La normopatia: il pensiero di Christofer Bollas ne “L’età dello smarrimento”

Nel suo libro “L’età dello smarrimento” Bollas ci offre un ricco spunto di riflessione sull’evoluzione dei popoli nel corso dei periodi storici fino ad oggi. In particolar modo, riferendosi ai tempi attuali Bollas analizza il concetto di normopatia, termine introdotto da Joyce McDougall nel 1978. Bollas intende con questo concetto lo sviluppo di una personalità orientato al “riparo dalla vita mentale immergendo il Sé nel comfort materiale e in una vita di svaghi” (Bollas, C. 2018. L’età dello smarrimento, p. 96). Il normopatico vive in assenza di contatto con la realtà soggettiva, ma esperisce e riconosce solamente quella oggettiva, materiale, concreta.

Lontano da un approccio creativo alla realtà, il normopatico, “anormalmente normale”, vive una vita estremamente stabile e intaccabile dalle vicende affettive e soggettive. Vive in una sorta di analfabetizzazione affettiva che gli impedisce di riflettere sul proprio mondo interno. Questo stato di superficiale benessere lo rende sicuro, estroverso e lo mantiene tranquillo, privilegiando dati e fatti ai movimenti emotivi interni.

Bollas descrive la vita di un normopatico articolata fra pratiche di routine quotidiana: “Dal supermercato al negozio di animali domestici dal negozio di articoli sportivi al ferramenta, da un pranzo con le amiche in cui vengono elencate le cose vissute nella giornata al rientro a casa per una irrequieta pulizia della cucina, dalla partita di tennis all’idromassaggio, questa persona riesce a vivere senza mai scomporsi. Se il padre o la madre sono gravemente malati, in pericolo di vita, il normotico non sente dolore, ma inizia un esame dettagliato della natura della malattia, delle tecnologie a disposizione dell’ospedale in cui il parente è ricoverato ed elenca tutti i cliché che servono a contenere e depurare l’esperienza della morte: «Be’, è anziana, prima o poi tocca a tutti morire»” (Bollas, p. 98).

Il normopatico vive in assenza di contatto con la realtà soggettiva, ma esperisce e riconosce solamente quella oggettiva, materiale, concreta.

Chi di noi non conosce almeno una persona così? Ma anche, chi di noi non si sente a volte in questo modo, svuotato di una lettura affettiva e profonda di sé? Immaginate questa difficoltà di lettura ripetuta per un tempo prolungato. Lo stesso Bollas ci dice che “alcune componenti della società normopatica si sono trasformate in una forma di controcultura: le persone si sono ritirare in comunità recintate, alcune metaforicamente, altre realmente” (Bollas, p. 100).

Ma cosa succede a lungo andare a un individuo normopatico, a una società normopatica? “In mancanza di esperienze originali e sufficientemente stimolanti, il Sé perde gradualmente l’interesse a cercare ciò che dà gusto alla vita, perché non riesce più a ricordarsi che effetto facesse. Non avendo niente di bello da ricordare, anche la memoria si atrofizza; la perdita di memoria è accompagnata dalla diminuzione di altre abilità intellettive e, alla fine, si palesa una nuova matrice di posizioni psichiche esistenziali: un impoverimento generale dell’Io, accompagnato da una depressione profonda e generalizzata” (Bollas, p. 102).

Allora qual è il compito della psicoanalisi? Risvegliare il paziente offrendogli “un’esperienza originale” a cui poter ricominciare a pensare.

(Bollas, C. 2018. L’età dello smarrimento, Raffaello Cortina Editore, Milano)

Una casa senza gradini

Giovanna Teti, San Pietro, dicembre 2021

Le mie nipoti hanno una capanna di stoffa. Dentro c’è di tutto un po’. Ci infilano i genitori, me, la nonna e tutte le persone a cui sono legate. La capanna ha delle finestrelle e loro scelgono quando abbassare o alzare le tendine. La capanna sta lì, in camera loro. A volte ci giocano, a volte preferiscono stare altrove.

Come quella delle mie nipoti, ogni capanna, ogni casa è lo spazio in cui accogliamo e ci sentiamo accolti. La casa ci protegge quando rientriamo trafelati da una corsa sotto la pioggia; è quel luogo in cui invitiamo un amico a pranzare, cucinandogli qualcosa; è quando ci sdraiamo sul divano a raccogliere le forze dopo una giornata pesante.

Provate a chiedere a chi vive in strada cosa desidera. Tutti vi diranno: “una casa”.

Quando una casa non c’è

Una volta chiesi a un uomo che aveva il letto sotto la vetrina di un negozio: “Ma tu, cosa vorresti?”. “Una casa”, mi rispose.

Mi sentii impotente. Avevo provato a farlo accogliere decine di volte in qualche dormitorio, ma puntualmente mi veniva risposto che non era progettuale e non si prendeva cura di sé.  Quell’uomo ha una schizofrenia che lo ha portato a vagare chissà come attraverso Paesi di un’Europa ancora troppo indifferente. Davanti alle sue parole reagii in un modo che lui giustamente rispedì al mittente; gli proposi prima una visita per le sue gambe malconce e con l’occasione riprendere uno zoppo tentativo di cura interrotto tanti anni fa. Lui prontamente mi rispose: “Il mio sistema immunitario funziona alla grande”.

Mi sentii ingabbiata in un modello stereotipato di intervento, con cui non sarebbe mai arrivato a una casa, ma neanche a un dormitorio, perché era stato già schedato come non collaborativo e alcolista.

E allora: prima la casa!

Negli anni Novanta, negli Stati Uniti, uno psicologo di nome Sam Tsemberis proponeva un modello evidence based che aveva come obiettivo la cancellazione dell’homelessness, senza mezze misure, dando una casa a chi non ce l’aveva (Padgett, Henwood, Tsemberis, 2016). Era il modello dell’Housing First.

In netto contrasto con l’approccio a gradini che andava per la maggiore nell’America misericordiosa di quegli anni, l’Housing First, pensato per persone con patologia mentale e dipendenze patologiche, non richiede aderenza a trattamenti terapeutici né astinenza da alcool e droghe per arrivare ad un alloggio. Non punta a ripulire gli homeless dai peccati né all’evangelizzazione o all’assistenza vicaria o alla beneficenza.

A volte l’homelessness nasce da storie turbolente, famiglie non accudenti, povertà, abusi, trascuratezza, ben peggiori della strada. Storie di vita fatte di intoppi trascinati nel tempo, perdita di legami, talvolta carcere e il tentativo disperato di rialzarsi. La strada, poi, aggrava tutto, porta a disagio psichico, uso di sostanze, disperazione.

L’Housing First punta a scardinare prima di tutto l’isolamento e l’emarginazione. Gli approcci a gradini, invece, scoraggiano le relazioni sociali prima che la persona abbia raggiunto astinenza e aderenza alle cure. 

Ma come possiamo pretendere aderenza a un trattamento se poi si è costretti a rimanere su un marciapiede? Quel trattamento potrebbe anche esser nocivo: ti aiuto a stare meglio, via le voci, via le sostanze. E poi? Ti lascio nella solitudine senza quelle stesse armi che, seppur dolorose, ti hanno comunque permesso di sopravvivere sulla strada: alcool, droghe e una neorealtà.

Invertire i piani, a questo punta l’HF. Partire da uno spazio sicuro per ritornare alla cura di sé.

E allora, Housing First! Via dalla strada.

Housing now!”, urlavano nel 1989 a Washington DC 250.000 persone senza dimora, manifestando per le strade della città. E Housing now! è quello che ci chiedono le persone che vivono sotto a un romanzato tetto di stelle.

Giovanna Teti

BIBLIOGRAFIA:

D. K. Padgett, B. F. Henwood, S. J. Tsemberis (2016). Housing First. Franco Angeli, Milano, 2018.

Di stigmi e punture

Giovanna Teti, estate 2020

Stigma (στίγμα) in greco significa segno, marchio, puntura.

E i marchi sono quelli che spesso mettiamo su certe storie come sulle persone. Soprattutto se hanno qualcosa che temiamo ci possa appartenere e da cui sentiamo l’urgenza di prendere le distanze.

Lo stigma lo incontriamo purtroppo spesso nelle etichette psichiatriche, su bambine e bambini irruenti, sulle donne, sugli uomini alcolisti, sulle prostitute in strada, su una minigonna che va contro il pudore, talvolta anche su un uomo che piange.

Stigma e salute mentale. Stigma e dipendenze. Ecco su cosa ci soffermeremo nelle prossime righe.

Homelessness* e salute sono spesso come due strade parallele che non si incrociano, come due ruote che girano in sensi opposti, come due orologi asincroni. Ma non sempre. Serve anche una buona capacità di sopravvivenza per resistere alla vita in strada.

Problemi di salute fisica e psichica e dipendenze patologiche sono largamente diffusi tra le persone che vivono sulla strada. Ce lo dicono numerosi studi nazionali e internazionali sul tema dell’homelessness.

Molto frequenti sono, inoltre, condizioni di doppia diagnosi, in cui la malattia mentale si somma alla dipendenza patologica. E possiamo pensare che l’abuso di alcool e sostanze origini da condizioni ambientali, ma che possa anche essere la manifestazione di un vero e proprio circuito della dipendenza, in cui l’incapacità di gestire gli impulsi conduce al ricorso alla sostanza per calmarli e, quindi, a una ricerca continua e sempre più massiccia di alcool o droga (molto spesso l’alcool la fa da padrone, perché più facile da trovare e a costi più bassi). Il meccanismo della dipendenza ha un substrato neurobiologico che si alimenta di rinforzi, craving e compulsioni. Alla base di tutte le dipendenze ci sono fattori biopsicosociali complessi e patologici, fatti di traumi, ritraumatizzazioni, depressione, ciclicità compulsiva: tentativi maldestri di autoterapia e fuga. La sostanza rimane, così, l’unica cura a disposizione. La sostanza sostituisce il farmaco, il letto, la realtà, la relazione. Così come altrove è la relazione che cura, su strada spesso l’alcool e la droga sono l’unica cura palliativa a quella realtà altrimenti troppo dolorosa da sopportare.

Spesso su strada vediamo persone che soffrono per o che sono intrappolate in un Sé traumatizzato, perché in fondo questa vita ai margini rappresenta un trauma cumulativo: tanti eventi e condizioni anche non necessariamente eclatanti, ma che si ripetono, come una goccia cinese, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Resistere incolumi alla vita in strada è un’illusione forse, una richiesta molto impegnativa per la persona coinvolta, una negazione per chi la notte torna a dormire nel suo letto. Ecco allora che la neorealtà, l’uso di sostanze e altre difese forse talvolta bizzarre rappresentano l’unica via di fuga per resistere e sopravvivere alla marginalità, al dolore, all’isolamento.

“PROGETTUALI” O “AIUTATI CHE DIO TI AIUTA”

La difficoltà per certe persone di accedere alla rete ordinaria dei Servizi è data, oltre che dai problemi burocratici e di rete, anche dal fatto che l’attività mentale a volte arriva a sovrastare la vita reale, i pensieri diventano così pervasivi da trasformarsi in esperienze acustiche, visive, sensoriali. I processi cognitivi ne risentono, diminuisce la memoria per le piccole cose, la capacità di orientarsi nello spazio e nel tempo, la pianificazione delle azioni più semplici come raggiungere un ufficio, la voglia di fare qualsiasi cosa, il senso di continuità, i movimenti. 

Come vengono etichettate queste persone (perché, oh, sì, che vengono etichettate)? Come non collaborative. In questi sistemi sociali così stereotipati spesso vengono adattati maldestramente termini, verbi, aggettivi che nella grammatica italiana non nascono per essere correlati alle persone: è l’esempio di “colloquiare” per parlare con qualcuno, “utenti psichiatrici”, come se psichiatrica fosse la persona e non l’etichetta diagnostica, “progettuale”, come se la persona fosse una fase di elaborazione di un progetto e non il soggetto partecipe e coinvolto. Quanto è vero che le parole sono importanti. Quanto è vero che la relazione è fatta di parole e comunicazione. Quanto è vero che lo stigma si esprime anche con questi timbri terminologici.

Lo svanire progressivo del Sé può essere accompagnato da una sensazione pervasiva di ansia, agitazione, terrore che può anche aumentare nel contatto con l’altro/a. Questa ansia di annichilimento, lo svanire del Sé, la disintegrazione di sé (il “terrore senza nome” di Bion), l’ottundimento cognitivo, ma anche gli affetti appiattiti o irruenti, travolgono la persona e la trascinano ai margini relazionali e sociali, al ritiro, alla catatonia, alla fuga in una neorealtà

STRADA E STIGMA

La letteratura ci insegna che per lavorare con le persone senza dimora serve una formazione specifica, la capacità di saper cogliere i nessi tra persone senza una dimora, malattia mentale e dipendenze, così come l’abilità nel muoversi nella rete dei Servizi territoriali, un approccio multidisciplinare integrato, competenze di case management (e “stare” nel percorso, nel caso, nelle storie, tollerando le frustrazioni) e la gestione delle risposte controtransferali suscitate dalla relazione.

Già per la malattia mentale, ma ancor di più per le dipendenze, oltre a non esser considerata “progettuale”, la persona suscita spesso frustrazione e senso di impotenza in chi cerca di fornire supporto. Ma molto spesso verso queste persone nascono anche reazioni negative, ostili, di espulsione e rigetto: soprattutto chi abusa di alcool e sostanze è visto come bugiardo/a, manipolativo/a e non collaborativo/a, “puoi uscirne, sei tu che te la cerchi”. Questo atteggiamento espulsivo ignora il fatto che la dipendenza non è una questione di scelta o di forza di volontà.

In psicologia esiste il meccanismo di difesa dell’identificazione proiettiva, attraverso il quale la persona allontana da sé vissuti spiacevoli, depositandoli su qualcun’altra che ben si presta a questa espulsione, ma ne rimane legata attraverso pensieri sprezzanti, criticandola, escludendola. Io sono bravo/a, tu sei sporco/a e cattivo/a. E in fondo è così che funziona lo stigma.

* In inglese il suffisso -ness viene impiegato per formare dei sostantivi che indicano una condizione, uno stato. Si è scelto di utilizzare il termine anglosassone per facilitare un’immediata lettura e perché largamente in uso nel panorama scientifico internazionale. 

Giovanna Teti

BIBLIOGRAFIA UTILE SUL TEMA:

http://www.comip-italia.org
D. K. Padgett, B. F. Henwood, S. J. Tsemberis (2016). Housing First. Franco Angeli, Milano, 2018
https://www.fiopsd.org/wp-content/uploads/2018/01/linee_indirizzo.pdf
http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=55098
https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=71189
https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/medicina-e-ricerca/2017-10-10/salute-mentale-fardello-stigma-che-allontana-cura-122121.php?uuid=AEjRo0iC&refresh_ce=1

Left behind

Photo by Mihis Alex, pexels.com

Ho conosciuto Maria qualche sera fa e ho rivisto la storia di Irina. Irina è stato uno dei miei primissimi incontri nel mio lavoro su strada. L’avevo incontrata quando era appena rimasta senza lavoro: faceva l’assistente familiare per un uomo anziano che era morto qualche giorno prima. Dal momento che lui non c’era più, lei non aveva più diritto a dormire nel suo appartamento. Così, Irina era stata mandata via dai nipoti dell’uomo. Mandata via, senza un contratto che la tutelasse o un’azienda che le fornisse un altro impiego. Irina lavorava in nero e nel nero è rimasta: per strada. Non serviva più e, così come quell’uomo anziano se n’era andato, se ne doveva andare anche lei. La stessa cosa hanno fatto con Maria l’altro giorno: la donna anziana di cui si prendeva cura era morta; lei è rimasta nella sua casa nei giorni successivi al decesso e ha aspettato che i nipoti arrivassero dall’estero, dove vivono. Malgrado siano persone facoltose, non si erano preoccupati che il parente anziano venisse accudito da una donna senza contratto e tantomeno si sono preoccupati di accompagnarla alla porta. Se ne doveva andare perché, anche nel suo caso, l’anziana non c’era più e con lei doveva andar via pure Maria. Subito e nell’invisibilità, d’altronde, del suo contratto: non esisteva. Non si sono chiesti dove sarebbe andata, dove avrebbe dormito. Era stata mandata via che era ancora in pigiama. Ha raccolto le sue poche cose, infilato un vestito ed era uscita di casa. Aveva con sé la borsa personale, un’altra piccola sacca con qualche vestito e indossava un abito fiorato da cui sotto si intravedevano i pantaloni del pigiama. Maria era terrorizzata per essere finita in strada senza un tetto sopra la testa. Quella sera abbiamo provato di tutto per trovarle un posto in cui trascorrere la notte, ma il Covid non facilita le accoglienze, già sporadiche, nelle ore notturne. Se non hai un tampone nei dormitori non ci entri. Se non trovi una farmacia che te lo faccia di notte, il tampone, sei costretta ad entrare il giorno dopo, nel dormitorio. Dunque Maria è rimasta per strada. Era impaurita. La sua fortuna è stata che doveva essere pagata per il mese appena passato da altre persone per cui lavorava durante il giorno. Ha racimolato dei soldi ed è riuscita a pagarsi una stanza per la sera seguente.

Potrei farvene tanti altri di esempi come questi. Eserciti di donne che arrivano in Italia per la maggior parte dai Paesi dell’Europa orientale, che lasciano mariti, figli e figlie o genitori, che lasciano una casa e che partono in cerca di un futuro abbordabile. Quando hanno una famiglia mandano loro i soldi con puntualità.

Spesso lavorano senza contratto e altrettanto frequentemente finisce che, quando la persona di cui si occupano muore, perdono immediatamente l’alloggio. Non avendo un contratto che le tuteli e non possedendo risparmi perché tutto quello che guadagnano lo mandano ai familiari nei Paesi di origine, rimangono senza un soldo in tasca e senza un posto in cui stare. L’altro giorno ho visto l’annuncio di un’agenzia interinale italiana che cercava un’assistente familiare per € 1,70 l’ora. Senza vergogna.

Sono in tante a finire per strada. Alcune trovano una soluzione nell’immediato, chi si fa ospitare, chi trova un alloggio di fortuna, altre finiscono in strada. E appena la tocchi, la strada, diventa quasi come una colla che non ti lascia più andare. Sono molte quelle che ci rimangono, in strada. Prese dalla paura per il futuro, dai sensi di colpa per non poter più mandare i soldi ai figli, per il futuro incerto che le aspetta, si perdono e rimangono su un marciapiede. Quando finisci strada è un attimo che ci rimani. Gli interventi più delicati di chi ci lavora sono quelli nell’immediato, appena intercetti la persona. Andar via dalla strada diventa, giorno dopo giorno, sempre più difficile.

Maria è andata subito via dalla strada. Irina c’è rimasta.

È così che molte donne finiscono in strada. Le storie come quella di Irina e Maria sono molte e basta un soffio per rimanere in strada. Irina non ne è mai andata via. L’ho incontrata un paio d’anni fa e poi è sparita nel nulla. L’ho rivista solo recentemente: in preda all’alcool, con una neuropatia alcolica agli arti inferiori e con vent’anni di più addosso. Poi l’ho ripersa e ho saputo che era stata aggredita e picchiata. Si era trovata una persona con cui passava le giornate, si abbracciavano, ridevano. Ora non so più dove sia. Nel suo Paese di origine aveva un lavoro, ma qualcosa l’ha portata in Italia. Lì ha ancora i suoi figli.

Irina, Maria e l’esercito degli orfani bianchi.

A partire dal lontano 2008 con gli studi di Unicef (UNICEF, 2008. National analysis of the Phenomenon of Children Left at Home by their Parents who Migrate Abroad for Employment. UNICEF, Alternative Sociale Association, Gallup Organisation Romania, Romania) sulle conseguenze dell’immigrazione sui minori, si è andata sviluppando sempre maggiore attenzione sugli effetti che le dinamiche migratorie e di mobilità lavorativa hanno sulle famiglie transnazionali e sui minori coinvolti, sia in Europa che nei Paesi extra-UE.

Nel 2012 la Commissione Europea pubblicò un report sui gruppi di persone definite vulnerabili che risentivano degli effetti della migrazione (European Commission, 2012. Policy brief: Social Impact of Emigration and Rural-Urban Migration in Central and Eastern Europe, VT/2010/001. European Union, 2012): questo documento evidenziava gli effetti della mobilità nei Paesi dell’Europa Centrale e dell’Est e metteva in luce la particolarità del fenomeno migratorio per questi Paesi soprattutto dal punto di vista sociale, politico ed economico. Veniva fornita una sintesi per comprendere i maggiori trend migratori che coinvolgevano gli Stati-membri, i Paesi candidati all’ingresso nell’Unione Europea e i Paesi dell’Europa dell’Est, con un occhio al mercato del lavoro, allo sviluppo sociale e regionale, ma anche al benessere dei minori in condizioni di svantaggio sociale che rimanevano nei Paesi di origine (European Commission, 2013. Commission Recommendation of 20.2.2013. Investing in children: breaking the cycle of disadvantage. Brussels, 20.2.2013, C[2013] 778 final).

Questo ed altri studi internazionali più recenti dimostrano come i flussi migratori (e di mobilità lavorativa) che riguardano diversi Paesi fra cui quelli dell’Unione Europea e soprattutto l’Italia vadano a caratterizzare fortemente le realtà sociali, economiche e lavorative delle nazioni coinvolte.

Si parla di uomini, donne e bambini che si spostano dal loro Paese d’origine verso un altro, sia esso europeo oppure no. Hanno diverse età, ma rientrano prevalentemente in quella lavorativa. All’interno di questo grande flusso di famiglie transnazionali che, un po’ per scelta, un po’ per obblighi professionali, si spostano da un Paese all’altro, esistono fenomeni specifici che riguardano i diversi protagonisti coinvolti.

Spesso la scelta migratoria non è sempre desiderata o comunque porta con sé una serie di rinunce e compromessi. È questo il caso di uomini e donne che si spostano per motivi professionali in cerca di un futuro migliore per sé e le loro famiglie. Sono spesso madri e padri che si spostano a causa di difficili condizioni di vita che vivono nel loro Paese d’origine e che, per offrire un futuro migliore a se stessi e ai loro figli, decidono di spostarsi per motivi professionali. È bene qui precisare che non sempre si tratta di condizioni di disagio estremo come un occidentale potrebbe pensare di Paesi in via di sviluppo. Basti pensare che nella stessa Europa, anche fra quei Paesi membri di vecchia data, cioè che hanno contribuito alla fondazione delle radici della Comunità Europea, un gran flusso di persone si sposta all’interno della stessa Europa o altrove per motivi professionali, per cercare sia migliori condizioni di lavoro, ma anche perché ormai la mobilità professionale è all’ordine del giorno. Molte delle persone che si spostano per cercare migliori condizioni di vita, lo fanno da sole, dovendo lasciare a casa, quando c’è, il resto della famiglia. Si tratta qui di condizioni maggiormente precarie, in cui chi si sposta lo fa non potendo portare con sé la famiglia. Lo fa sì per scelta volontaria, ma forse anche un po’ obbligata, perché chi vorrebbe dividersi dai propri figli e dalle proprie figlie per emigrare lasciandoli a casa? Sono queste le scelte coraggiose e anche un po’ drammatiche che i nuovi lavoratori, ma soprattutto le lavoratrici devono affrontare.

Estremamente attuale è il fenomeno di bambine e bambini chiamati Children Left Behind o Home Alone o Orfani Bianchi in italiano. Diversi termini per descrivere un fenomeno comune, quello dei bambini e delle bambine che rimangono a casa nel loro Paese d’origine mentre i genitori si spostano in cerca di lavoro. Sono bambini e bambine che rimangono con le loro famiglie d’origine o con la famiglia allargata o anche in strutture e istituzioni. Spesso in attesa di raggiungere i genitori, spesso in attesa che siano loro a far ritorno. Sono figli e figlie di quelle tante donne che in Italia trovano lavoro come assistenti familiari, più comunemente chiamate badanti. Quelle donne che vanno a vivere nelle case delle persone di cui si prendono cura, che trovano alloggio in una stanza in cui non c’è spazio per un partner né tantomeno per un figlio o una figlia.

È una condizione drammatica, ma anche in un certo senso funzionale per il Paese ospitante. Comoda perché una donna sola è maggiormente disponibile a lavorare e soprattutto ad alloggiare in una stanza singola. È una condizione migliore per il datore di lavoro perché, se prevede vitto e alloggio, sarà più facile accettare queste condizioni. Allora è qui che il problema diventa sociale e politico. Sono donne che soffrono di isolamento, che devono far fronte alla gestione del cambiamento e a dinamiche legate a una genitorialità a distanza. Sviluppano spesso sentimenti di tristezza, vuoto, solitudine e vissuti depressivi. È quella che viene chiamata la Sindrome della Badante o Sindrome Italia, proprio perché molte di queste donne lavorano nel nostro Paese.

Oltre a questo ci sono tantissime altre questioni aperte. Queste donne sono vittime di xenofobia e razzismo, ma anche delle difficoltà legate alla ri-emigrazione. I ritorni in patria, infatti, hanno un doppio stigma: invidia per chi rientra, la non accettazione dei cittadini che tornano nel Paese di origine, perdita o allentamento dei legami di origine, sofferenza mai colmata procurata dalla lontananza.

Dobbiamo soffermarci anche sulla de-umanizzazione di queste “badanti”, sulla loro mercificazione, sul connubio nazionalità/malavita, sulla genitorialità a distanza e sulla sofferenza mai colmata procurata dalla lontananza. È di vuoti che si sta parlando, di isolamento e solitudine, ma anche di convenienza.

Un Paese occidentale fiero d’esser moderno rischia troppo spesso di isolare e mercificare le nuove lavoratrici e assistenti familiari, non le riconosce e ne alimenta lo stigma. È la stessa cosificazione delle persone che riteniamo più fragili di noi. Lo stesso avviene con le persone che non hanno una fissa dimora, quelle che hanno una fragilità mentale anche temporanea o quando si discostano dalla normalità e finiscono ai bordi di quella fastidiosa campana di Gauss.

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