UNA CASA SENZA GRADINI

Questo articolo è pubblicato sul sito https://www.psyplus.org/index.php/blog-psy-plus-onlus/205-una-casa-senza-gradini

Giovanna Teti – Piazza San Pietro, 2021

Le mie nipoti hanno una capanna di stoffa. Dentro c’è di tutto un po’. Ci infilano i genitori, me, la nonna e tutte le persone a cui sono legate. La capanna ha delle finestrelle e loro scelgono quando abbassare o alzare le tendine. La capanna sta lì, in camera loro. A volte ci giocano, a volte preferiscono stare altrove.

Come quella delle mie nipoti, ogni capanna, ogni casa è lo spazio in cui accogliamo e ci sentiamo accolti. La casa ci protegge quando rientriamo trafelati da una corsa sotto la pioggia; è quel luogo in cui invitiamo un amico a pranzare, cucinandogli qualcosa; è quando ci sdraiamo sul divano a raccogliere le forze dopo una giornata pesante.

Provate a chiedere a chi vive in strada cosa desidera. Tutti vi diranno: “una casa”.

Quando una casa non c’è

Una volta chiesi a un uomo che aveva il letto sotto la vetrina di un negozio: “Ma tu, cosa vorresti?”. “Una casa”, mi rispose.

Mi sentii impotente. Avevo provato a farlo accogliere decine di volte in qualche dormitorio, ma puntualmente mi veniva risposto che non era progettuale e non si prendeva cura di sé.  Quell’uomo ha una schizofrenia che lo ha portato a vagare chissà come attraverso Paesi di un’Europa ancora troppo indifferente. Davanti alle sue parole reagii in un modo che lui giustamente rispedì al mittente; gli proposi prima una visita per le sue gambe malconce e con l’occasione riprendere uno zoppo tentativo di cura interrotto tanti anni fa. Lui prontamente mi rispose: “Il mio sistema immunitario funziona alla grande”.

Mi sentii ingabbiata in un modello stereotipato di intervento, con cui non sarebbe mai arrivato a una casa, ma neanche a un dormitorio, perché era stato già schedato come non collaborativo e alcolista.

E allora: prima la casa!

Negli anni Novanta, negli Stati Uniti, uno psicologo di nome Sam Tsemberis proponeva un modello evidence based che aveva come obiettivo la cancellazione dell’homelessness, senza mezze misure, dando una casa a chi non ce l’aveva (D. K. Padgett et al., 2016). Era il modello dell’Housing First.

In netto contrasto con l’approccio a gradini che andava per la maggiore nell’America misericordiosa di quegli anni, l’Housing First, pensato per persone con patologia mentale e dipendenze patologiche, non richiede aderenza a trattamenti terapeutici né astinenza da alcool e droghe per arrivare ad un alloggio. Non punta a ripulire gli homeless dai peccati né all’evangelizzazione o all’assistenza vicaria o alla beneficenza.

A volte l’homelessness nasce da storie turbolente, famiglie non accudenti, povertà, abusi, trascuratezza, ben peggiori della strada. Storie di vita fatte di intoppi trascinati nel tempo, perdita di legami, talvolta carcere e il tentativo disperato di rialzarsi. La strada, poi, aggrava tutto, porta a disagio psichico, uso di sostanze, disperazione.

L’Housing First punta a scardinare prima di tutto l’isolamento e l’emarginazione. Gli approcci a gradini, invece, scoraggiano le relazioni sociali prima che la persona abbia raggiunto astinenza e aderenza alle cure. 

Ma come possiamo pretendere aderenza a un trattamento se poi si è costretti a rimanere su un marciapiede? Quel trattamento potrebbe anche esser nocivo: ti aiuto a stare meglio, via le voci, via le sostanze. E poi? Ti lascio nella solitudine senza quelle stesse armi che, seppur dolorose, ti hanno comunque permesso di sopravvivere sulla strada: alcool, droghe e una neorealtà.

Invertire i piani, a questo punta l’HF. Partire da uno spazio sicuro per ritornare alla cura di sé.

E allora, Housing First! Via dalla strada.

Housing now!”, urlavano nel 1989 a Washington DC 250.000 persone senza dimora, manifestando per le strade della città. E Housing now! è quello che ci chiedono le persone che vivono sotto a un romanzato tetto di stelle.

Giovanna Teti

BIBLIOGRAFIA

D. K. Padgett, B. F. Henwood, S. J. Tsemberis (2016). Housing First. Franco Angeli, Milano, 2018.

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