Tra massa e soggettività

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Avete presente quando vi dicono di stare al posto vostro? Quando vi chiedono di stare in un ruolo e non uscirne? Quando il capo o la capa vi dice di non prendere iniziativa? Quando un uomo vi dice di non pretendere amore?

Ecco, quando qualcuno/a si appella a quella sorta di gerarchia, è molto probabile che sia arrivato il momento che vi percepisce come una minaccia.

Minaccia a cosa? Al loro narcisismo, alla loro onnipotenza, all’immagine esaltata di sé o dell’azienda o di un legame, ad esempio.

L’individuo, in certi contesti gruppali o anche aziendali, direi, deve essere tenuto a bada perché, con la sua soggettività, rischia di essere poco controllabile. Ecco perché in alcuni ambienti lavorativi di basso livello si tende a cancellare le competenze, le qualifiche, la maturità professionale di lavoratori e lavoratrici (pur tenendole in conto quando servono).

La sensazione dall’altra parte è palese: alcune dinamiche sono così assurde che diventano ridicole. Chi è oggetto di questa massificazione può infastidirsi o, invece, reagire anche con un misto di pena e imbarazzo.

Questo vizio per la cosificazione (intesa in termini marxisti, nel ridurre il lavoro a merce e la persona a oggetto, ma anche in termini psicoanalitici, nel passaggio da simbolico a concreto, come avviene, ad esempio, nel linguaggio delle psicosi) lo troviamo, in realtà, in molti ambiti. Nei fenomeni migratori, nell’immaginario delle persone emarginate, purtroppo anche nei confronti delle donne.

C’è un senso di onnipotenza e narcisismo alla base che si somma ad una mancanza di empatia, ma anche ad un violento allontanamento di persone che rievocano qualcosa di fastidioso, doloroso, sconosciuto, scomodo.

Inscatolare le persone è un’arma fasulla che toglie creatività, autenticità e pensiero. Metterle in una categoria, renderle oggetto, cosificarle consente a chi lo fa di non entrare nel soggettivo, di non conoscerle e, quindi, di non entrarci realmente in contatto, evitando, così, il rischio di incappare in un coinvolgimento emotivo. Lo vediamo chiaramente con i fenomeni migratori: uomini e donne migranti rimangono massa e l’unico modo per combattere il pregiudizio, il razzismo e la xenofobia nei loro confronti è conoscerne le storie.

Allo stesso modo, una dinamica simile avviene con le donne. Diventano oggetto per chi non riesce a gestire la loro soggettività e, quindi, il legame che si crea tra due individui che si incontrano. Ecco che diventano suore, pazze o puttane. Ecco perché certi uomini deboli sentono il bisogno di renderle oggetti: accoglierne la soggettività umana significa entrarci emotivamente in contatto. Troppo forte per alcuni.

La stessa cosa avviene in certi contesti gruppali e lavorativi di basso livello, in cui le individualità come le competenze vengono omologate e appiattite: tutto è reso uguale, niente si deve discostare dalla massa perché altrimenti diventa ingestibile, pericoloso, una minaccia. L’appartenenza a un gruppo, seppur disfunzionale, in certi contesti e per certe persone è necessaria per non crollare. Talvolta sono gli stessi membri di questi gruppi che impediscono all’individuo di essere tale e lo ricacciano nella massa gruppale tacciandolo di tradimento, in nome di un’appartenenza malsana e fittizia. Sono i gruppi più beceri e, ahimè, queste dinamiche sono ormai frequenti in certi contesti lavorativi precari e ricattatori.

In realtà è così bella la soggettività. È la chiave per una vita autentica e per una vera condivisione. È solo attraverso le peculiarità degli individui che si creano masse pensanti, perché nascono dal pensiero critico, dall’autenticità e non cedono all’inconsistenza.

Far diventare razionale l’irrazionale

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«Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte; del resto ero poeta e trascorrevo il mio tempo tra le cure delle mie figliole e il dare ripetizione a qualche alunno, e molti ne avevo che venivano a scuola e rallegravano la mia casa con la loro presenza e le loro grida gioiose. Insomma ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò, e morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portato in manicomio» (Merini, A. [1986]. L’altra verità. Diario di una diversa. BUR Rizzoli, 2010, p. 13-14).

Quante verità conosci? Quanto ascolti quella dell’altro/a?

Alda Merini è per me una mente d’eccellenza. La mente nelle sue sfumature, belle e brutte, accettabili e ignobili. È la ribellione all’etichetta, è donna, è femminilità. È camminare a testa alta, ignorando i/le deboli di mente, quelli/e che vivono raccontandosi di vivere e non scendono nelle scale buie della cantina, ma neanche escono a correre in giardino. Cos’è la follia, com’è talvolta banalmente intesa, se non un cliché?

Basaglia diceva: «Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita» (Basaglia, F. [1979]. Conferenze brasiliane. Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, p. 18-19).

Alcuni/e si crogiolano dietro l’etichetta di follia. Perché gli sembra sinonimo di estro e creatività. Forse perché tutto il resto sullo sfondo ne è privo e allora il ricorso all’estremo pare quasi salvifico. Ma, questi/e, folli non sono, non si concedono neanche un briciolo di follia. Aderiscono, si illudono e rifuggono l’idea di camminare da soli/e. Perché la follia è anche un po’ questo. Andare da soli/e.

Ho capito col tempo che alcuni/e vivono per inerzia. Una casa, una famiglia, qualche amante, un lavoro. Lontani/e dalla loro vera essenza. O forse ad essa così vicini/e. Bromberg (1998/2001) dice che alcune/i pazienti che arrivano in psicoterapia si chiedono «Perché sto vivendo in questo modo?»: «Alcuni individui iniziano la terapia tormentati da questa domanda, dopo essersela posta per anni, senza mai essersi sentiti vicini a una risposta, mentre altri non se la sono mai posta perché per loro il concetto di “perché sto vivendo in questo modo” non ha alcun significato personale». Per loro, scrive Bromberg, «la domanda “perché” è indomandabile» (Bromberg, P. M. [1998/2001]. Clinica del trauma e della dissociazione. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007, p. 9).

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