Trentatré

È passato un mese. E io in questo mese non ho smesso di pensare a lui nemmeno un giorno.

Tanto in me è cambiato. A volte ho questi momenti di agitazione in cui di fatto vengo assalita dai sensi di colpa.
Forse è il senso di colpa per essere sopravvissuta. O per non essere riuscita a fare abbastanza perché lui non morisse.

Ogni giorno mi chiedo cosa avrei potuto e dovuto fare. Cosa ho fatto bene e cosa invece ho sbagliato. Ma, alla fine, il soliloquio dentro la mia testa finisce sempre con una certezza amara: avrei potuto fare di più. Ed è questo che non mi dà pace. Ed è sempre per questo che non riesco a prendere decisioni ultimamente. Come se non fosse mai quella definitiva, quella giusta. Nelle cose più semplici. Questo vuol dire che l’ansia mi aumenta senza logica, che entro nel vortice di quel senso di colpa irrazionale e magico, come se, cioè, servisse ad aggiustare qualcosa. No, non serve a niente e non mi basta, perché io lo so che non me lo riporta indietro.

Il funerale è stato duro, durissimo e anche i giorni che lo hanno preceduto. Giorni in cui non mangiavo, non dormivo, non mi guardavo attorno. Ero in una bolla, dissociata dal mondo. Distaccata da tutto ciò che non riguardasse lui, la morte e il dolore.

E appena stamattina ho rimesso piede a Roma, nella mia città, nella sua città, proprio davanti a me è sbucato il Verano. Lo vedevo dai finestrini del pullman e lo stomaco mi si è stretto di nuovo. Sapevo che avrei dovuto riaprire qualcosa che il mio viaggio di queste ultime settimane aveva solo messo da parte.
Vedere quei cipressi dall’altra parte del muro che li separa dal traffico mi ha riportato violentemente al giorno del funerale. Non che non ci avessi pensato in questi 20 giorni, ma vedere il Verano lì davanti a me dopo tre settimane è stato come arrendermi al lutto e dire: sì, ora devi farci i conti, in questa città, tra le sue cose, le sue foto, le sue strade.

E in taxi, passando proprio nel quartiere in cui aveva vissuto, ho rivisto ogni via, ogni angolo in cui era successo qualcosa, avevamo parlato, riso, mangiato, camminato. È stato lì, passando all’angolo di casa sua, che ho sentito una smorfia sulla mia bocca. Era la presa di coscienza amara che la morte si era presa troppo presto un pezzo di me.

Perdere un amico alla soglia dei 40 anni e perderlo in modo così violento è qualcosa che ti lacera. Crea in te una ferita che col tempo, i pensieri e i ricordi potrai forse ricucire, ma non ne potrai cancellare la cicatrice sulla tua pelle.

Tutto si ferma. Il resto non esiste. Gli altri non esistono più. Tutto perde significato. All’improvviso. Tutto.

Quando sono riemersa dal funerale, dopo circa una settimana dal giorno della sua morte, ho sentito il bisogno di chiudere con qualcuno e qualcosa. In realtà poi ho cercato di metterci una toppa, ma con codardia: ho fatto sì che, lasciandole scorrere, le cose finissero. Quindi sono rimasta sullo sfondo a guardare, sapendo che neanche troppo passivamente le avevo fatte finire io. Ho provato sollievo. Così ho lasciato andare un lavoro non voluto da una parte e una passione ormai svanita da troppo tempo dall’altra.
Mi sono sentita leggera e libera. Come se finalmente potessi dedicarmi solo alle cose autentiche. E quando, a distanza di giorni, sono tornate a farsi sentire, nel bel mezzo del mio viaggio, ho realizzato quanto non mi fossero mai piaciute e quanto liberatorio fosse mandarle a cagare.

Il viaggio. Dopo il funerale sono partita. Ero in dubbio, ma alla fine l’ho fatto. Ho deciso tutto sul momento, un giorno per l’altro e alla fine, queste decisioni, sono riuscite: ho fatto un bellissimo viaggio, ricco e stimolante. Sono stata in compagnia e ho avuto bisogno come l’aria di stare anche da sola. Quindi sono andata in Bosnia in solitaria. È stata una delle più belle esperienze che ho fatto. Un viaggio che mi ha dato tantissimo. Ho staccato con tutti, ho spento il telefono e mi sono ripresa un po’ di serenità.

Perché c’è una cosa in questo mese che ho capito. Se la vita è una merda, è anche vero che va addolcita con quei momenti che te lo fanno dimenticare almeno per una buona fetta di tempo. Mi spiego meglio. Un viaggio dopo aver lavorato per un anno intero a ritmo serrato con colleghi e colleghe di cui faresti volentieri a meno, rogne che si accavallano come una catena e stanchezza condita con lockdown e coprifuoco. Delle persone preziose che incroci nel tuo cammino. Incontri che ti fanno tornare a sorridere. Forza. Una stabilità economica. L’illusione per la fine della pandemia. Sono stronzate, palliativi, lo so. E pure fugaci. Nulla possono contro un’anima inquieta. Ma goccia a goccia alla fine riescono a colmare quel vuoto almeno per un po’. Sono palliativi di varia intensità e rilevanza, ma anche di questo è fatta la vita. La fortuna sta nel trovare quelli più adatti a noi. Perché quelli poi c’è possibilità che diventino sostanza. Come? Usandoli come speroni per arrivare alla vetta. Che non sarà mai la vetta più alta, ma forse una tappa o una meta. Magari tra un palliativo e l’altro becchi qualcosa di sostanza.

No, sono stronzate. Tra un palliativo e l’altro ce la devi mettere la sostanza. E il punto sta proprio qui: accorgerti dei palliativi e avere la forza di saper andare alla ricerca della sostanza. Cadere e rialzarsi e farsi aiutare a rialzarsi. Imprecando, malandati e con i lividi magari. Ma non tutti inciampiamo allo stesso modo e soprattutto non incontriamo le stesse buche, gli stessi ostacoli, quindi qualcuno di noi può far più fatica a rialzarsi.

È stato durante il viaggio che ho capito che alla fine bisogna trovare qualcosa per cui valga la pena andare avanti, anche se tutto va male, anche se tutto attorno a te va a rotoli. Forse a lui questo è mancato o è stato troppo fugace o forse, quando è finito, si è arreso.

E allora poi ho capito che, no, non si sceglie davvero di morire. In queste settimane si raccolgono le firme per il referendum sull’eutanasia legale. All’inizio pensavo che lui avesse scelto un’alternativa forzata all’eutanasia legale, ma ora credo che, no, non sempre è giusto morire. O almeno ancora non lo accetto.

Il mio amico era una persona speciale. E voi penserete che lo scrivo perché questo si dice dei morti. E invece no. Lui era uno che vi mangiava in testa, uno ad uno. Era una persona di un cinismo che spiazzava, che non doveva edulcorare niente, che aveva un’ironia rara, una curiosità contagiosa e un’intelligenza brillante. Sapeva essere duro e sprezzante allo stesso modo in cui riusciva ad essere presente e buono. Erano sentimenti ruvidi e veri, i suoi. Tanto cinico quanto profondo. Appassionato. Coinvolgente. Giusto. Era la colla di tutti noi che gli volevamo bene. Era in grado di unire gente e amici che tra loro non si conoscevano. In questo mi sento molto simile a lui. Era uno fuori dalle righe. Uno che non te la mandava a dire. Uno che c’era, ci credeva e restava. Uno che sapeva dare affetto nel suo modo autentico e mai banale.

Uno che, in una valle di omini dalle tonalità pastello, è riuscito a brillare.

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