Storie da ascoltare oltre lo stigma

Pubblicato il Rapporto sulla Salute Mentale

Immagine tratta da: https://neomesia.com/pubblicato-il-rapporto-sulla-salute-mentale/

Lavorare nel campo della salute mentale richiede apertura mentale.

Ci lamentiamo di strumenti che categorizzano con il rischio di farne un uso descrittivo di sintomi e giudizi che stigmatizzano.

I professionisti della salute mentale non dovrebbero ritrovarsi ad essere i primi a stigmatizzare. Noi che lavoriamo ogni giorno per sconfiggere quello stigma che ricade sul paziente, sulla sua famiglia e su una intera popolazione.

La salute mentale va intesa prima di tutto come stato di salute appunto, come dimensione dinamica, come un insieme di componenti sane e altre disfunzionali, laddove presenti con modalità e intensità significative.

Applicare uno stigma sui nostri pazienti o sui nostri ipotetici pazienti, culturalmente parlando, non ci permette di considerarli nella più ampia concezione di persone con diritti e potenzialità.

La salute mentale, così come la malattia, sono in costante mutamento. Non siamo entità statiche nemmeno quando affrontiamo il nostro peggior episodio depressivo.

Ci sono ancora professionisti della salute mentale che giudicano una persona e le sue competenze sulla base di uno stato disfunzionale, un ricovero, una terapia o un’assunzione di farmaci. Ancora oggi, 2020, c’è chi giudica l’affidabilità di una persona sulla base di un ricovero in psichiatria o di un tentato suicidio.

Ognuno, ognuno di noi, con modalità differenti, è fatto di parti sane e meno sane, che possono rimanere inosservate per molto tempo, anche per tutta la vita, ma che, se stuzzicate da un evento particolarmente significativo, possono creare una crisi.

Il difficile delle crisi è superarle e noi specialisti siamo qui anche per questo.

Chi ha un incidente, una caduta o un malore, viene ricoverato in ortopedia, traumatologia, terapia intensiva, medicina interna o cardiologia, ma se viene ricoverato in psichiatria rischia di essere stigmatizzato.

Molte associazioni di familiari di pazienti (vedi COMIP[1]) si spendono per una sensibilizzazione contro lo stigma e una cultura della salute mentale. Lo stigma si appiccica addosso per la sola colpa di aver avuto un incidente, una crisi, un episodio o per vivere una condizione persistente e duratura nel tempo.

Noi specialisti non dovremmo stigmatizzare. Non dovremmo pensare che un paziente “cronico” sia ormai irrecuperabile o ritenere, dall’alto di un potere irrealistico, che una persona non possieda le giuste competenze per fare ad esempio il genitore. Non dovrebbe essere un episodio, una crisi, l’aver vissuto un periodo nero come la pece che ci rende inidonei alla vita, a un ruolo, a una funzione, ma la capacità di aver fatto fronte a quel momento di destabilizzazione.

Cerchiamo di fare chiarezza. Immaginiamoci un continuum lungo il quale troviamo da una parte il disagio, poi il disturbo, poi la malattia e infine la disabilità e l’emarginazione.

Il disagio è uno stato di sofferenza, di differente intensità, temporanea, passeggera o, comunque, una condizione alla quale la persona è riuscita a far fronte. Quando l’individuo (ma anche l’ambiente) non riesce a farne fronte, il disagio può evolversi in un disturbo, una condizione reiterata che può essere curata oppure può consolidarsi e divenire persistente. Questa condizione rappresenta uno stato di alterazione e disfunzionalità che, se durarura nel tempo, arriva ad essere malattia. Se questa condizione non viene trattata, si reitera e si solidifica nel tempo, portando l’individuo anche alla disabilità e infine all’emarginazione sociale, relazionale e lavorativa.

Diceva Franco Basaglia nel 1979 che in ognuno di noi esistono al contempo follia e ragione. Esistono in noi apollineo e dionisiaco, eros e thanatos, bene e male. Il problema è accettarli. Accettarci e accettare queste sfumature nell’altro senza esserne spaventati e, quindi, isolarli, espellerli, allontanarli. Il malessere mentale fa paura e molto spesso, ancora oggi, non viene ascoltato.

Ma lo specialista della salute mentale dovrebbe porsi in ascolto senza pregiudizio, senza formulazioni di partenza. L’ascolto empatico precede le ipotesi. L’ascolto è la base di una comprensione limpida e autentica.

E allora quando ascoltiamo dovremmo essere in grado di tollerare anche il peso del pensiero altrui, anche se questo non è a noi affine. E, dunque, lo specialista della salute mentale dovrebbe essere il primo a porsi in un ascolto neutrale e assoggettarsi alla potenza del pensiero e degli affetti altrui.

Materiali utili: Opuscolo – Salute mentale. Fatti e cifre contro lo stigma, http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_422_allegato.pdf

[1] https://www.comip-italia.org

Il letto di strada

Bansky, 2019.

È curioso, i letti fatti di plastica, coperte e cartone che pazientemente gli homeless creano e disfano ogni notte rappresentano il loro luogo, la loro culla, il loro riposo non riposo, ma anche la vetrina attraverso cui cercare di socializzare pur rimanendo invisibili.
In molti tirano su giacigli nel bel mezzo di un marciapiede, attaccati alle macchine, sul ciglio della strada, certo non posti sicuri, ma strategici per tentare di farsi notare.
Il giaciglio, in particolar modo quello di giorno, permette ai senza fissa dimora di rimanere nel via vai frenetico di una grande città, cercando di essere visibili nell’invisibilità.

Il giaciglio diventa quasi una culla per alcuni. C’è quest’uomo che ogni sera si ricrea una sorta di culla, la prepara con cura, ripetendo gli stessi gesti meticolosi da anni, senza trascurare nessun dettaglio, nessuna piega, nessuno strato di coperta.
È la sua culla, l’abbraccio uterino che gli consente di abbandonarsi al sonno.

Sono forse i passanti che non ne hanno cura. Gli homeless solleticano a molti il bisogno di assistenzialismo, quasi come per mettersi in ordine la coscienza. Oppure, al contrario, il bisogno di nasconderli o ancora di condurli a una vita al riparo, in strutture con regole e disciplina.

È davvero la soluzione migliore condurli in strutture, quelle stesse strutture che anni fa una mente brillante ha pensato di stravolgere, aprendone le porte? Le strutture di oggi non sono certo i manicomi che Basaglia ha voluto aprire, liberando chi ne era costretto all’interno, ma possono davvero rappresentare la soluzione per tutti gli homeless? Hanno regole, orari, discipline forse a lungo andare troppo strette per chi ha vissuto una vita sotto un tetto di stelle.

L’inserimento scolastico delle bambine e dei bambini adottati

Repost: https://www.3psi.it/articoli-singolo.php?id=61

L’esperienza di traumi ed eventi di vita stressanti incide sullo sviluppo di alcune prestazioni cognitive, in particolar modo la regolazione dell’attenzione, il mantenimento della concentrazione, la memoria, la capacità di risoluzione dei problemi, l’abilità di elaborare nuove informazioni.

Ma soprattutto il peso delle esperienze traumatiche si manifesta a scuola spesso sotto forma di dissociazione, ossia quella circostanza per cui il bambino o la bambina ci sembra distratto, assorto nei pensieri, non in ascolto con l’ambiente circostante.

Quello è il peso dei pensieri associati a vissuti pesanti da elaborare, che riemergono alla memoria o che hanno lasciato un caos emotivo difficile da gestire nel tempo.

Quelli sono quei classici atteggiamenti che possono far irritare un insegnante inesperto o preso dalla gestione di una classe e che, se ripresi senza la riflessione di una lettura affettiva, possono dar luogo a comportamenti conseguenti dell’alunno/a come irritabilità, rabbia, frustrazione.

È così che il bambino e la bambina vivono una seconda difficoltà, quella legata al farsi capire dall’adulto che, preso dall’incombenza della gestione di un’intera classe, rischia di cadere nel tranello della risoluzione immediata dell’aspetto comportamentale.

Viviamo in un’epoca storica in cui tutto deve essere risolto in pochi passi (10 mosse per risolvere qualcosa, 10 sedute per imparare a gestire qualcos’altro…), ma certi vissuti, certi comportamenti, l’instaurarsi di relazioni significative, di rilievo e durature ha bisogno di tempo per lasciar sedimentare quei semi che daranno vita a legami profondi.

La scuola richiede al bambino e alla bambina adottati una capacità di separarsi dal contesto familiare, con tutta la probabilità di riattivare vissuti difficili da gestire, proprio nel momento in cui lui o lei sta imparando ad affidarsi e sentirsi al sicuro nella nuova famiglia. Oltre a questo, la difficoltà di autoregolazione affettiva gioca un ruolo aggiuntivo nella possibilità di consolarsi e di vivere l’ambiente scolastico come accogliente.

Per tutti questi motivi, le Linee Guida del MIUR per l’inserimento scolastico dei bambini adottati rappresentano uno strumento operativo utile per famiglie e insegnanti.

La possibilità di posticipare l’ingresso a scuola o di permanere un anno in più in una classe o alla Scuola dell’Infanzia permette al bambino e alla bambina di concedersi il giusto tempo per inserirsi nel nuovo ambiente familiare e iniziare a creare un legame sicuro di attaccamento prima di arrivare nel nuovo contesto scolastico, fatto di richieste, sollecitazioni relazionali e competenze emotive e cognitive che richiedono un impegno non da poco.

Solo dopo un primo momento di inserimento in famiglia si possono adeguatamente inserire altre figure significative come le insegnanti e i compagni di classe nella vita del bambino e della bambina e sarà opportuno informare il corpo docente dei suoi bisogni particolari.

Da parte loro, le insegnanti sono chiamate a creare per il nuovo alunno un ambiente accogliente e comprensivo, che rispetti i suoi bisogni relazionali e di apprendimento, primo fra tutti quello legato all’instaurare un legame significativo e, non da ultimo, quello connesso all’apprendimento della nuova lingua, che si configura a tutti gli effetti come una seconda lingua madre, che prenderà via via il posto della lingua originaria per non alimentare una scissione identitaria.

È bene, però, rispettare quella sottile linea tra accoglienza particolare e stigma: la famiglia adottiva non è altro che una famiglia come le altre, che si arricchisce della sua diversità così come le famiglie monogenitoriali, quelle omoparentali, quelle con genitori separati o divorziati, quelle straniere, quelle con figli stranieri di seconda generazione e tante altre.

La narrazione adottiva a scuola si esprime, di fatto, con la narrazione delle diversità, della multiculturalità, dell’inclusione attraverso la lettura delle emozioni, la comunicazione affettiva e l’ascolto empatico dell’altro.

Per favorire un’accoglienza empatica di tutte queste realtà differenti è necessario che la scuola favorisca la costruzione di legami affettivi attraverso la creazione di un contesto sicuro, empatico e comprensivo, che faccia riferimento a una grossa dose di flessibilità relazionale e delle modalità di insegnamento, che promuova il lavoro di gruppo e la rete relazionale (ad esempio con l’apprendimento cooperativo e l’organizzazione di eventi o progetti su inclusione, multiculturalità e diversità), che faciliti l’espressione della propria storia personale.

Questo servirebbe a conoscere l’altro e a prevenire lo stigma, episodi di bullismo e di emarginazione, che altro non sono che l’omologare l’altro a una cosa, a uno strumento, a una massa.

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Le competenze di sviluppo: aspetti cognitivi, emotivi e relazionali

coloreTratto da: Teti, G. (2010). L’IDONEITÀ DEL MINORE A RENDERE TESTIMONIANZA. Procedure e strumenti di valutazione. In: www.aipgitalia.org

Le competenze di sviluppo rappresentano il raggiungimento di quelle funzioni di base cognitive, emotive e relazionali che contribuiscono alla formazione e all’organizzazione della personalità.

Il processo di sviluppo si evolve secondo fasi di crescita in cui il bambino passa da modalità organizzative dapprima centrate prevalentemente sul mondo interiore e che via via si rispecchiano sempre più sulla realtà esterna e relazionale. Continua a leggere “Le competenze di sviluppo: aspetti cognitivi, emotivi e relazionali”

La psicologia a scuola. Le tante facce della ricerca scientifica.

Il ruolo della psicologa fra i banchi di scuola e lo studio in età evolutiva.
Spiegare la psicologia ai bambini è stimolante. Ma tu sei una maestra? Una dottoressa? E allora mi farai il vaccino? Ma è vero che le psicologhe vedono le cose che non vanno?
A ognuno il suo mestiere e riprendiamoci le parole. Non sono una maestra, non sono un medico e mi piace lavorare con i punti di forza.

Ma sarà davvero un DSA?

scuoladi Giovanna Teti.

Secondo l’ICD-10, l’International Classification Diseases dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (1992), i Disturbi Specifici dell’Apprendimento Scolastico sono condizioni nella quali “le modalità normali di acquisizione delle capacità in questione sono alterate già nelle fasi iniziali dello sviluppo. Essi non sono semplicemente una conseguenza di una mancanza di opportunità di apprendere e non sono dovuti a una malattia cerebrale acquisita. Piuttosto si ritiene che i disturbi derivino da anomalie nell’elaborazione cognitiva legate in larga misura a qualche tipo di disfunzione biologica. Come per la maggior parte degli altri disturbi dello sviluppo, queste condizioni sono marcatamente più frequenti nei maschi”. Continua a leggere “Ma sarà davvero un DSA?”

VAI IN GUERRA, UCCIDI E MUORI. Su Andrew Bannan e il Disturbo Post-Traumatico da Stress

5_fig002La parola trauma deriva dal greco τιτρώσκω, che significa danneggiare, perforare, ledere, con riferimento ad una ferita con lacerazione e agli effetti di un urto violento e doloroso sull’organismo. Inizialmente utilizzato dalla medicina chirurgica, il termine viene poi adottato dalla psichiatria e dalla psicologia clinica del XVIII secolo per descrivere quella condizione in cui un evento estremo e soverchiante rende l’individuo inerme e incapace di reazione, lede la capacità organizzativa e regolatoria dell’Io, che determina uno stato di impotenza. L’impatto e la dimensione di questo evento dipende dalle risorse individuali e dalle capacità di adattamento, rendendo la risposta al trauma strettamente soggettiva. Continua a leggere “VAI IN GUERRA, UCCIDI E MUORI. Su Andrew Bannan e il Disturbo Post-Traumatico da Stress”

UNA RIFLESSIONE SULL’ACCOGLIENZA

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Tempo fa mi ritrovai in un centro per donne vittime di violenza ed ebbi la possibilità si conoscere da vicino i progetti di intervento attivi in questo settore sul territorio.

Ancor prima della violenza di genere, della tratta, del femminicidio, mi sembra che nei contesti di “intervento” sia centrale una breve riflessione su cosa significhi accoglienza, presa in carico, utenza.

Continua a leggere “UNA RIFLESSIONE SULL’ACCOGLIENZA”

Il Complesso della Madre Morta. Il pensiero di André Green

deadmotherchild_3Di Giovanna Teti.

Il concetto di madre morta di Green rappresenta un fenomeno clinico, talvolta difficile da riconoscere, ma che, a un’attenta lettura, si incontra in una molteplice varietà di pazienti (in Kohon, 1999). La madre morta sta ad indicare quel processo per cui l’immagine di una madre vitale e amorevole si muta in una figura distante e distaccata, «a toneless, practi­cally inanimate, dead parent» (in Kohon, 1999, pag. 2). In realtà, la madre non è fisicamente morta, ma lo è psichicamente per il bambino, che sperimenta un conseguente vissuto di perdita, luttuoso, depressivo.

Il complesso della madre morta è trattato da Ogden (in Kohon, 1999) a partire dal con­cetto di transfert e di controtransfert. Questi sono, cioè, la misura del qui e ora del processo analitico. L’uso del transfert e del controtrans­fert, infatti, rappresenta un modo per analizzare le forme di vitalità e annichilimento in te­rapia. Nell’introdurre il concetto di madre morta nello spazio analitico, Ogden riprende la definizione di the place where we live di Winnicott (1971 in Kohon, 1999, pag. 131), come un’area terza di esperienza fra realtà e fantasia e considera la difficoltà implicita nella creazione di questo spazio in terapia, come stato della mente intersogget­tivo, riprendendo l’idea bioniana secondo cui l’analista/madre mantiene vivi – e porta alla vita – gli aspetti del Sé del paziente/bambino proiettati attraverso le identifica­zioni proiettive.

Ogden racconta come, nell’esperienza analitica con un paziente, col tempo è divenuto via via più capace di gestire le proprie sensazioni e i sentimenti emergenti nell’esperienza controtransferale e trattarli come oggetti analitici. Questi oggetti non sono altro che delle costruzioni inconsce create dal paziente e l’analista, cioè dal terzo analitico intersoggettivo: un oggetto creato dall’interazione fra analista e paziente, una nuova soggettività che si crea nella tensione dialettica, la definisce Ogden, fra paziente e terapeuta. Il terzo analitico non è un’entità statica, bensì un processo sempre in movimento e riflette l’asimmetria della si­tuazione analitica.

Una breve digressione sul concetto di frustrazione ottimale ci aiuterà a comprendere questo concetto.

Gli attacchi fisici del bambino alla madre e il fatto che ella sopravviva, facilitano lo sviluppo del Sé e l’allontanamento della madre dal controllo onnipotente, poiché il bambino può finalmente percepirla come un oggetto reale e distinto da sé. L’holding materno poggia, quindi, sulla capacità di responsività, di fungere da di un rispecchiamento (mirroring) affettivo o di svolgere la funzione di rêverie dello stato mentale del bambino che ne permette lo sviluppo e la comprensione di sé. In questa delicata fase di sviluppo, l’insuccesso e la frustrazione del caregiver sono fondamentali per l’emanciparsi dall’onnipotenza infantile. La madre sufficientemente buona, infatti, fornisce un normale e inevitabile fallimento, che rappresenta null’altro che un incentivo alla crescita. Così come nell’accudimento del bambino, anche nello spazio terapeutico il paziente ha bisogno di una frustrazione dei bisogni dell’Io, ma che sia accompagnata e comprensibile per non generare una sensazione di annichilimento, una frammentazione della continuità dell’essere e risultare, quindi, un’esperienza è traumatica (Fonagy, Target, 2005; Semi, 1985).

D’altronde, l’ambiente di holding che si ricrea in psicoterapia, protegge il paziente da un’esperienza mentale insostenibile, nel passaggio da uno stato di poca consapevolezza a uno stato di maggiore integrazione (verso la strada della mentalizzazione). E’, quindi, importante favorire in terapia un ambiente di handling che contribuisca all’integrazione degli stati corporei e mentali, favorendo il processo di mentalizzazione attraverso l’interpretazione.

Riprendendo il lavoro di Winnicott di Gioco e Realtà, Green (in Kohon, 1999) descrive come un vissuto di perdita può rappresentare esso stesso un modo di integrare l’esperienza di sé. Nello sviluppo del concetto di Me e non-Me, l’oggetto inizialmente onnipotente vede l’intrusione di un terzo nella relazione primaria. Questo è un po’ quello che succede in psi­coterapia: ciò che avviene, cioè, tra paziente e terapeuta e nell’interazione fra transfert e controtransfert.

La creazione dell’oggetto transizionale, dunque, è importante non tanto per l’oggetto in sé, ma per l’uso che se ne fa. Durante lo sviluppo, il bambino può far riferimento e creare un oggetto transizionale solamente se l’oggetto interno è vivo, reale e sufficiente­mente buono, non persecutorio. Ma queste caratteristiche dell’oggetto interno dipendono strettamente dall’oggetto esterno (Green in Kohon, 1999).

Green (1983) precisa che questo concetto non riflette in alcun modo le conseguenze psichiche della morte reale della madre, ma piuttosto di un’immagine che si va creando nella psiche del bambino a seguito di una – verosimile – depressione materna che trasforma brutalmente l’oggetto vitale materno – che nutre vitalmente il bambino – in un oggetto lontano, inespressivo, quasi inanimato, che permea profondamente gli investimenti d’oggetto che si ripresentano nel lavoro analitico e si riflettono sulla sfera oggettuale libidica e narcisistica.

«La mère morte est donc, contrairement à ce que l’on pourrait croire, une mère qui demeure en vie, mais qui est pour ainsi dire morte psychiquement aux yeux du jeune enfant dont elle prend soin» (Green, 1983, pag. 222).

Le conseguenze della morte reale della madre, sono, comunque, estremamente traumatizzanti al punto da modificare irrimediabilmente la relazione interna d’oggetto.

La perdita dell’oggetto nello sviluppo normale è, in fondo, una tappa obbligata per la crescita sana del bambino. Essa permette la strutturazione della psiche umana attraverso la posizione depressiva e il contatto nuovo con la realtà – con l’introduzione del terzo, elemento di realtà.

Il tratto essenziale del complesso della madre morta, che conduce allo sviluppo di una depressione latente e non riconosciuta come conflitto, è rappresentato dal fatto che questa depressione che ne deriva ha avuto luogo in presenza dell’oggetto, anch’esso assorbito da una depressione derivante da un lutto (più o meno simbolico). La madre si è depressa per l’assenza, il lutto, la perdita, la lontananza di una persona cara e amata. Ciò provoca una ferita narcisistica che si riversa sul bambino. La tristezza della madre, cioè, si riflette nella diminuzione dell’interesse verso il bambino, che, di conseguenza, subisce un cambiamento improvviso nell’imago materna, da figura vitale a presenza mortifera, in cui la vitalità ha subito un brusco arresto: da una condizione conosciuta e già esperita di amore e sensazione di essere amati alla percezione di un nucleo freddo, lo definisce Green (noyau froid, 1983, pag. 230), che si riflette inevitabilmente – e li caratterizzerà – sugli investimenti erotici futuri del bambino.

Il vissuto di una madre morta che ha disinvestito brutalmente il suo bambino, viene esperito come una catastrofe, essendo l’amore perduto improvvisamente.

Ecco che si prevedono tre tentativi principali per evitare l’angoscia di una madre morta e cercare una riparazione: mantenere l’Io in vita e vitale, alla ricerca di piaceri erotici precoci e esagerati, ma anche mantenerlo vitale con l’odio verso l’oggetto; rianimare la madre morta, ricercando la sua attenzione e stimolandone l’interesse; nutrire un sentimento di rivalsa contro l’oggetto di dolore della madre morta.

Per un approfondimento: La ferita dell’assenza. Sulla «madre morta» di André Green. Un articolo di Fabio Milazzo. http://www.psychiatryonline.it/node/5374

 Immagine: E.Munch, La madre morta e la bambina, 1897-1899

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