Left behind

Photo by Mihis Alex, pexels.com

Ho conosciuto Maria qualche sera fa e ho rivisto la storia di Irina. Irina è stato uno dei miei primissimi incontri nel mio lavoro su strada. L’avevo incontrata quando era appena rimasta senza lavoro: faceva l’assistente familiare per un uomo anziano che era morto qualche giorno prima. Dal momento che lui non c’era più, lei non aveva più diritto a dormire nel suo appartamento. Così, Irina era stata mandata via dai nipoti dell’uomo. Mandata via, senza un contratto che la tutelasse o un’azienda che le fornisse un altro impiego. Irina lavorava in nero e nel nero è rimasta: per strada. Non serviva più e, così come quell’uomo anziano se n’era andato, se ne doveva andare anche lei. La stessa cosa hanno fatto con Maria l’altro giorno: la donna anziana di cui si prendeva cura era morta; lei è rimasta nella sua casa nei giorni successivi al decesso e ha aspettato che i nipoti arrivassero dall’estero, dove vivono. Malgrado siano persone facoltose, non si erano preoccupati che il parente anziano venisse accudito da una donna senza contratto e tantomeno si sono preoccupati di accompagnarla alla porta. Se ne doveva andare perché, anche nel suo caso, l’anziana non c’era più e con lei doveva andar via pure Maria. Subito e nell’invisibilità, d’altronde, del suo contratto: non esisteva. Non si sono chiesti dove sarebbe andata, dove avrebbe dormito. Era stata mandata via che era ancora in pigiama. Ha raccolto le sue poche cose, infilato un vestito ed era uscita di casa. Aveva con sé la borsa personale, un’altra piccola sacca con qualche vestito e indossava un abito fiorato da cui sotto si intravedevano i pantaloni del pigiama. Maria era terrorizzata per essere finita in strada senza un tetto sopra la testa. Quella sera abbiamo provato di tutto per trovarle un posto in cui trascorrere la notte, ma il Covid non facilita le accoglienze, già sporadiche, nelle ore notturne. Se non hai un tampone nei dormitori non ci entri. Se non trovi una farmacia che te lo faccia di notte, il tampone, sei costretta ad entrare il giorno dopo, nel dormitorio. Dunque Maria è rimasta per strada. Era impaurita. La sua fortuna è stata che doveva essere pagata per il mese appena passato da altre persone per cui lavorava durante il giorno. Ha racimolato dei soldi ed è riuscita a pagarsi una stanza per la sera seguente.

Potrei farvene tanti altri di esempi come questi. Eserciti di donne che arrivano in Italia per la maggior parte dai Paesi dell’Europa orientale, che lasciano mariti, figli e figlie o genitori, che lasciano una casa e che partono in cerca di un futuro abbordabile. Quando hanno una famiglia mandano loro i soldi con puntualità.

Spesso lavorano senza contratto e altrettanto frequentemente finisce che, quando la persona di cui si occupano muore, perdono immediatamente l’alloggio. Non avendo un contratto che le tuteli e non possedendo risparmi perché tutto quello che guadagnano lo mandano ai familiari nei Paesi di origine, rimangono senza un soldo in tasca e senza un posto in cui stare. L’altro giorno ho visto l’annuncio di un’agenzia interinale italiana che cercava un’assistente familiare per € 1,70 l’ora. Senza vergogna.

Sono in tante a finire per strada. Alcune trovano una soluzione nell’immediato, chi si fa ospitare, chi trova un alloggio di fortuna, altre finiscono in strada. E appena la tocchi, la strada, diventa quasi come una colla che non ti lascia più andare. Sono molte quelle che ci rimangono, in strada. Prese dalla paura per il futuro, dai sensi di colpa per non poter più mandare i soldi ai figli, per il futuro incerto che le aspetta, si perdono e rimangono su un marciapiede. Quando finisci strada è un attimo che ci rimani. Gli interventi più delicati di chi ci lavora sono quelli nell’immediato, appena intercetti la persona. Andar via dalla strada diventa, giorno dopo giorno, sempre più difficile.

Maria è andata subito via dalla strada. Irina c’è rimasta.

È così che molte donne finiscono in strada. Le storie come quella di Irina e Maria sono molte e basta un soffio per rimanere in strada. Irina non ne è mai andata via. L’ho incontrata un paio d’anni fa e poi è sparita nel nulla. L’ho rivista solo recentemente: in preda all’alcool, con una neuropatia alcolica agli arti inferiori e con vent’anni di più addosso. Poi l’ho ripersa e ho saputo che era stata aggredita e picchiata. Si era trovata una persona con cui passava le giornate, si abbracciavano, ridevano. Ora non so più dove sia. Nel suo Paese di origine aveva un lavoro, ma qualcosa l’ha portata in Italia. Lì ha ancora i suoi figli.

Irina, Maria e l’esercito degli orfani bianchi.

A partire dal lontano 2008 con gli studi di Unicef (UNICEF, 2008. National analysis of the Phenomenon of Children Left at Home by their Parents who Migrate Abroad for Employment. UNICEF, Alternative Sociale Association, Gallup Organisation Romania, Romania) sulle conseguenze dell’immigrazione sui minori, si è andata sviluppando sempre maggiore attenzione sugli effetti che le dinamiche migratorie e di mobilità lavorativa hanno sulle famiglie transnazionali e sui minori coinvolti, sia in Europa che nei Paesi extra-UE.

Nel 2012 la Commissione Europea pubblicò un report sui gruppi di persone definite vulnerabili che risentivano degli effetti della migrazione (European Commission, 2012. Policy brief: Social Impact of Emigration and Rural-Urban Migration in Central and Eastern Europe, VT/2010/001. European Union, 2012): questo documento evidenziava gli effetti della mobilità nei Paesi dell’Europa Centrale e dell’Est e metteva in luce la particolarità del fenomeno migratorio per questi Paesi soprattutto dal punto di vista sociale, politico ed economico. Veniva fornita una sintesi per comprendere i maggiori trend migratori che coinvolgevano gli Stati-membri, i Paesi candidati all’ingresso nell’Unione Europea e i Paesi dell’Europa dell’Est, con un occhio al mercato del lavoro, allo sviluppo sociale e regionale, ma anche al benessere dei minori in condizioni di svantaggio sociale che rimanevano nei Paesi di origine (European Commission, 2013. Commission Recommendation of 20.2.2013. Investing in children: breaking the cycle of disadvantage. Brussels, 20.2.2013, C[2013] 778 final).

Questo ed altri studi internazionali più recenti dimostrano come i flussi migratori (e di mobilità lavorativa) che riguardano diversi Paesi fra cui quelli dell’Unione Europea e soprattutto l’Italia vadano a caratterizzare fortemente le realtà sociali, economiche e lavorative delle nazioni coinvolte.

Si parla di uomini, donne e bambini che si spostano dal loro Paese d’origine verso un altro, sia esso europeo oppure no. Hanno diverse età, ma rientrano prevalentemente in quella lavorativa. All’interno di questo grande flusso di famiglie transnazionali che, un po’ per scelta, un po’ per obblighi professionali, si spostano da un Paese all’altro, esistono fenomeni specifici che riguardano i diversi protagonisti coinvolti.

Spesso la scelta migratoria non è sempre desiderata o comunque porta con sé una serie di rinunce e compromessi. È questo il caso di uomini e donne che si spostano per motivi professionali in cerca di un futuro migliore per sé e le loro famiglie. Sono spesso madri e padri che si spostano a causa di difficili condizioni di vita che vivono nel loro Paese d’origine e che, per offrire un futuro migliore a se stessi e ai loro figli, decidono di spostarsi per motivi professionali. È bene qui precisare che non sempre si tratta di condizioni di disagio estremo come un occidentale potrebbe pensare di Paesi in via di sviluppo. Basti pensare che nella stessa Europa, anche fra quei Paesi membri di vecchia data, cioè che hanno contribuito alla fondazione delle radici della Comunità Europea, un gran flusso di persone si sposta all’interno della stessa Europa o altrove per motivi professionali, per cercare sia migliori condizioni di lavoro, ma anche perché ormai la mobilità professionale è all’ordine del giorno. Molte delle persone che si spostano per cercare migliori condizioni di vita, lo fanno da sole, dovendo lasciare a casa, quando c’è, il resto della famiglia. Si tratta qui di condizioni maggiormente precarie, in cui chi si sposta lo fa non potendo portare con sé la famiglia. Lo fa sì per scelta volontaria, ma forse anche un po’ obbligata, perché chi vorrebbe dividersi dai propri figli e dalle proprie figlie per emigrare lasciandoli a casa? Sono queste le scelte coraggiose e anche un po’ drammatiche che i nuovi lavoratori, ma soprattutto le lavoratrici devono affrontare.

Estremamente attuale è il fenomeno di bambine e bambini chiamati Children Left Behind o Home Alone o Orfani Bianchi in italiano. Diversi termini per descrivere un fenomeno comune, quello dei bambini e delle bambine che rimangono a casa nel loro Paese d’origine mentre i genitori si spostano in cerca di lavoro. Sono bambini e bambine che rimangono con le loro famiglie d’origine o con la famiglia allargata o anche in strutture e istituzioni. Spesso in attesa di raggiungere i genitori, spesso in attesa che siano loro a far ritorno. Sono figli e figlie di quelle tante donne che in Italia trovano lavoro come assistenti familiari, più comunemente chiamate badanti. Quelle donne che vanno a vivere nelle case delle persone di cui si prendono cura, che trovano alloggio in una stanza in cui non c’è spazio per un partner né tantomeno per un figlio o una figlia.

È una condizione drammatica, ma anche in un certo senso funzionale per il Paese ospitante. Comoda perché una donna sola è maggiormente disponibile a lavorare e soprattutto ad alloggiare in una stanza singola. È una condizione migliore per il datore di lavoro perché, se prevede vitto e alloggio, sarà più facile accettare queste condizioni. Allora è qui che il problema diventa sociale e politico. Sono donne che soffrono di isolamento, che devono far fronte alla gestione del cambiamento e a dinamiche legate a una genitorialità a distanza. Sviluppano spesso sentimenti di tristezza, vuoto, solitudine e vissuti depressivi. È quella che viene chiamata la Sindrome della Badante o Sindrome Italia, proprio perché molte di queste donne lavorano nel nostro Paese.

Oltre a questo ci sono tantissime altre questioni aperte. Queste donne sono vittime di xenofobia e razzismo, ma anche delle difficoltà legate alla ri-emigrazione. I ritorni in patria, infatti, hanno un doppio stigma: invidia per chi rientra, la non accettazione dei cittadini che tornano nel Paese di origine, perdita o allentamento dei legami di origine, sofferenza mai colmata procurata dalla lontananza.

Dobbiamo soffermarci anche sulla de-umanizzazione di queste “badanti”, sulla loro mercificazione, sul connubio nazionalità/malavita, sulla genitorialità a distanza e sulla sofferenza mai colmata procurata dalla lontananza. È di vuoti che si sta parlando, di isolamento e solitudine, ma anche di convenienza.

Un Paese occidentale fiero d’esser moderno rischia troppo spesso di isolare e mercificare le nuove lavoratrici e assistenti familiari, non le riconosce e ne alimenta lo stigma. È la stessa cosificazione delle persone che riteniamo più fragili di noi. Lo stesso avviene con le persone che non hanno una fissa dimora, quelle che hanno una fragilità mentale anche temporanea o quando si discostano dalla normalità e finiscono ai bordi di quella fastidiosa campana di Gauss.

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