Dimore linguistiche

Giovanna Teti
Novembre 2021

Il dibattito attuale sulla linguistica inclusiva dovrebbe farci riflettere su cosa e chi vogliamo includere. Perché dare un nome alle persone e alle cose significa riconoscerne l’esistenza. Il linguaggio, infatti, non solo ci serve a nominare e comunicare, ma trasmette i processi culturali, sociali, psicologici e dinamici di costruzione dell’identità individuale e collettiva.

Linguistica inclusiva e inclusione sociale
L’altro giorno una persona che vive in strada mi ha detto: “aspetto che aprano i dormitori per l’inverno”. Quelli che aprono con il cambio stagione (come se per ogni stagione dovessimo ricominciare da capo). Li chiamano centri di accoglienza, ma sono semplicemente dei dormitori di emergenza. Messi in piedi con il freddo e chiusi con la primavera. Voi ci andreste a dormire in un posto che chiude le porte alle 8 del mattino e le riapre alle 19? Ci andreste davvero a dormire in un dormitorio o pensate che qualsiasi cosa sia davvero meglio della strada? Non è che le persone senza dimora sono creature di serie b, che dove le metti, le metti, non si lamentassero, già che le togliamo dalla strada!

Ormai l’Housing First sta prendendo piede anche in Italia, ma a Roma fatica a decollare. In realtà, la situazione del sociale è in stallo e vittima di una serie di lacci economici, politici e religiosi e carenze culturali che la metà ci basta e ci avanza. Vige il principio del “meglio di niente” e sembra che l’innovazione stenti ad arrivare nelle Istituzioni e nell’organizzazione generale. Impera ancora troppo spesso la difficoltà a mettersi nei panni dell’altro/a, come se quel mondo non ci apparterrà mai. Eppure, finire per strada è meno raro di quanto pensiate. E, una volta che qualcuno/a ci finisce, sembra che perda non solo i diritti, ma soprattutto la dignità, il rispetto e il privilegio di essere visto/a come persona. No, le persone senza dimora non sono arredi urbani.

E smettiamola di urlare allo scandalo del decoro urbano. Leggo di malcontenti di quartiere, promesse politiche di pulizia, bonifiche e sgomberi, indecenza e degrado. Soprattutto riguardo alle persone che fanno uso di alcool; per loro lo stigma è doppio: “non sono barboni, ma alcolisti”, “vengono in Italia perché l’alcool costa meno” e via di creatività. Io mi chiedo se ci sia un momento in cui queste persone arrivino a vergognarsi.

Ve lo spiego con le parole che un trentaquattrenne mi ha detto qualche mese fa: “e certo che bevo, non ce la faccio a rimanere per strada e pensare, poi sto male; quindi, l’unico modo che ho per resistere è bere”. Si chiama autoterapia, cura palliativa, un doppio legame che da una parte cerca disperatamente di proteggere e dall’altra lede e danneggia. Come le persone che fumano sigarette o che bevono un po’ troppo al pub o che eccedono con qualsiasi altra dipendenza nata con lo scopo di curarsi. Ma l’empatia è uno strumento ormai troppo raro.

Lo stigma nel linguaggio
Lo stigma lo vediamo anche vestito bene nei documenti ufficiali o nella linguistica superficiale. “I senza dimora”, “i fragili”, “i senzatetto”. Diamine, sono persone. Al limite, se proprio vogliamo nominare le cose e dargli una terminologia condivisa e utilizzata dalla ricerca e dalla letteratura internazionale, cerchiamo di ragionarci su.

Talvolta usiamo homelessness per indicare una situazione, più che una condizione, che è oggetto di studio, di cura, di presa in carico, di lavoro. Questa parola ha un senso perché è condiviso e racchiude un dibattito e un interesse che va ben al di là della categorizzazione. Perché categorizzare rischia di cosificare e rendere massa, perdendo di vista la soggettività, che è quella che poi porta allo stereotipo, al pregiudizio e allo stigma.

Limitare e circoscrivere la persona a “i senza dimora”, non significa darle un nome per essere rappresentata, ma renderla un tutt’uno ed esaurirla con la condizione che vive.

Lo stesso avviene per la disabilità e la salute mentale. “Gli autistici”, “gli schizofrenici”. L’altro giorno, durante un seminario, una signora ha detto una cosa per me preziosissima, riferendosi alla sua malattia cronica: non dite che abbiamo un problema, perché il mio è un modo differente di vivere, uno come tanti altri.

La stessa cosa vale per la salute mentale: la diagnosi descrittiva categorizza e rischia di nascondere la complessità della persona. L’etichetta diagnostica molto spesso costringe la persona in una categoria e dà risalto alla patologia, facendo perdere di vista le risorse: “psichiatrico” è una parola che spesso sentiamo per definire l’intera persona, rimandando a un’accezione negativa e perdendo di vista la visione psicodinamica della sua situazione attuale.

Non dobbiamo pensare necessariamente alla fragilità psichica, perché molto spesso le persone che vivono situazioni particolari di salute mentale sono tutt’altro che fragili. E no, non è politically correct, è attenzione, è entrare con delicatezza nelle vite di ognuno/a di noi; ci riguarda e non ci è estraneo.

Quando hanno iniziato le vaccinazioni per le persone con situazioni sanitarie particolari, hanno detto che la campagna vaccinale sarebbe iniziata con “i fragili”. Io avevo un amico che rientrava in quella categoria e tutto pensavo di lui, tranne che fosse “un fragile”.

Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza”. 1

L’atto di denominare non è un dato tecnico; va pensato, richiede un processo di riflessione e la capacità di soffermarsi su ciò che rappresenta.

Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare come aveva intuito molto tempo fa Walter Benjamin nel suo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo (1916), è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne”. 2

Tra l’altro, l’espressione “i senza dimora” taglia fuori anche una fetta non indifferente di persone: le donne. Sottorappresentate persino nella marginalità sociale. Eppure, le donne in strada, con questa pandemia, sono aumentate. Chissà, forse perché sono aumentate le situazioni di violenza domestica e quindi tante donne, per scappare, sono finite in strada senza nulla.

Usare una linguistica che sia davvero inclusiva significa prima di tutto vederle, le persone. Cacofonico, direbbe qualcuno. Supponenza (e tantissimo altro ancora), dico io.

In italiano (e non solo) le desinenze grammaticali non indicano il genere, inteso ovviamente come genere socioculturale, ma il sesso: la desinenza maschile e quella femminile ci dicono soltanto che il riferimento è a una persona di sesso maschile o femminile, e non danno alcuna indicazione sulla sua identità di genere. La morfologia della lingua italiana (ma non è la sola!) rivela il sesso della persona a cui ci si riferisce, non c’è niente da fare”. 3

Rifiutarsi di dare un nome alle persone e alle cose significa non riconoscerne l’esistenza.

Note

1. David Bidussa (2018). Un anno senza Zygmunt Bauman. Fondazione Feltrinelli, 08 gennaio 2018, https://fondazionefeltrinelli.it/un-anno-senza-zygmunt-bauman/.

2. Ibidem.

3. Cecilia Robustelli (2021). Lo schwa? Una toppa peggiore del buco. MicroMega, 30 aprile 2021, https://www.micromega.net/schwa-problemi-limiti-cecilia-robustelli/?fbclid=IwAR1y49gvaz81zsNYpic6FszajkXAu0KxjJyjPusfSosAAJE8h0CDGVV1loo. L’articolo è ripreso nel numero 5.2021 di MicroMega, «Lo “schwa” al vaglio della linguistica», di Cecilia Robustelli.

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