Tripudio di mescolanze

Questo viaggio è iniziato con un’emergenza a bordo a 10 minuti dal decollo. Quando si dice un buon inizio.
Atterro e dal momento esatto in cui metto piede in questo bellissimo Paese tutto diventa bizzarro.
Tutto fermo agli anni ’90 o forse anche prima, quando ancora c’era il Partito Comunista.
Le persone sono inizialmente dure e per nulla socievoli, ma poi si aprono e diventano accoglienti e sorridenti. Soprattutto se vedono che apprezzi le loro cose. Alcune. Altre no, sembrano come delle bambine e dei bambini arrabbiati.

La Bulgaria è l’ultimo Paese a sud della Regione Balcanica e ha nella sua storia e cultura splendide influenze. Di qui sono passati i bizantini, gli ottomani, i romani; la cultura è un tripudio di mescolanze turche, greche, serbe, francesi, russe e tanto altro ancora.
È un Paese che non poco fatica a rimettersi in piedi dalle sconfitte del passato e che risente dell’eredità pesante del Comunismo. Pensavano di essersi presi/e una rivincita nel 2007, entrando nella Comunità Europea e invece sembra che non vada proprio nel verso giusto. Il Governo non riesce a insediarsi, la corruzione dilaga e al confine turco costruiscono muri contro le migrazioni che passano per la rotta balcanica. Proprio loro, che nella storia hanno avuto influenze da ogni dove e che di queste un tempo hanno saputo fare tesoro.
E poi i traci erano famosi, sì, per essere grandi guerrieri, ma anche per il vino buono. E il vino, come il cibo, unisce e aggrega. E qui vi dico che si mangia da Dio. Ma mi pare evidente che non basta. Con Fabio avremmo detto che la Bulgaria è un Paese di mille colori e mille contraddizioni, ridendo e capendoci solo noi. Ed è a lui a cui spesso ho pensato durante i miei assaggi culinari. Lui che amava i posti truci e le bettole che meno male che esiste il vaccino contro l’epatite A.
Lui sì che mi avrebbe accompagnato nei pasti a qualsiasi ora del giorno e della sera. Lui amava queste cose.

Ieri sono partita presto e mi sono addormentata sul pullman. Poi ho aperto per un attimo gli occhi e mi sono trovata in mezzo a montagne verdissime che mi hanno ricordato la Bosnia. Ho sorriso soddisfatta e mi sono rimessa a dormire. Ho provato un senso di accoglienza e mi sono chiesta, per l’ennesima volta in questo viaggio, dove stia scritto che le cose debbano andare così come vanno a Roma.
In questi giorni penso, scrivo, leggo, osservo e immagino.
Credo che qualcosa cambierà. Ma forse è già cambiato.

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