Di traumi e virtù.

Photo by cottonbro on Pexels.com

Anche a distanza di tanti anni le persone traumatizzate hanno enormi difficoltà a raccontare agli altri cosa sia accaduto loro. Il loro corpo rivive il terrore, la rabbia e l’impotenza così come l’impulso all’attacco o alla fuga, ma questi sentimenti sono pressocché impossibili da proferire. Il trauma, per sua natura, ci porta al limite della comprensione, tagliandoci fuori da un linguaggio condiviso o da un passato immaginabile” (Bessel van der Kolk, 2014. Il corpo accusa il colpo. Ed. ita. Raffaello Cortina, 2020, p. 52).

Tutto il trauma è preverbale, ci dice van der Kolk, cioè non trova forma di espressione linguistica, è questa la sua essenza. Come gli effetti di un ictus, spegne l’area di Broca nel momento esatto in cui riaffiorano i flashback, i ricordi dell’evento traumatico. L’area di Broca ci permette di rappresentare a parole pensieri ed emozioni. Il trauma rimane tale perché ne manteniamo ricordi fisici e sensoriali, ma non li riusciamo a elaborare in parole. Sono le parole, infatti, che ci consentono di farci i conti. Tuttavia, è estremamente difficile raccontare il trauma coerentemente.

I ricordi traumatici attivano solitamente la parte destra del cervello, quella connessa con il pensiero creativo e l’intuizione, mentre spengono l’area sinistra, quella, invece, del pensiero logico e razionale.

La parte destra si esprime attraverso espressioni facciali, corpo, suoni. Mentre quella sinistra ricorda le parole, il linguaggio.

Il blackout che il trauma arreca alla parte sinistra del cervello impedisce di organizzare i ricordi dolorosi in logica e parole.

Ecco che il trauma rimane dentro la persona come un gomitolo aggrovigliato male. Ogni volta che qualcosa riporta al ricordo dell’evento traumatico, l’emisfero cerebrale destro reagisce come se si stesse ripetendo in quell’istante esatto.

Ma, poiché il loro cervello sinistro non funziona molto bene, non sono consapevoli di stare ricevendo e rimettendo in atto il passato: sono effettivamente furiose, terrorizzate, arrabbiate, in preda alla vergogna o congelate” (ibidem, p. 54).

Come ogni esperienza, la reazione traumatica agisce lungo un continuum che va da una risposta “normale” e comune ad una ben più difficile da gestire. La specificità di questa reazione problematica al trauma riguarda la disorganizzazione e la mancanza di completezza del ricordo traumatico, il rivivere il trauma attraverso ripetuti flashback involontari, il senso di mancanza di realtà conseguente al trauma (Brewin e Holmes, 2003).

La reazione disfunzionale al trauma può portare allo sviluppo di un vero e proprio disturbo post-traumatico, tale da complicare la vita della persona. Si tratta del PTSD (Post Traumatic Stress Disorder), una complessa combinazione di risposte psicologiche, neurobiologiche, affettive e cognitive.

Come accennato prima, nella reazione traumatica una chiave di lettura fondamentali è rappresentata dalle memorie.

In generale, possono essere distinti due principali sistemi mnestici:


Memoria esplicita o dichiarativa o narrativa: consapevolezza di eventi
realmente accaduti all’individuo. É un processo attivo e di costruzione. Un’esperienza traumatica interferisce con l’elaborazione e memorizzazione di tale informazione nella memoria esplicito-narrativa.


Memoria implicita o procedurale o non dichiarativa: ricordo di capacità
acquisite, abitudini, risposte emotive, azioni riflesse e risposte condizionate.
Le informazioni percepite dall’ambiente vengono immagazzinate ed elaborate in base agli schemi mentali propri dell’individuo.

Nell’immagazzinamento dell’input mnestico entra in gioco un processo di deformazione che assegna una valenza soggettiva ed emotiva
agli eventi e quindi ai ricordi ad essi associati. L’accuratezza della memoria viene, così, mediata dalla valenza emotiva di una data esperienza. In realtà, nel racconto di eventi significativi la memoria appare generalmente accurata.

Se sono state riscontrate amnesie totali in gran parte dei soggetti traumatizzati, è anche vero che sono stati riconosciuti, in una parte ancor più numerosa di soggetti che
hanno vissuto esperienze traumatiche, delle amnesie significative per alcuni dettagli
specifici. Van der Kolk (1996), a questo proposito, suggerisce che più il soggetto è giovane e più è esposto a eventi cronici e prolungati, più alto sarà il rischio che sviluppi un’amnesia significativa. Ecco, per esempio, perché il trauma ha un impatto decisamente significativo sui bambini.

È altrettanto vero che il trauma conduce a situazioni eccessive di ricordo o di oblio. Eventi traumatici possono essere ricordati con estrema
precisione e accuratezza oppure resistere drasticamente all’integrazione mnestica ed essere immagazzinati su altri livelli cognitivi.

Ciò che differenzierebbe le memorie
traumatiche normali, cioè le memorie autobiografiche, dalle memorie traumatiche patologiche risiederebbe nel fatto che le persone con PTSD non riuscirebbero a controllare il riaffiorare delle memorie dolorose o flashback, caratterizzati da tracce mnestiche di tipo percettivo
estremamente vivide (Brewin, 2001; Brewin e Holmes, 2003; Conway e Pleydell- Pearce, 2000).

E allora come gestire il trauma?

Il percorso di cura è complesso e fatto di tanti fattori.

La psicoterapia si integra con discipline che curano anche il corpo, che deve tornare ad essere abitato. La persona traumatizzata ha bisogno di tornarci in contatto, così come deve tornare in contatto con l’eredità che i ricordi hanno lasciato sul loro cammino.

Il trauma incide sul senso di sé, lo ferisce, si insinua nell’identità dell’individuo.

Come quel gomitolo male aggrovigliato, la persona porta il trauma in terapia come il corpo di una medusa, con una testa centrale e tutti i tentacoli che scendono: quelle sono le aree che il trauma è andato a intaccare, relazioni, efficacia, ricordi, senso di sé, autostima…

La psicoterapia permette di prendere quel gomitolo e riaggomitolarlo ordinatamente, in modo che non rimanga un filo intrecciato ingombrante e impossibile da utilizzare. Solo una volta riaggomitolato quel filo potremmo finalmente dargli una forma e non lasciarlo nel caos.

L’amore ai tempi di Tinder

Multitasking è la parola del secolo. Così come negli smartphone, si è infilata anche nelle relazioni.

Così come passiamo da una finestra all’altra su Internet, allo stesso modo scivoliamo da una chat all’altra, da un incontro all’altro, da una persona all’altra.

Sexting, ghosting, foto e videochiamate. Le relazioni sono svuotate, fatte di immagini, numeri e attimi.

Uno, due, tre appuntamenti a settimana con persone diverse, decine di chat aperte, foto di sconosciuti e swipe con il ritmo di un batter di ciglia.

Si dicono edonisti, sex addicted e alla ricerca del piacere originale. Cercano uomini e donne fugaci, presenti, da sfogliare come riviste. Devi esserci e mi servi adesso, altrimenti chiudo e passo avanti.

Cercano in realtà un approdo e una volta che lo trovano sentono il bisogno di doversene disfare al più presto, senza sapere come chiudere una relazione, anzi lasciando l’altro appeso a un’incognita: dov’è, c’è, ci sarà, perché.

Ghosting.

Cercano consolazione. E una volta trovata tappano i buchi della loro solitudine, ma non gli basta mai, gli serve sempre di più, come l’assuefazione da droghe.

In questo modo sono visti e viste.

Sfruttano, sentendo il bisogno di urlarlo e rimarcarlo, come fosse un pregio, un segno distintivo di forza e qualità.

Fragilità.

Sono storie di narcisismo, mancanza di amore e vissuti di privazione. Cercano l’amore che gli è mancato altrove e che desiderano, ma non lo ammettono. Vivono il tentativo disperato di colmare un amore mancato, mai ricevuto, abbandonico, ambivalente e inaffidabile. È un amore che fa soffrire. È un oggetto del piacere che delude, tradisce e abbandona. E quindi lo usano, lo sviliscono e lo svuotano di umanità.

Cercano compagnia. Sono soli e sole, ma non sanno starci, con se stessi.

È l’alessitimia delle relazioni.

È l’altra faccia dell’apatia, celata dietro a un piacere fugace. Altro che edonismo, di piacere c’è poco o niente. E il multitasking ne è la prova. Passare da una persona all’altra, uno swipe come una pagina sfogliata, un incontro dopo l’altro, è questa la rincorsa verso un appagamento, una felicità, una gratificazione destinata a non arrivare mai fino in fondo.

Cercano l’amore accudente, in realtà, un amore da idealizzare, o tutto bianco o tutto nero, un amore senza confini, senza individualità, senza carattere. Un amore che amore non è.

E che forse non deve neanche essere.

Storie di masochismo e perversioni, narcisismo e ossessioni. La cosificazione dell’altro.

La compulsione dell’avere, di uno specchio che gratifichi, di un accumulo di feedback e like.

Scendere nelle scale della nostra cantina interna e dei nostri colori ci salverà. Stare da soli ci aiuterà a stare con gli altri. Amarci ci insegnerà ad amare.

È questa oggi la rivoluzione dell’amore.

Non ti è sfuggito il tempo?

Non avete avuto anche voi la sensazione che il tempo scorresse e continui a scorrere veloce? Veloce come mai prima è stato per così tante settimane.

Il senso del tempo alterato, accelerato, sfuggente. Non avete avuto anche voi la sensazione di voltarvi indietro e vedere che settimane, mesi sono passati così rapidamente che sembrano così recenti e vividi?

Ci siamo cercati in questo tempo, ci siamo ritrovati. Con sorpresa anche. Sono state settimane così vuote e ricche allo stesso tempo. Ma il tempo, sì, forse ci è sfuggito di mano.

Forse però abbiamo saputo aspettarci e con alcuni ci aspettiamo ancora.

Abbiamo avuto sentimenti contrastanti, che solo ora iniziamo a mettere in ordine.

Tutto questo in quasi tre mesi che sono sembrati un attimo per me.

Quello che ho imparato da questa quarantena.

Photo by cottonbro on Pexels.com

Chi prima pensava troppo adesso rimugina. Chi prima si sentiva solo adesso lo è ancora di più. Chi prima lottava, adesso? Adesso c’è chi ancora lotta e si dilania e qualcun altro che è un pezzo più forte. Chi sapeva stare da solo, in quarantena c’è stato bene assai e non farebbe fatica a tornare indietro.

Oltre al fatto che si è fatto risentire pure il fidanzatino delle medie per i single, per certe coppie non dev’essere stato facile il lockdown. I miei vicini hanno resistito fino al giorno prima della fase 2, poi hanno iniziato a urlarsi contro le peggiori cattiverie. Ora ne siamo tutti testimoni qui nei palazzi attorno al cortile comune e io, sarà per la solidarietà tra donne, faccio il tifo per lei, perché è l’unica dei due che strilla, mentre lui rimane clamorosamente in silenzio. Cioè, neanche una porta sbattuta, un vaffanculo, niente.

E invece quelli soli, soli con se stessi, seppur non con il mondo, si sono ritrovati a rimuginare, a fare i conti con l’irrisolto, a scontrarsi con i propri fantasmi.

Tutti hanno sofferto di disturbi del sonno, tutti hanno mangiato per noia e compensazione, tutti hanno impastato la pizza. Tutti. Altrettanti si sono scaricati tutorial di fitness o si sono iscritti a dirette Zoom di qualsiasi cosa, webinar, corsi di tutto, dirette di qualunque tipo.

Qualcosa, però, in questo lockdown l’ho capita. E non starò qui tanto a far filosofia o a intrattenermi in riflessioni psicoanalitiche.

Chi era insicuro è affogato ancor di più nelle insicurezze, aggravate nella quasi totalità dei casi dalla precarietà economica e lavorativa. E qui mi permetto di fare una riflessione. In quarantena guai a chi si preoccupava. Guai a chi si sfogava. La pesantezza emotiva in cui i più erano assorti non permetteva di far spazio al turbinio di emozioni dell’altro (turbinio, sì, perché siamo stati testimoni di verri sbalzi di umore repentini tra un impasto di pizza e l’altro). C’era sempre qualcuno che doveva lamentarsi e che aveva più problemi di te. Hai perso il lavoro? Non dirlo a me che sono in cassa integrazione. Cerchi di sorridere alla vita nonostante tutto? Non c’è niente da ridere. Non puoi stare a casa al sicuro? Beato te che almeno lavori. Vai al lavoro? Ma come, lavori con questo rischio?

Stare da soli, a contatto con se stessi, in fondo ti porta a fare i conti con i tuoi demoni. Il problema è accettarli, arrendersi a loro e guardarli in faccia. Prenderli di petto, insomma. E’ una banalità, lo so, ma non tutti se ne rendono conto.

Ma stare da soli non è solo roba per single. I single sono un’altra storia. Sono i veri privilegiati di questa quarantena. Soli in casa, senza dover condividere nulla con nessuno, senza figli a cui badare durante lo smart working, nessun pranzo da preparare a nessuno e l’app del food deliver sempre a portata di click. E vogliamo parlare delle app di incontri? I media ci dicono che c’è stato un incremento di utenti esponenziale. E come biasimarli.

Quasi tre mesi di lockdown e nel frattempo ci chiedevamo se saremo diventati persone migliori. Ci speravo, ma ora non credo. È bastato affacciarmi qualche ora in questa fase 2 bis per riscappare di corsa verso casa e chiudere la porta a doppia mandata.

Eppure ci hanno provato a farci riflettere, almeno sui social, dove gran parte delle persone hanno trovato rifugio. Sono fioccati sondaggi Google su ogni tema, proponendoci ricerche sulla base di campionamenti fatti dal giorno alla notte, con criteri statistici così bislacchi che chissà che ne tireranno fuori. Come hai mangiato in quarantena? Come hai dormito? Com’è stata la tua attività sessuale?

Una cosa, però, la voglio salvare. Il desiderio di conoscere. Di mettersi in contatto. Abbiamo impastato, infornato, surgelato, condito, sporzionato, ci siamo dedicati alla prima cosa che ci faceva sentire primariamente vivi, mangiare.

E poi abbiamo sognato e i sogni a volte ce li siamo pure raccontati. Ansie e angosce molto spesso, ma le nostre menti ci hanno accompagnato silenziosamente nelle notti dal sonno intermittente, dagli orari sballati, dai risvegli nel cuore del buio e del silenzio. Abbiamo fatto i conti con i ritmi alterati, con la sveglia rimossa, con l’addormentamento che non arrivava.

Abbiamo fatto i conti con la paura. Con il pericolo. Con il contagio. Con i morti. Con i malati. Abbiamo dovuto trovare degli eroi per poi tornare a breve a dimenticarli o, peggio, ad accusarli di malasanità.

Abbiamo avuto sete di questi eroi. Così come abbiamo dovuto credere a uno Stato materno e anche un po’ paterno, accudente e guida. Poi, quando le indennità Covid non sono arrivate, siamo tornati a lamentarcene, ma questo lo si può anche comprendere.

Insomma, in questi quasi 3 mesi in cui sui social abbiamo postato foto di colazioni, di terrazzi, di copertine di libri letti in un’altra vita, in questi mesi di Netflix, film e serie tv fino a consumarci gli occhi, in questi mesi di letture talvolta portate avanti a fatica, con l’attenzione di un criceto e la capacità di concentrarci pari al nulla, in tutto questo tempo i giorni sono passati ed eccoci qui, di nuovo sulla cresta dell’onda, acciaccati e pronti a risalire. Chissà come, chissà quando, ma pronti. Qualcuno un po’ meno, perché chi ne esce davvero sconfitto c’è, chi ne esce più solo, più povero e senza più nulla, eccome se c’è. E allora bisogna anche lodare la solidarietà vera e i moti di empatia che da alcuni si sono sollevati.

Il 3 maggio eravamo tutti pronti a rinascere. E ora ci stiamo ricredendo.

Tra desiderio, eros e amore.

Photo by Natasha Babenko on Pexels.com

In sostanza, io ritengo che l’amore sessuale maturo sia una disposizione emotiva complessa, che integra (1) l’eccitazione sessuale trasformata in desiderio erotico per un’altra persona; (2) la tenerezza che deriva dall’integrazione delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto investite in senso libidico e in senso aggressivo, con una predominanza dell’amore sull’aggressività e con la tolleranza della normale ambivalenza che caratterizza ogni rapporto umano; (3) una identificazione con l’altro che comprende sia la reciproca identificazione genitale sia la profonda empatia con l’identità sessuale opposta; (4) una forma matura di idealizzazione insieme a un profondo impegno nei confronti dell’altro e della relazione; e infine (5) il carattere passionale della relazione d’amore nei suoi tre aspetti: la relazione sessuale, la relazione oggettuale e l’investimento superegoico sulla coppia” [O. F. Kernberg, Relazioni d’amore. Normalità e patologia (1995). Raffaello Cortina Editore, Milano, 1995, p. 37].

Cosa sappiamo di una relazione sessuale matura? Cosa ci immaginiamo? Proviamo a chiudere gli occhi e a scrollarci di dosso difese, ricordi, sogni e ferite del passato e facciamo un po’ di chiarezza.

Una relazione sessuale matura, nell’epoca delle app di incontri, dei match online, delle chat eterne, del sexting e di tutto ciò che è vicinanza e paradossalmente distanza, ha a che fare con dei sani incontri sessuali in cui il partner viene utilizzato come oggetto del desiderio e del bisogno. C’è il bisogno di usare ed essere usati. E fino a un certo punto questo è normale, inutile che ci giriamo intorno con fare sbigottito.

Un amore sessuale maturo è fatto di sesso, riparazione, accettazione, incontro e confronto. Da quel desiderio di conoscere e, appunto, riparare gli aspetti cattivi dell’altro, anziché idealizzarli mantenendolo completamente buono attraverso la scissione (scissione dell’oggetto, quel meccanismo che ci fa vedere gli altri o tutti buoni o tutti cattivi, senza vie di mezzo). L’idealizzazione non aiuta l’amore maturo. Anzi, lo ostacola, ci dice Freud, ne impedisce lo sviluppo.

L’amore passionale è fatto di desiderio sessuale e affettività matura. Sciocchezze quando qualcuno dice che preferisce incontri di una notte per godere di più. L’appagamento sessuale maturo non ha eguali. Se, infatti, l’eccitazione sessuale costituisce un affetto alla base dell’amore passionale, è altrettanto vero che l’esperienza e la qualità dell’orgasmo includono l’identificazione con il o la partner e il superamento di dinamiche antiche, irrisolte, immaginarie.

Ma come la mettiamo con l’esperienza di fondersi con l’altro? Paure, potere, fiducia e sfiducia si intrecciano: “accettare i rischi dell’abbandono totale di sé nella relazione con l’altro, contrastando la paura di tutti quei pericoli, di diversa origine, che incombono quando ci si amalgama con un altro essere umano” (O. F Kernberg, 1995, p. 48): questa è l’incarnazione del desiderio, ma anche di immagini, idee, valori e aspirazioni che rendono la vita degna di essere vissuta. Troppo semplicistico l’elogio di un’avventura sessuale come emblema del desiderio selvaggio e libero. L’amore maturo implica vera libertà individuale. “Il superamento dei confini del Sé […] è alla base dell’esperienza soggettiva di trascendenza” (O. F Kernberg, 1995, p. 49).

Ma è dura. La passione sessuale richiede di lasciarsi andare, di sperimentare una grossa dose costante di empatia. Fondersi senza arrivare alla simbiosi. Saper addentrarsi nell’altro e poi tornare indietro.

Kernberg nel suo libro riprende la dichiarazione d’amore di Hans Castorp a Claudia Chauchat nella Montagna incantata di Thomas Mann; “l’amore – dice Hans a Claudia – non è nient’altro che follia: qualcosa di insensato, di proibito, un’avventura nel male. Le dice che il corpo, l’amore e la morte – tutti e tre – non sono che una cosa sola“. (O. F Kernberg, 1995, p. 52).

E allora non trovate che non sia poi così facile amare? Che non è una rosa regalata a un anniversario né una casa arredata insieme, tantomeno una famiglia? Che non sia, invece, un sentimento trascendente quanto doloroso, coinvolgente quanto minaccioso? Significa darsi all’altro e accogliere l’altro. Significa passare dal freddo al caldo nel giusto equilibrio, avvicinarsi e distanziarsi come la sdraio di Bergeret.

E allora partner traditi, ossessioni, rimpiazzi repentini, colpi di fulmine. Sono davvero amore?

Sull’imitazione

Photo by Donatello Triso’lino on Pexels.com

Relazioni e imitazione. Cos’è l’imitazione? Come si esprime nella relazione con l’altro? E perché si presenta?

L’imitazione (Ferro, 2010; Gaddini 1968; Gaddini 1974) può essere intesa come modalità primitiva di entrare in contatto con l’oggetto.

L’imitazione ha il fine di stabilire la fusione con l’oggetto e l’investimento di esso. Le carenze del Sé portano all’utilizzo dell’imitazione come unico modo di entrare in relazione. È ciò che Gaddini (1968) definisce imitare per essere, diverso dall’identificazione con l’altro, cioè la capacità di interiorizzare la realtà e la relazione con l’oggetto.

Secondo Gaddini (1981), l’imitazione primitiva è quel meccanismo che consente di “essere” qualcosa che altrimenti dovrebbe essere riconosciuto come “altro da sé”: cioè, se non posso sentirti come altro da me, diverso da me, allora ti imito, per cercare di essere come te direttamente e consentirmi, così, un’identità. Quello che manca nei processi di sviluppo che permettono il riconoscimento di un oggetto altro da sé è un sano processo di identificazione con l’altro, con un oggetto che non ha mai permesso di vivere la separazione da sé.

L’imitazione si pone, così, al posto dell’introiezione. Ciò non permette di introiettare non solo l’oggetto, ma soprattutto la sua funzione (non tanto l’acqua, ma la sua funzione dissetante, non tanto la figura del o della terapeuta, ma la funzione della psicoterapia).

La persona tenderà, quindi, ad imitare piuttosto che introiettare, ad incorporare piuttosto che mentalizzare.

Con l’imitazione l’Io supera i confini dell’individuazione. L’intero mondo esterno è trascinato (assimilato) nell’Io. Il transfert è, così, un essere senza limiti, uno straripare. «L’Io dell’isterica supera i confini dell’individuazione. Poiché la coazione del reale vi gioca una parte, seppur piccola, l’intero mondo esterno è trascinato nell’Io, ed è amalgamato all’Io dell’individuo. Ciò che la psicoanalisi chiama “transfert”, nel caso del tipo isterico, è pertanto un essere senza limiti, uno straripare. Ogni cosa appartiene all’Io ed è trattata con cura. Il transfert dell’Io, l’investimento dell’Io esterno ad opera della libido non si ferma al confine tra l’anima e il corpo. Il corpo dell’isterica – in maniera singolarmente obbediente – si allea con le sue azioni psichiche. Esso parla il linguaggio degli organi, ha un’opinione, desideri e sentimenti e li esprime» (Wittels in Albarella, Donadio, 1998, pag. 64).

L’importanza dell’imitazione risiede per Gaddini nei primi momenti di formazione dell’identità. I processi imitativi sono, dunque, fondamentali alla costruzione dell’identità se si integrano e subordinano ai processi introiettivi. È un po’ quello che succede in psicoterapia: dall’imitazione della terapeuta, il o la paziente deve passare alla funzione di interiorizzazione trasmutante, quella attraverso la quale il bambino impara a trasformare ciò che interiorizza, per prendere qualcosa che poi riutilizza. Allo stesso modo in terapia imitare è diverso dall’interiorizzare la funzione del o della terapeuta.

Il concetto di imitazione porta con sé la possibilità di comprendere il legame e il transfert in terapia. Il bisogno di separazione e, allo stesso tempo, di imitazione della terapeuta sono l’espressione di quel Falso Sé che fornisce la possibilità di attuare la distinzione con l’altro.

Secondo Winnicott (1971, in Scalzone, Zontini, 1999), esistono due modalità di disposizione verso l’oggetto. Il puro elemento femminile appartiene alla dimensione dell’essere ed è coinvolto nei processi di costruzione dell’identità, originando dall’identificazione primaria con il materno femminile. Il puro elemento maschile, invece, ha a che fare con il fare, con le pulsioni, con l’area psicoorale di Gaddini. Il puro elemento femminile corrisponde all’area psicosensoriale di Gaddini o all’organizzazione mentale di base, cioè il Sé, che si relaziona con l’oggetto attraverso l’imitazione primitiva.

Il Sé, cioè, imita per essere, perché non conosce altro modo di acquisire una propria identità se non imitandola altrove.

Ci cerchiamo, ma poi alla fine non sappiamo che dirci.

Ci desideriamo, ci manchiamo, ci cerchiamo, ma poi alla fine ci perdiamo nelle smalltalk. Nelle chiacchiere. Come stai? Eh, tutto bene… E niente, ci sentiamo in questi giorni.

In realtà ci manchiamo da morire, sentiamo la mancanza di quei giorni passati finalmente insieme dopo incastri di orari e appuntamenti. Quegli aperitivi dopo il lavoro, quelle cene che era una vita che non ci vedevamo. Sentiamo la nostalgia di quei momenti in cui tutto era normale e scontato. Quei giorni in cui vederci era una boccata d’aria dopo una settimana da urlo.

Ci mancano quei giorni in cui non smettevamo di parlare e di raccontarci giorni, settimane e avventure quotidiane.

E ora, invece, il distanziamento sociale è diventato emotivo. Ci proteggiamo. Non ci lasciamo andare perché ci siamo congelati. Come se avessimo attivato un risparmio energetico sulle emozioni e le stessimo conservando per tempi migliori. Come se avessimo ridotto tutto al minimo per affrontare la sopravvivenza. Come se ci stessimo adattando alla solitudine e all’isolamento.

E allora possiamo pensare che diventeremo persone migliori? Forse no. Cambieremo? Forse sì. Cambieremo un po’ per forza, in fondo. Poi tutto tornerà alla normalità? Probabilmente nel medio termine torneremo quelli di prima, ci dimenticheremo del passato e volteremo pagina. Ma credo che questa quarantena ci avrà fatto crescere. O almeno lo voglio sperare.

Avremo conosciuto una nuova forma di adattamento e avremo avuto più tempo per stare da soli. Ci saremo conosciuti meglio. Potremo farne tesoro.

Ma avremo conosciuto anche i più fastidiosi difetti dell’altro. E forse è questo anche che ci fa prendere le distanze.

Ho incontrato un’amica in fila al supermercato l’altra mattina. Mi ha riconosciuto lei. Io ero assorta con gli occhi sul telefono. L’impulso iniziale è stato quello di abbracciarci forte, più forte di quelle volte in cui ci vedevamo di nuovo dopo tanto tempo. Ma poi ci siamo fermate, direi bloccate. Ci siamo inibite e abbiamo fatto un passo indietro, entrambe, all’unisono abbiamo agito la stessa sequenza di movimenti. Che è poi la stessa che mi capita di ripetere sul lavoro: ci avviciniamo, ci fermiamo e facciamo un passo indietro. Sul lavoro la persona che ho davanti mi risponde con un velo di tristezza, sente un pizzico di abbandono e rifiuto e vive una piccola ferita che si ripete ogni volta che si imbatte in qualcuno. Insomma, con lei ci siamo guardate a distanza. Non vedevamo neanche i nostri occhi, ché erano coperti dagli occhiali. Me li sono tolti, poi, ma la luce era forte e così li ho ricalati sul naso. Sentivamo le vibrazioni della voce filtrata dalla mascherina. Quella voce che abbiamo imparato a riconoscere e ascoltare. Quella voce ovattata. Ci siamo raccontate lo stupore di queste settimane, niente che non ci fossimo già dette al telefono, ma eravamo in stand by. Gelate. Distanti. Siamo finite a parlare di formalità. Abbiamo usato riempitivi e lasciato che alcune pause di silenzio prendessero il sopravvento. È stato intenso: bello e triste allo stesso tempo.

Tornate a casa, ci siamo scambiate emozioni e riflessioni. Abbiamo avuto il bisogno di percepire e elaborare, per poi tornare a comunicare a distanza. Dietro gli schermi dei telefoni, quasi al sicuro, ci siamo raccontate le sensazioni.

Questo è un momento florido per chi ha voglia di riflettere. Per chi ha voglia di non rimanere inerme a ciò che accade. Per chi accetta la sfida di vedere cosa gli succederà, come questa quarantena lo cambierà; per vedere se questo cambiamento davvero avverrà, almeno nella consapevolezza di un momento.

No, le donne non possono essere accolte

Roma Termini, 26 marzo 2020

È sera quando scopriamo che no, le donne non possono essere accolte nel nuovo centro aperto per le persone senza fissa dimora in questa emergenza sanitaria.

Effettivamente le donne che vivono in strada sono in percentuale minore rispetto agli uomini e per loro, anche in emergenza freddo, i posti sono sempre limitati.

Così, no, Maria non può essere accolta, sebbene senza una casa come altri. Ha paura, dice, qui non c’è nessuno, l’altra notte l’hanno insultata e le hanno buttato la coperta in terra. Vallo a sapere se è vero, ma poco importa perché lei ha la sua realtà e noi la prendiamo per buona e vera, perché vero è quello che lei prova, sente, vive. Quindi, no, niente centro, niente letto per lei.

Cornute e mazziate due volte. Una perché è la storia che si ripete. Una storia di emarginazione e di emarginazione di genere. L’altra perché per questo virus non hai scampo, neanche per le Politiche Sociali, così poco pari in opportunità questa sera.

È una macchina che si inceppa, quella dell’accoglienza. Si inceppa questa sera, bloccandosi davanti a una percentuale e a una scelta, tu sì, tu no, non c’è posto per tutti, ancor meno per tutte.

Essere donna e vivere in strada è una combo fatale a volte. Violenze, abusi e prostituzione. C’è chi le riprende con un telefonino, chi le paga pochi Euro per avere in cambio il loro corpo, come fosse carne al chilo.

Donne che, nonostante la precarietà, lavano con cura la loro biancheria di cotone e pizzo, si truccano, si prendono cura di sé. Donne che amano parlare, raccontarsi, altre invece più introverse, schive.

Sono il colore delle nostre strade, alcune più cupe, alcune più assenti, altre più disponibili al contatto.

Donna era Modesta Valenti, perita come in una guerra e senza una casa che la potesse accogliere. Segnata da una vita in strada e ancor prima da un ricovero in ospedale psichiatrico, Modesta ha lasciato in ricordo il monito di non ignorare, agire e saper decidere, cosa che per lei non è stata fatta. Assumersi le responsabilità e scegliere. Su strada ancor di più, con ancor più fermezza e tempestività.

Legami e attrazioni

Relazioni non desiderate, amori non corrisposti, limerence*, desiderio.

Una, nessuna, centomila relazioni.

Quando ci si accontenta, nutrendo in fondo la speranza che il partner prima o poi cambi, in un atto magico di mutazione.

Quando non ci si rassegna per un amore non corrisposto.

Quando l’amore, invece, si evita, ma lo si sbircia da lontano.

Gran parte dei rapporti sentimentali è uno sforzo di incontro: bilanciamenti di distanza e vicinanza, di novità e quotidianità, di apertura e solitudine.

Relazioni non negoziate, caotiche, conflittuali sono le altre. Quelle in cui l’amore è questione assai troppo delicata e temuta. Da una parte il desiderio, quasi appreso, di una relazione e dall’altra lo spettro del legame, così caotico, così fucina di conflitto.

Ognuno di noi cerca di ottenere le cose che ama; questa spinta è radicata profondamente nella coscienza, essa è il risultato di cinque milioni di anni di storia evolutiva e di cinque millenni di sforzi comuni verso la civilizzazione […]. L’amore è più di un mero sintomo naturale egoistico […]: è sogno e al tempo stesso pulsione, stato di grazia salvifica e ombra della disperazione; nell’amore è insito il seme della ricerca di tale sogno, e l’ombra degli incubi che i sogni possono talvolta diventare

(Cupach & Spitzberg, 2004, ed. ita. 2011 p. 15).

C’è anche chi quasi manca di un’alfabetizzazione affettiva o chi l’amore lo conosce fin troppo bene, chi ne è estraneo, chi non lo sa gestire, chi lo affoga con movimenti interni e ricordi passati.

È il tentativo tormentato di chi vuole e non vuole amare, di chi desidera un affetto, ma non lo vuole. Di chi lo teme, di chi inconsciamente teme che potrebbe esserne sopraffatto. Perché conosce solamente un amore che sovrasta o perché un amore non l’ha mai conosciuto e non lo sa dosare o perché un amore l’ha perso e teme di perderlo ancora se dovesse lasciarlo andare.

In pochi conoscono le sfumature dell’amore. Dell’amore struggente, caotico, mai banale. Così come in pochi conoscono le alterità vere della vita. La comodità e la linearità degli affetti, un nido caldo che difficilmente lasceremmo andare, anche pur avendo in noi quel conosciuto non pensato che è il caos dei sentimenti.

L’amore talvolta è anche proiezione e pressione interpersonale.

«Innanzitutto la persona sente il bisogno di proiettare una parte fuori di sé poiché teme che questa parte, essendo “cattiva”, possa distruggere le altre parti “buone” del Sé: ma il bisogno di proiettare una parte di sé può anche nascere da un motivo opposto, cioè può essere una parte buona ad essere proiettata, in quanto vi è il bisogno di proteggerla dagli attacchi aggressivi delle altre parti cattive del Sé»

(Migone, 1995, p. 124).

Movimenti proiettivi consentono di affidare all’altro sentimenti inaccettabili, ma anche vissuti così dolorosi che sono troppo complessi da gestire da soli. Per questo talvolta l’altro, nella coppia, diviene portatore e sperimentatore di vissuti interni conflittuali e ingestibili.

Allora possiamo immaginare che per alcuni l’unico modo di stare in una relazione sentimentale sia quello di utilizzare difese come l’identificazione proiettiva.

Proiettando una parte di sé sull’altro per fargliela contenere e proteggere, investendolo di una richiesta impegnativa, che tenta di privarlo di un’indipendenza affettiva.

Agendo la pressione interpersonale del proprio mondo e dolore interno, per fargli sperimentare esattamente cosa prova, pur continuando a controllare e a identificarsi con la parte di sé proiettata sull’altro.

Reinternalizzando, cioè riprendendo il contenuto proiettato che l’altro nel frattempo ha contenuto, trattenuto, rielaborato e restituito così sistemato con sentimenti nuovi. Come un gomitolo aggrovigliato ora ripiegato per bene.

Ma l’identificazione proiettiva richieda che esista fra i due un legame stretto, come quello madre-bambino o paziente-terapeuta. Implica un vissuto molto intenso, una pressione interpersonale, appunto. Chi proietta lo fa con intrusione, minaccia e veemenza, che riflette la disperata richiesta di contenere un contenuto insopportabile da buttare fuori.

Movimenti di contenimento, rabbia e elaborazione, ecco cosa nasconde un amore conflittuale.

La comunicazione sentimentale diventa, così, a volte, uno scambio proiettivo e controidentificativo. Investito dei vissuti del partner, l’altro può reagire con una risposta emotiva dovuta a sue ansie intensificate o riattivate dal materiale conflittuale proiettato o dalla potenza dei movimenti proiettivi. Quanto più il funzionamento del partner che proietta è regressivo e collegato ad esperienze del passato più buio, tanto più l’identificazione proiettiva sarà forte e violenta. La controidentificazione proiettiva è, quindi, la specifica risposta di un partner a quella parte proiettata dall’altro.

Se in amore l’altro non sarà disposto a contenere, agiti e identificazione proiettiva porteranno a forme di ossessione e diniego, idealizzazione e svalutazione, ricerca e abbandono, in un’altalena di affetti e rifiuti, in un’oscillazione di desiderio e ripudio che farà di quel legame un’attrazione tormentata.

*Limerence: ultra-attaccamento, infatuazione, ossessione, idealizzazione irrazionale, caratterizzato da un forte desiderio di reciprocità dei sentimenti, ma non necessariamente da una relazione sessuale. Intenso desiderio per un’altra persona e di essere ricambiati nell’amore romantico.

Come la mia città sta cambiando.

Stazione Termini, 26 marzo 2020

Gli amanti non si incontrano più agli arrivi della Stazione Termini. I lavoratori stanchi, tornando da un viaggio di lavoro, non salgono più la sera sui taxi accalcati in Piazza dei Cinquecento. Le pensiline degli autobus non riparano più nessuno col calare del sole.

Ci siamo ritrovati a guardarci, a sentirci, a contare le ore che passano vuote. Abbiamo ritrovato la noia, il tempo perso. Abbiamo trovato il nostro vuoto più grande e stiamo scendendo a patti con la solitudine pur con la convivenza forzata.

Così, chi prima non si fermava mai ora si ritrova costretto a farlo senza volerlo. E chi prima lo desiderava ora vive una pausa forzata e improvvisa.

Ci manca la luce del sole negli occhi, l’effetto del caldo o del freddo quando usciamo di casa la mattina e, chiudendoci il portone alle spalle, ci diciamo se abbiamo azzeccato o no l’abbigliamento. Ci mancano le percezioni quotidiane, gli odori che prima sentivamo ogni giorno. Ci mancano le strade, i paesaggi ordinari che si ripetevano ogni settimana prima di andare a lavoro.

Non abbiamo più weekend liberi, perché lo sono tutti anche senza desiderarli. Non ci stanchiamo né ci riposiamo dalle settimane intense.

Ci mancano i contatti. Li cerchiamo online, ci stanchiamo gli occhi, siamo iperconnessi, ma, nonostante tutto, è questa l’unica forma di legame attuale che sperimentiamo.

I nostri giorni si sono interrotti nell’istante esatto in cui la quarantena è iniziata. Un po’ come una Pompei senza cenere.

Sguardi sospesi, per qualcuno lo sono ancora di più in questa quarantena. Per quelli che fermi non ci sanno stare e non ci sono mai stati o che non si ricordano più come si fa. Per quelli soli, soli con gli altri e con se stessi.

Ci riprenderemo, ma lo faremo con occhi diversi, con una paura in più perché l’abbiamo conosciuta, ma anche con una consapevolezza nuova.

E allora forse quelli che hanno corso una vita continueranno a farlo ancora e di più, perché hanno sperimentato la resa e non la vorranno di nuovo.

Ma torneremo a guardare il mondo velocemente, non ci sorprenderemo più a guardare fuori dalla finestra e forse non torneremo a farlo neanche come lo facciamo ora, assetati delle vite degli altri, dei contatti anche solo visivi, degli spazi riempiti da persone e movimenti.

Ma forse le attese ci sembreranno meno lunghe, avremo raggiunto la capacità di aspettare e, chissà, qualcuno di noi avrà anche imparato a colmarle.

Parlare. È questo che ci salverà.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: