Quello che non vuoi vedere

“Ci ho messo mesi per pensare al mio ricovero”. Mi ha detto un giorno Sandra, nome di fantasia, 40 anni portati come una ragazzina. Me ne aveva parlato già prima, in realtà, ma sempre con una certa distanza. C’è stato un momento in cui, invece, si è seduta e ha iniziato a raccontarmi quello che ricordava. Probabilmente anche con una grossa ricostruzione fatta di memorie flebili, racconti altrui e deduzioni.
Ti stupisci per lo stigma e di come le persone facciano estrema fatica a mettersi nei panni di una donna che sta male non fisicamente, ma mentalmente.
Il pregiudizio è cocente non solo nelle persone comuni, amiche, familiari, ma anche e direi soprattutto in chi lavora nel settore. “Quando sei ricoverata in ospedale, in un reparto ospedaliero di psichiatria, tutti sembrano osservarti dall’alto, ti studiano da dietro una scrivania, tutti in fila, ti dicono quello che dovresti fare”. È gente che, pur lavorandoci, non sembra aver mai vestito i panni dell’altra.

Ti gela quando te lo racconta, ti sembra di vivere anche tu quei giorni passati in ospedale.
E allora ti chiedi, che terapeuta voglio essere? Ma soprattutto, come non voglio essere? Come quello che si spazientisce davanti a un paziente in evidente stato di maniacalità? O come quello che giudica una aspirante coppia adottiva in base a un ricovero nella storia di lei? Ma anche, che persona voglio essere? Quella che si arrabbia con un amico alle prese con una depressione? O quello che dice all’altro che è tutta una questione di volontà e di scelta?

Vi do un consiglio, terapeute/i, alzatevi dalla poltrona e muovetevi. La malattia mentale non si conosce solo attraverso i libri.
“La parte difficile”, mi ha raccontato Sandra, “è stata sostenere gli sguardi di chi ti veniva a trovare. Quasi pieni di paura che gli potessi trasmettere qualcosa, alternati da una mezza faccia che sapeva di vergogna”.
Ha dormito per giorni una volta entrata in reparto. Non mangiava e non si svegliava. Uno stato di torpore profondo che è durato probabilmente anche nelle settimane seguenti. Mi ha poi raccontato, in seguito, di percezioni sensoriali nuove, difficoltà nell’attenzione, pensieri che si rincorrevano.
Ci ha messo un anno per fare i conti con il ricovero. Con lo stigma, con il pregiudizio.

Questa storia mi ha insegnato molto. Sandra non è quella che potreste definire una pazza. È una donna comune, non qualunque, ma comune. Un lavoro, una casa, una famiglia, una buona socialità. Ma anche io poi ho iniziato a vedere quanto i miei stessi colleghi e colleghe si ponessero in una posizione totalmente giudicante e cieca di fronte a questi casi. Ho visto anche terapeuti e terapeute in gamba o almeno ritenuti/e tali discutere di questi casi con termini di responsabilità, scelta e irrimediabilità, come se la malattia mentale ancora, nel 2020, si discostasse da una gamba rotta, da un ictus o da qualsiasi altra malattia fisica.

Eppure sono professionisti/e di un certo spessore. Ma quando si tratta di scendere in strada fanno fatica a mettersi veramente nei panni dell’altro.

Io credo che un ricovero di questo tipo sia in grado di cambiarti la vita. Così come lo vedevo nei/nelle pazienti che avevano affrontato un trapianto. “Mi sembra di esser nata una seconda volta”, mi dicevano. E credo che la portata fisica ed emotiva di questi ricoveri importanti ti cambi necessariamente in qualche modo.

Primo, perché in reparto si è tutti e tutte uguali. Secondo, perché un’ospedalizzazione di questo tipo ti fa conoscere una parte di te che non puoi ignorare.

I pazienti e le pazienti trapiantate facevano esperienza di perdita, fiutavano la morte, conoscevano la mutilazione del donatore o della donatrice, vivente o meno, navigavano nel senso di colpa. Sandra viveva anche lei il timore di disgregazione, faceva i conti con le paure e le parti più remote di sé e percepiva anche i cambiamenti del corpo e delle funzioni cognitive. “Mi sembrava di vedere tutto accelerato”, mi diceva, “come se i pensieri mi sfuggissero prima ancora di pensarli”. Non riusciva a sostenere lo sguardo, si rannicchiava, piangeva delicatamente, di quelle lacrime che ti bagnano appena il viso, era rallentata. Si è attaccata molto a me. Me lo ha detto, ma credo che il legame fosse più forte di quanto raccontasse. Un legame discreto, a volte più invadente, ma era la sua fame di un porto sicuro. Ci ha messo tanto a prendersi la sua vita (non a riprendersela, ma a prendersela per la prima volta). Credo che sia la paziente che più mi ha insegnato nella mia giovane carriera di terapeuta. È stata più illuminante di cento saggi e manuali. Più di mille poesie.

L’assessment è terapeutico

Immagine tratta da spaceclub https://www.instagram.com/p/CFJ_WxwqFF8/?igshid=aq1e00nzv9yl


Perché una valutazione psicologica con l’utilizzo dei test? Per quelli che non hanno mai effettuato una valutazione psicodiagnostica, questo ambito della psicologia può rimanere pressoché sconosciuto.


La psicodiagnostica è una branca della psicologia applicata che permette di indagare la personalità con tecniche standardizzate e oggettive. Si utilizza in ambito clinico, peritale e dell’orientamento scolastico e professionale, sia in età evolutiva che per gli adulti.


Uno/a psicodiagnosta ha una formazione specialistica nel settore che richiede una conoscenza meticolosa dei test che utilizza e una competenza specifica nella somministrazione di questi strumenti che sono in costante aggiornamento. Ecco perché uno psicoterapeuta, uno psichiatra, uno psicologo, un perito indirizzano il paziente verso uno/a specialista in psicodiagnostica, perché non tutti hanno la formazione e la competenza per somministrare batterie di test specifiche per ogni caso.


Ma perché la valutazione psicologica con l’utilizzo di test è terapeutica già di per sé? L’uso di test avviene sempre e necessariamente all’interno di una batteria (diffidate da chi vi somministra un solo unico test!) perché servono più strumenti che consentano di evitare imprescindibili errori del somministratore, bias nelle risposte, condizioni ambientali che possono interferire con l’esecuzione di un test. Più strumenti servono per ridurre il più possibile questi errori e per offrire un quadro di personalità completo e articolato. Questo percorso di valutazione implica l’instaurarsi di una relazione fra testista e paziente, in cui vengono comunicati, espressi e veicolati stati d’animo, vissuti personali ed emozioni intime e profondamente personali.

Il lavoro di psicodiagnosi mette il paziente in gioco insieme al testista, che ne chiede la collaborazione e il racconto di sé.

Inoltre, la lettura insieme dei risultati emersi ai test è un passaggio che potenzialmente può offrire al paziente una conoscenza di sé, una rilettura dei suoi comportamenti e dei suoi vissuti, una comprensione da un nuovo punto di vista.

Per tutti questi motivi l’assessment ha potenzialità terapeutiche. La possibilità di raccontarsi attraverso i colloqui clinici e mediante l’uso di strumenti appositi, sotto varie forme di espressione, come domande dirette, lettura di immagini, disegni, permette al paziente di esprimere verbalmente e simbolicamente i propri vissuti interni, anche quelli di cui non è pienamente consapevole.

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