, rappresenta questo disperato tentativo dell’uomo di negare la fusione con l’oggetto materno. Un legame di dolore inconscio, preverbale, non raccontato e tristezza, in cui aggressività e tenerezza so accavallano, ma non si incontrano mai.

D’altro canto, la proiezione di aspetti sadici del Super-Io infantile può condurre a relazioni masochistiche in cui la sottomissione si alterna a separazioni illusorie, temporanee, fugaci, per poi far ritorno all’altro in un mix di masochismo e sadomasochismo, tenerezza e aggressività, terrore di fusione e illusione di indipendenza.

Odio e amore innescano relazioni circolari, faticose e stancanti in cui ci si tira e ci si molla, sfiniti e addolorati, ma anche eccitati e vivi.

È difficile l’amore. Amare e odiare si rincorrono in una corsa complementare e non si incontrano mai. Corrono su binari paralleli e mantengono un dolore originario che rimane sempre attuale e vivido.

Relazioni così sono appassionate e laceranti. Il borderline, ad esempio, quando ama, lo fa con tutto il suo dolore. È appassionato, è cieco d’amore, ma basta il soffio del vento per farlo cadere nella sua ferita sempre negata, ma sempre aperta.

Sono storie di dolore, tenerezza e rabbia. Amori stropicciati che neanche ci tengono a mettersi in ordine. Ma che poi l’ordine cos’è? Chi ci dice come dev’essere l’amore? Una casa, un cane e un figlio? Un matrimonio e un divorzio consensuale?

Penso alle parole di Alda Merini, lei sì che sapeva raccontare il suo amore. Amore appassionato, folle e così sano allo stesso tempo. Autentico e audace. Poetico e addolorato. Un amore florido e così tormentato.

Certi amori hanno le lacrime agli occhi o i polsi bloccati. Hanno la rabbia che acceca, ma anche quella tenerezza negata di un tempo lontano e ancora così attuale.

Sono le storie che mi piacciono. Ma anche quelle più difficili da scardinare. La psicoterapia è il porto sicuro, la resa e l’ancora di salvataggio. Quello spazio di cura in cui potersi leccare le ferite e farsi massaggiare le spalle ai bordi di un ring. E’ quel tentativo di trovare un legame protettivo, sano e buono a cui potersi affidare e da cui ricominciare. Lo spazio sicuro. Quello spazio mancato, presente a fasi alterne, inaffidabile e troppo spesso fugace.

Sono storie di amori mancati o sbagliati, in cui pensi che sia buono qualcosa che invece non lo è affatto.

Stay, if you wanna love me stay. But go away.

Fame d’amore

Sii bella, ricorda la prova costume, attento agli addominali, compra la camicia slim, entra in quella taglia in meno, occhio alla circonferenza, ma anche riempiti come se dovessi colmare una scatola, gratificati con gli zuccheri, abbuffati di junk food.

Imperativi e bisogni. Modelli sociali e benessere. La ricerca di sé tra palestra, condotte bulimiche e vuoto incolmabile.

Corpo e mente, pensieri e biochimica, siamo un insieme di funzionamenti e sistemi che in rare volte viaggiano in armonia, ma in tante si scontrano fra loro.

Da una parte c’è la richiesta sociale, dall’altra la gratificazione e il piacere degli alimenti che mangiamo, più in là ancora c’è uno stomaco da riempire e un’identità da guarire.

È l’epoca del benessere, questa, della palestra di notte, dei mini bikini, degli addominali e dei tatuaggi, ma è anche il periodo delle dipendenze. Cerchiamo disperatamente un oggetto a cui appoggiarci, che ci dia piacere immediato e gratificazione. Cerchiamo gli zuccheri e il junk food perché il nostro corpo ce ne richiede sempre più, ma prima ancora cerchiamo di colmare il vuoto che non trova parole, che non trova pace.

Mangiamo per non deprimerci e ci deprimiamo mangiando.

Il rapporto con il cibo è fatto di tanti, tantissimi fattori, affettività e biochimica si intrecciano in una danza, si alternano, si corroborano.

Mi limito qui a riflettere sulle dinamiche intrapsichiche, affettive, identitarie e anche, sì, traumatiche che stanno alla base di un rapporto controverso con il cibo.

Piovono richieste e impennano le vendite di integratori naturali, la cui efficacia talvolte è tutta da dimostrare. È uno stomaco che non trova pace, che ha fame di serenità, di amore non tanto da parte dell’altro, ma prima di tutto di sé.

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