La normopatia: il pensiero di Christofer Bollas ne “L’età dello smarrimento”

Nel suo libro “L’età dello smarrimento” Bollas ci offre un ricco spunto di riflessione sull’evoluzione dei popoli nel corso dei periodi storici fino ad oggi. In particolar modo, riferendosi ai tempi attuali Bollas analizza il concetto di normopatia, termine introdotto da Joyce McDougall nel 1978. Bollas intende con questo concetto lo sviluppo di una personalità orientato al “riparo dalla vita mentale immergendo il Sé nel comfort materiale e in una vita di svaghi” (Bollas, C. 2018. L’età dello smarrimento, p. 96). Il normopatico vive in assenza di contatto con la realtà soggettiva, ma esperisce e riconosce solamente quella oggettiva, materiale, concreta.

Lontano da un approccio creativo alla realtà, il normopatico, “anormalmente normale”, vive una vita estremamente stabile e intaccabile dalle vicende affettive e soggettive. Vive in una sorta di analfabetizzazione affettiva che gli impedisce di riflettere sul proprio mondo interno. Questo stato di superficiale benessere lo rende sicuro, estroverso e lo mantiene tranquillo, privilegiando dati e fatti ai movimenti emotivi interni.

Bollas descrive la vita di un normopatico articolata fra pratiche di routine quotidiana: “Dal supermercato al negozio di animali domestici dal negozio di articoli sportivi al ferramenta, da un pranzo con le amiche in cui vengono elencate le cose vissute nella giornata al rientro a casa per una irrequieta pulizia della cucina, dalla partita di tennis all’idromassaggio, questa persona riesce a vivere senza mai scomporsi. Se il padre o la madre sono gravemente malati, in pericolo di vita, il normotico non sente dolore, ma inizia un esame dettagliato della natura della malattia, delle tecnologie a disposizione dell’ospedale in cui il parente è ricoverato ed elenca tutti i cliché che servono a contenere e depurare l’esperienza della morte: «Be’, è anziana, prima o poi tocca a tutti morire»” (Bollas, p. 98).

Il normopatico vive in assenza di contatto con la realtà soggettiva, ma esperisce e riconosce solamente quella oggettiva, materiale, concreta.

Chi di noi non conosce almeno una persona così? Ma anche, chi di noi non si sente a volte in questo modo, svuotato di una lettura affettiva e profonda di sé? Immaginate questa difficoltà di lettura ripetuta per un tempo prolungato. Lo stesso Bollas ci dice che “alcune componenti della società normopatica si sono trasformate in una forma di controcultura: le persone si sono ritirare in comunità recintate, alcune metaforicamente, altre realmente” (Bollas, p. 100).

Ma cosa succede a lungo andare a un individuo normopatico, a una società normopatica? “In mancanza di esperienze originali e sufficientemente stimolanti, il Sé perde gradualmente l’interesse a cercare ciò che dà gusto alla vita, perché non riesce più a ricordarsi che effetto facesse. Non avendo niente di bello da ricordare, anche la memoria si atrofizza; la perdita di memoria è accompagnata dalla diminuzione di altre abilità intellettive e, alla fine, si palesa una nuova matrice di posizioni psichiche esistenziali: un impoverimento generale dell’Io, accompagnato da una depressione profonda e generalizzata” (Bollas, p. 102).

Allora qual è il compito della psicoanalisi? Risvegliare il paziente offrendogli “un’esperienza originale” a cui poter ricominciare a pensare.

(Bollas, C. 2018. L’età dello smarrimento, Raffaello Cortina Editore, Milano)

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