Far diventare razionale l’irrazionale

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«Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte; del resto ero poeta e trascorrevo il mio tempo tra le cure delle mie figliole e il dare ripetizione a qualche alunno, e molti ne avevo che venivano a scuola e rallegravano la mia casa con la loro presenza e le loro grida gioiose. Insomma ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò, e morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portato in manicomio» (Merini, A. [1986]. L’altra verità. Diario di una diversa. BUR Rizzoli, 2010, p. 13-14).

Quante verità conosci? Quanto ascolti quella dell’altro/a?

Alda Merini è per me una mente d’eccellenza. La mente nelle sue sfumature, belle e brutte, accettabili e ignobili. È la ribellione all’etichetta, è donna, è femminilità. È camminare a testa alta, ignorando i/le deboli di mente, quelli/e che vivono raccontandosi di vivere e non scendono nelle scale buie della cantina, ma neanche escono a correre in giardino. Cos’è la follia, com’è talvolta banalmente intesa, se non un cliché?

Basaglia diceva: «Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita» (Basaglia, F. [1979]. Conferenze brasiliane. Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, p. 18-19).

Alcuni/e si crogiolano dietro l’etichetta di follia. Perché gli sembra sinonimo di estro e creatività. Forse perché tutto il resto sullo sfondo ne è privo e allora il ricorso all’estremo pare quasi salvifico. Ma, questi/e, folli non sono, non si concedono neanche un briciolo di follia. Aderiscono, si illudono e rifuggono l’idea di camminare da soli/e. Perché la follia è anche un po’ questo. Andare da soli/e.

Ho capito col tempo che alcuni/e vivono per inerzia. Una casa, una famiglia, qualche amante, un lavoro. Lontani/e dalla loro vera essenza. O forse ad essa così vicini/e. Bromberg (1998/2001) dice che alcuni pazienti che arrivano in psicoterapia si chiedono «Perché sto vivendo in questo modo?»: «Alcuni individui iniziano la terapia tormentati da questa domanda, dopo essersela posta per anni, senza mai essersi sentiti vicini a una risposta, mentre altri non se la sono mai posta perché per loro il concetto di “perché sto vivendo in questo modo” non ha alcun significato personale». Per loro, scrive Bromberg, «la domanda “perché” è indomandabile» (Bromberg, P. M. [1998/2001]. Clinica del trauma e della dissociazione. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007, p. 9).

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