Quello che ho imparato da questa quarantena.

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Chi prima pensava troppo adesso rimugina. Chi prima si sentiva solo adesso lo è ancora di più. Chi prima lottava, adesso? Adesso c’è chi ancora lotta e si dilania e qualcun altro che è un pezzo più forte. Chi sapeva stare da solo, in quarantena c’è stato bene assai e non farebbe fatica a tornare indietro.

Oltre al fatto che si è fatto risentire pure il fidanzatino delle medie per i single, per certe coppie non dev’essere stato facile il lockdown. I miei vicini hanno resistito fino al giorno prima della fase 2, poi hanno iniziato a urlarsi contro le peggiori cattiverie. Ora ne siamo tutti testimoni qui nei palazzi attorno al cortile comune e io, sarà per la solidarietà tra donne, faccio il tifo per lei, perché è l’unica dei due che strilla, mentre lui rimane clamorosamente in silenzio. Cioè, neanche una porta sbattuta, un vaffanculo, niente.

E invece quelli soli, soli con se stessi, seppur non con il mondo, si sono ritrovati a rimuginare, a fare i conti con l’irrisolto, a scontrarsi con i propri fantasmi.

Tutti hanno sofferto di disturbi del sonno, tutti hanno mangiato per noia e compensazione, tutti hanno impastato la pizza. Tutti. Altrettanti si sono scaricati tutorial di fitness o si sono iscritti a dirette Zoom di qualsiasi cosa, webinar, corsi di tutto, dirette di qualunque tipo.

Qualcosa, però, in questo lockdown l’ho capita. E non starò qui tanto a far filosofia o a intrattenermi in riflessioni psicoanalitiche.

Chi era insicuro è affogato ancor di più nelle insicurezze, aggravate nella quasi totalità dei casi dalla precarietà economica e lavorativa. E qui mi permetto di fare una riflessione. In quarantena guai a chi si preoccupava. Guai a chi si sfogava. La pesantezza emotiva in cui i più erano assorti non permetteva di far spazio al turbinio di emozioni dell’altro (turbinio, sì, perché siamo stati testimoni di verri sbalzi di umore repentini tra un impasto di pizza e l’altro). C’era sempre qualcuno che doveva lamentarsi e che aveva più problemi di te. Hai perso il lavoro? Non dirlo a me che sono in cassa integrazione. Cerchi di sorridere alla vita nonostante tutto? Non c’è niente da ridere. Non puoi stare a casa al sicuro? Beato te che almeno lavori. Vai al lavoro? Ma come, lavori con questo rischio?

Stare da soli, a contatto con se stessi, in fondo ti porta a fare i conti con i tuoi demoni. Il problema è accettarli, arrendersi a loro e guardarli in faccia. Prenderli di petto, insomma. E’ una banalità, lo so, ma non tutti se ne rendono conto.

Ma stare da soli non è solo roba per single. I single sono un’altra storia. Sono i veri privilegiati di questa quarantena. Soli in casa, senza dover condividere nulla con nessuno, senza figli a cui badare durante lo smart working, nessun pranzo da preparare a nessuno e l’app del food deliver sempre a portata di click. E vogliamo parlare delle app di incontri? I media ci dicono che c’è stato un incremento di utenti esponenziale. E come biasimarli.

Quasi tre mesi di lockdown e nel frattempo ci chiedevamo se saremo diventati persone migliori. Ci speravo, ma ora non credo. È bastato affacciarmi qualche ora in questa fase 2 bis per riscappare di corsa verso casa e chiudere la porta a doppia mandata.

Eppure ci hanno provato a farci riflettere, almeno sui social, dove gran parte delle persone hanno trovato rifugio. Sono fioccati sondaggi Google su ogni tema, proponendoci ricerche sulla base di campionamenti fatti dal giorno alla notte, con criteri statistici così bislacchi che chissà che ne tireranno fuori. Come hai mangiato in quarantena? Come hai dormito? Com’è stata la tua attività sessuale?

Una cosa, però, la voglio salvare. Il desiderio di conoscere. Di mettersi in contatto. Abbiamo impastato, infornato, surgelato, condito, sporzionato, ci siamo dedicati alla prima cosa che ci faceva sentire primariamente vivi, mangiare.

E poi abbiamo sognato e i sogni a volte ce li siamo pure raccontati. Ansie e angosce molto spesso, ma le nostre menti ci hanno accompagnato silenziosamente nelle notti dal sonno intermittente, dagli orari sballati, dai risvegli nel cuore del buio e del silenzio. Abbiamo fatto i conti con i ritmi alterati, con la sveglia rimossa, con l’addormentamento che non arrivava.

Abbiamo fatto i conti con la paura. Con il pericolo. Con il contagio. Con i morti. Con i malati. Abbiamo dovuto trovare degli eroi per poi tornare a breve a dimenticarli o, peggio, ad accusarli di malasanità.

Abbiamo avuto sete di questi eroi. Così come abbiamo dovuto credere a uno Stato materno e anche un po’ paterno, accudente e guida. Poi, quando le indennità Covid non sono arrivate, siamo tornati a lamentarcene, ma questo lo si può anche comprendere.

Insomma, in questi quasi 3 mesi in cui sui social abbiamo postato foto di colazioni, di terrazzi, di copertine di libri letti in un’altra vita, in questi mesi di Netflix, film e serie tv fino a consumarci gli occhi, in questi mesi di letture talvolta portate avanti a fatica, con l’attenzione di un criceto e la capacità di concentrarci pari al nulla, in tutto questo tempo i giorni sono passati ed eccoci qui, di nuovo sulla cresta dell’onda, acciaccati e pronti a risalire. Chissà come, chissà quando, ma pronti. Qualcuno un po’ meno, perché chi ne esce davvero sconfitto c’è, chi ne esce più solo, più povero e senza più nulla, eccome se c’è. E allora bisogna anche lodare la solidarietà vera e i moti di empatia che da alcuni si sono sollevati.

Il 3 maggio eravamo tutti pronti a rinascere. E ora ci stiamo ricredendo.

Tra desiderio, eros e amore.

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In sostanza, io ritengo che l’amore sessuale maturo sia una disposizione emotiva complessa, che integra (1) l’eccitazione sessuale trasformata in desiderio erotico per un’altra persona; (2) la tenerezza che deriva dall’integrazione delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto investite in senso libidico e in senso aggressivo, con una predominanza dell’amore sull’aggressività e con la tolleranza della normale ambivalenza che caratterizza ogni rapporto umano; (3) una identificazione con l’altro che comprende sia la reciproca identificazione genitale sia la profonda empatia con l’identità sessuale opposta; (4) una forma matura di idealizzazione insieme a un profondo impegno nei confronti dell’altro e della relazione; e infine (5) il carattere passionale della relazione d’amore nei suoi tre aspetti: la relazione sessuale, la relazione oggettuale e l’investimento superegoico sulla coppia” [O. F. Kernberg, Relazioni d’amore. Normalità e patologia (1995). Raffaello Cortina Editore, Milano, 1995, p. 37].

Cosa sappiamo di una relazione sessuale matura? Cosa ci immaginiamo? Proviamo a chiudere gli occhi e a scrollarci di dosso difese, ricordi, sogni e ferite del passato e facciamo un po’ di chiarezza.

Una relazione sessuale matura, nell’epoca delle app di incontri, dei match online, delle chat eterne, del sexting e di tutto ciò che è vicinanza e paradossalmente distanza, ha a che fare con dei sani incontri sessuali in cui il partner viene utilizzato come oggetto del desiderio e del bisogno. C’è il bisogno di usare ed essere usati. E fino a un certo punto questo è normale, inutile che ci giriamo intorno con fare sbigottito.

Un amore sessuale maturo è fatto di sesso, riparazione, accettazione, incontro e confronto. Da quel desiderio di conoscere e, appunto, riparare gli aspetti cattivi dell’altro, anziché idealizzarli mantenendolo completamente buono attraverso la scissione (scissione dell’oggetto, quel meccanismo che ci fa vedere gli altri o tutti buoni o tutti cattivi, senza vie di mezzo). L’idealizzazione non aiuta l’amore maturo. Anzi, lo ostacola, ci dice Freud, ne impedisce lo sviluppo.

L’amore passionale è fatto di desiderio sessuale e affettività matura. Sciocchezze quando qualcuno dice che preferisce incontri di una notte per godere di più. L’appagamento sessuale maturo non ha eguali. Se, infatti, l’eccitazione sessuale costituisce un affetto alla base dell’amore passionale, è altrettanto vero che l’esperienza e la qualità dell’orgasmo includono l’identificazione con il o la partner e il superamento di dinamiche antiche, irrisolte, immaginarie.

Ma come la mettiamo con l’esperienza di fondersi con l’altro? Paure, potere, fiducia e sfiducia si intrecciano: “accettare i rischi dell’abbandono totale di sé nella relazione con l’altro, contrastando la paura di tutti quei pericoli, di diversa origine, che incombono quando ci si amalgama con un altro essere umano” (O. F Kernberg, 1995, p. 48): questa è l’incarnazione del desiderio, ma anche di immagini, idee, valori e aspirazioni che rendono la vita degna di essere vissuta. Troppo semplicistico l’elogio di un’avventura sessuale come emblema del desiderio selvaggio e libero. L’amore maturo implica vera libertà individuale. “Il superamento dei confini del Sé […] è alla base dell’esperienza soggettiva di trascendenza” (O. F Kernberg, 1995, p. 49).

Ma è dura. La passione sessuale richiede di lasciarsi andare, di sperimentare una grossa dose costante di empatia. Fondersi senza arrivare alla simbiosi. Saper addentrarsi nell’altro e poi tornare indietro.

Kernberg nel suo libro riprende la dichiarazione d’amore di Hans Castorp a Claudia Chauchat nella Montagna incantata di Thomas Mann; “l’amore – dice Hans a Claudia – non è nient’altro che follia: qualcosa di insensato, di proibito, un’avventura nel male. Le dice che il corpo, l’amore e la morte – tutti e tre – non sono che una cosa sola“. (O. F Kernberg, 1995, p. 52).

E allora non trovate che non sia poi così facile amare? Che non è una rosa regalata a un anniversario né una casa arredata insieme, tantomeno una famiglia? Che non sia, invece, un sentimento trascendente quanto doloroso, coinvolgente quanto minaccioso? Significa darsi all’altro e accogliere l’altro. Significa passare dal freddo al caldo nel giusto equilibrio, avvicinarsi e distanziarsi come la sdraio di Bergeret.

E allora partner traditi, ossessioni, rimpiazzi repentini, colpi di fulmine. Sono davvero amore?

Sull’imitazione

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Relazioni e imitazione. Cos’è l’imitazione? Come si esprime nella relazione con l’altro? E perché si presenta?

L’imitazione (Ferro, 2010; Gaddini 1968; Gaddini 1974) può essere intesa come modalità primitiva di entrare in contatto con l’oggetto.

L’imitazione ha il fine di stabilire la fusione con l’oggetto e l’investimento di esso. Le carenze del Sé portano all’utilizzo dell’imitazione come unico modo di entrare in relazione. È ciò che Gaddini (1968) definisce imitare per essere, diverso dall’identificazione con l’altro, cioè la capacità di interiorizzare la realtà e la relazione con l’oggetto.

Secondo Gaddini (1981), l’imitazione primitiva è quel meccanismo che consente di “essere” qualcosa che altrimenti dovrebbe essere riconosciuto come “altro da sé”: cioè, se non posso sentirti come altro da me, diverso da me, allora ti imito, per cercare di essere come te direttamente e consentirmi, così, un’identità. Quello che manca nei processi di sviluppo che permettono il riconoscimento di un oggetto altro da sé è un sano processo di identificazione con l’altro, con un oggetto che non ha mai permesso di vivere la separazione da sé.

L’imitazione si pone, così, al posto dell’introiezione. Ciò non permette di introiettare non solo l’oggetto, ma soprattutto la sua funzione (non tanto l’acqua, ma la sua funzione dissetante, non tanto la figura del o della terapeuta, ma la funzione della psicoterapia).

La persona tenderà, quindi, ad imitare piuttosto che introiettare, ad incorporare piuttosto che mentalizzare.

Con l’imitazione l’Io supera i confini dell’individuazione. L’intero mondo esterno è trascinato (assimilato) nell’Io. Il transfert è, così, un essere senza limiti, uno straripare. «L’Io dell’isterica supera i confini dell’individuazione. Poiché la coazione del reale vi gioca una parte, seppur piccola, l’intero mondo esterno è trascinato nell’Io, ed è amalgamato all’Io dell’individuo. Ciò che la psicoanalisi chiama “transfert”, nel caso del tipo isterico, è pertanto un essere senza limiti, uno straripare. Ogni cosa appartiene all’Io ed è trattata con cura. Il transfert dell’Io, l’investimento dell’Io esterno ad opera della libido non si ferma al confine tra l’anima e il corpo. Il corpo dell’isterica – in maniera singolarmente obbediente – si allea con le sue azioni psichiche. Esso parla il linguaggio degli organi, ha un’opinione, desideri e sentimenti e li esprime» (Wittels in Albarella, Donadio, 1998, pag. 64).

L’importanza dell’imitazione risiede per Gaddini nei primi momenti di formazione dell’identità. I processi imitativi sono, dunque, fondamentali alla costruzione dell’identità se si integrano e subordinano ai processi introiettivi. È un po’ quello che succede in psicoterapia: dall’imitazione della terapeuta, il o la paziente deve passare alla funzione di interiorizzazione trasmutante, quella attraverso la quale il bambino impara a trasformare ciò che interiorizza, per prendere qualcosa che poi riutilizza. Allo stesso modo in terapia imitare è diverso dall’interiorizzare la funzione del o della terapeuta.

Il concetto di imitazione porta con sé la possibilità di comprendere il legame e il transfert in terapia. Il bisogno di separazione e, allo stesso tempo, di imitazione della terapeuta sono l’espressione di quel Falso Sé che fornisce la possibilità di attuare la distinzione con l’altro.

Secondo Winnicott (1971, in Scalzone, Zontini, 1999), esistono due modalità di disposizione verso l’oggetto. Il puro elemento femminile appartiene alla dimensione dell’essere ed è coinvolto nei processi di costruzione dell’identità, originando dall’identificazione primaria con il materno femminile. Il puro elemento maschile, invece, ha a che fare con il fare, con le pulsioni, con l’area psicoorale di Gaddini. Il puro elemento femminile corrisponde all’area psicosensoriale di Gaddini o all’organizzazione mentale di base, cioè il Sé, che si relaziona con l’oggetto attraverso l’imitazione primitiva.

Il Sé, cioè, imita per essere, perché non conosce altro modo di acquisire una propria identità se non imitandola altrove.

Ci cerchiamo, ma poi alla fine non sappiamo che dirci.

Ci desideriamo, ci manchiamo, ci cerchiamo, ma poi alla fine ci perdiamo nelle smalltalk. Nelle chiacchiere. Come stai? Eh, tutto bene… E niente, ci sentiamo in questi giorni.

In realtà ci manchiamo da morire, sentiamo la mancanza di quei giorni passati finalmente insieme dopo incastri di orari e appuntamenti. Quegli aperitivi dopo il lavoro, quelle cene che era una vita che non ci vedevamo. Sentiamo la nostalgia di quei momenti in cui tutto era normale e scontato. Quei giorni in cui vederci era una boccata d’aria dopo una settimana da urlo.

Ci mancano quei giorni in cui non smettevamo di parlare e di raccontarci giorni, settimane e avventure quotidiane.

E ora, invece, il distanziamento sociale è diventato emotivo. Ci proteggiamo. Non ci lasciamo andare perché ci siamo congelati. Come se avessimo attivato un risparmio energetico sulle emozioni e le stessimo conservando per tempi migliori. Come se avessimo ridotto tutto al minimo per affrontare la sopravvivenza. Come se ci stessimo adattando alla solitudine e all’isolamento.

E allora possiamo pensare che diventeremo persone migliori? Forse no. Cambieremo? Forse sì. Cambieremo un po’ per forza, in fondo. Poi tutto tornerà alla normalità? Probabilmente nel medio termine torneremo quelli di prima, ci dimenticheremo del passato e volteremo pagina. Ma credo che questa quarantena ci avrà fatto crescere. O almeno lo voglio sperare.

Avremo conosciuto una nuova forma di adattamento e avremo avuto più tempo per stare da soli. Ci saremo conosciuti meglio. Potremo farne tesoro.

Ma avremo conosciuto anche i più fastidiosi difetti dell’altro. E forse è questo anche che ci fa prendere le distanze.

Ho incontrato un’amica in fila al supermercato l’altra mattina. Mi ha riconosciuto lei. Io ero assorta con gli occhi sul telefono. L’impulso iniziale è stato quello di abbracciarci forte, più forte di quelle volte in cui ci vedevamo di nuovo dopo tanto tempo. Ma poi ci siamo fermate, direi bloccate. Ci siamo inibite e abbiamo fatto un passo indietro, entrambe, all’unisono abbiamo agito la stessa sequenza di movimenti. Che è poi la stessa che mi capita di ripetere sul lavoro: ci avviciniamo, ci fermiamo e facciamo un passo indietro. Sul lavoro la persona che ho davanti mi risponde con un velo di tristezza, sente un pizzico di abbandono e rifiuto e vive una piccola ferita che si ripete ogni volta che si imbatte in qualcuno. Insomma, con lei ci siamo guardate a distanza. Non vedevamo neanche i nostri occhi, ché erano coperti dagli occhiali. Me li sono tolti, poi, ma la luce era forte e così li ho ricalati sul naso. Sentivamo le vibrazioni della voce filtrata dalla mascherina. Quella voce che abbiamo imparato a riconoscere e ascoltare. Quella voce ovattata. Ci siamo raccontate lo stupore di queste settimane, niente che non ci fossimo già dette al telefono, ma eravamo in stand by. Gelate. Distanti. Siamo finite a parlare di formalità. Abbiamo usato riempitivi e lasciato che alcune pause di silenzio prendessero il sopravvento. È stato intenso: bello e triste allo stesso tempo.

Tornate a casa, ci siamo scambiate emozioni e riflessioni. Abbiamo avuto il bisogno di percepire e elaborare, per poi tornare a comunicare a distanza. Dietro gli schermi dei telefoni, quasi al sicuro, ci siamo raccontate le sensazioni.

Questo è un momento florido per chi ha voglia di riflettere. Per chi ha voglia di non rimanere inerme a ciò che accade. Per chi accetta la sfida di vedere cosa gli succederà, come questa quarantena lo cambierà; per vedere se questo cambiamento davvero avverrà, almeno nella consapevolezza di un momento.

No, le donne non possono essere accolte

Roma Termini, 26 marzo 2020

È sera quando scopriamo che no, le donne non possono essere accolte nel nuovo centro aperto per le persone senza fissa dimora in questa emergenza sanitaria.

Effettivamente le donne che vivono in strada sono in percentuale minore rispetto agli uomini e per loro, anche in emergenza freddo, i posti sono sempre limitati.

Così, no, Maria non può essere accolta, sebbene senza una casa come altri. Ha paura, dice, qui non c’è nessuno, l’altra notte l’hanno insultata e le hanno buttato la coperta in terra. Vallo a sapere se è vero, ma poco importa perché lei ha la sua realtà e noi la prendiamo per buona e vera, perché vero è quello che lei prova, sente, vive. Quindi, no, niente centro, niente letto per lei.

Cornute e mazziate due volte. Una perché è la storia che si ripete. Una storia di emarginazione e di emarginazione di genere. L’altra perché per questo virus non hai scampo, neanche per le Politiche Sociali, così poco pari in opportunità questa sera.

È una macchina che si inceppa, quella dell’accoglienza. Si inceppa questa sera, bloccandosi davanti a una percentuale e a una scelta, tu sì, tu no, non c’è posto per tutti, ancor meno per tutte.

Essere donna e vivere in strada è una combo fatale a volte. Violenze, abusi e prostituzione. C’è chi le riprende con un telefonino, chi le paga pochi Euro per avere in cambio il loro corpo, come fosse carne al chilo.

Donne che, nonostante la precarietà, lavano con cura la loro biancheria di cotone e pizzo, si truccano, si prendono cura di sé. Donne che amano parlare, raccontarsi, altre invece più introverse, schive.

Sono il colore delle nostre strade, alcune più cupe, alcune più assenti, altre più disponibili al contatto.

Donna era Modesta Valenti, perita come in una guerra e senza una casa che la potesse accogliere. Segnata da una vita in strada e ancor prima da un ricovero in ospedale psichiatrico, Modesta ha lasciato in ricordo il monito di non ignorare, agire e saper decidere, cosa che per lei non è stata fatta. Assumersi le responsabilità e scegliere. Su strada ancor di più, con ancor più fermezza e tempestività.

Legami e attrazioni

Relazioni non desiderate, amori non corrisposti, limerence*, desiderio.

Una, nessuna, centomila relazioni.

Quando ci si accontenta, nutrendo in fondo la speranza che il partner prima o poi cambi, in un atto magico di mutazione.

Quando non ci si rassegna per un amore non corrisposto.

Quando l’amore, invece, si evita, ma lo si sbircia da lontano.

Gran parte dei rapporti sentimentali è uno sforzo di incontro: bilanciamenti di distanza e vicinanza, di novità e quotidianità, di apertura e solitudine.

Relazioni non negoziate, caotiche, conflittuali sono le altre. Quelle in cui l’amore è questione assai troppo delicata e temuta. Da una parte il desiderio, quasi appreso, di una relazione e dall’altra lo spettro del legame, così caotico, così fucina di conflitto.

Ognuno di noi cerca di ottenere le cose che ama; questa spinta è radicata profondamente nella coscienza, essa è il risultato di cinque milioni di anni di storia evolutiva e di cinque millenni di sforzi comuni verso la civilizzazione […]. L’amore è più di un mero sintomo naturale egoistico […]: è sogno e al tempo stesso pulsione, stato di grazia salvifica e ombra della disperazione; nell’amore è insito il seme della ricerca di tale sogno, e l’ombra degli incubi che i sogni possono talvolta diventare

(Cupach & Spitzberg, 2004, ed. ita. 2011 p. 15).

C’è anche chi quasi manca di un’alfabetizzazione affettiva o chi l’amore lo conosce fin troppo bene, chi ne è estraneo, chi non lo sa gestire, chi lo affoga con movimenti interni e ricordi passati.

È il tentativo tormentato di chi vuole e non vuole amare, di chi desidera un affetto, ma non lo vuole. Di chi lo teme, di chi inconsciamente teme che potrebbe esserne sopraffatto. Perché conosce solamente un amore che sovrasta o perché un amore non l’ha mai conosciuto e non lo sa dosare o perché un amore l’ha perso e teme di perderlo ancora se dovesse lasciarlo andare.

In pochi conoscono le sfumature dell’amore. Dell’amore struggente, caotico, mai banale. Così come in pochi conoscono le alterità vere della vita. La comodità e la linearità degli affetti, un nido caldo che difficilmente lasceremmo andare, anche pur avendo in noi quel conosciuto non pensato che è il caos dei sentimenti.

L’amore talvolta è anche proiezione e pressione interpersonale.

«Innanzitutto la persona sente il bisogno di proiettare una parte fuori di sé poiché teme che questa parte, essendo “cattiva”, possa distruggere le altre parti “buone” del Sé: ma il bisogno di proiettare una parte di sé può anche nascere da un motivo opposto, cioè può essere una parte buona ad essere proiettata, in quanto vi è il bisogno di proteggerla dagli attacchi aggressivi delle altre parti cattive del Sé»

(Migone, 1995, p. 124).

Movimenti proiettivi consentono di affidare all’altro sentimenti inaccettabili, ma anche vissuti così dolorosi che sono troppo complessi da gestire da soli. Per questo talvolta l’altro, nella coppia, diviene portatore e sperimentatore di vissuti interni conflittuali e ingestibili.

Allora possiamo immaginare che per alcuni l’unico modo di stare in una relazione sentimentale sia quello di utilizzare difese come l’identificazione proiettiva.

Proiettando una parte di sé sull’altro per fargliela contenere e proteggere, investendolo di una richiesta impegnativa, che tenta di privarlo di un’indipendenza affettiva.

Agendo la pressione interpersonale del proprio mondo e dolore interno, per fargli sperimentare esattamente cosa prova, pur continuando a controllare e a identificarsi con la parte di sé proiettata sull’altro.

Reinternalizzando, cioè riprendendo il contenuto proiettato che l’altro nel frattempo ha contenuto, trattenuto, rielaborato e restituito così sistemato con sentimenti nuovi. Come un gomitolo aggrovigliato ora ripiegato per bene.

Ma l’identificazione proiettiva richieda che esista fra i due un legame stretto, come quello madre-bambino o paziente-terapeuta. Implica un vissuto molto intenso, una pressione interpersonale, appunto. Chi proietta lo fa con intrusione, minaccia e veemenza, che riflette la disperata richiesta di contenere un contenuto insopportabile da buttare fuori.

Movimenti di contenimento, rabbia e elaborazione, ecco cosa nasconde un amore conflittuale.

La comunicazione sentimentale diventa, così, a volte, uno scambio proiettivo e controidentificativo. Investito dei vissuti del partner, l’altro può reagire con una risposta emotiva dovuta a sue ansie intensificate o riattivate dal materiale conflittuale proiettato o dalla potenza dei movimenti proiettivi. Quanto più il funzionamento del partner che proietta è regressivo e collegato ad esperienze del passato più buio, tanto più l’identificazione proiettiva sarà forte e violenta. La controidentificazione proiettiva è, quindi, la specifica risposta di un partner a quella parte proiettata dall’altro.

Se in amore l’altro non sarà disposto a contenere, agiti e identificazione proiettiva porteranno a forme di ossessione e diniego, idealizzazione e svalutazione, ricerca e abbandono, in un’altalena di affetti e rifiuti, in un’oscillazione di desiderio e ripudio che farà di quel legame un’attrazione tormentata.

*Limerence: ultra-attaccamento, infatuazione, ossessione, idealizzazione irrazionale, caratterizzato da un forte desiderio di reciprocità dei sentimenti, ma non necessariamente da una relazione sessuale. Intenso desiderio per un’altra persona e di essere ricambiati nell’amore romantico.

Come la mia città sta cambiando.

Stazione Termini, 26 marzo 2020

Gli amanti non si incontrano più agli arrivi della Stazione Termini. I lavoratori stanchi, tornando da un viaggio di lavoro, non salgono più la sera sui taxi accalcati in Piazza dei Cinquecento. Le pensiline degli autobus non riparano più nessuno col calare del sole.

Ci siamo ritrovati a guardarci, a sentirci, a contare le ore che passano vuote. Abbiamo ritrovato la noia, il tempo perso. Abbiamo trovato il nostro vuoto più grande e stiamo scendendo a patti con la solitudine pur con la convivenza forzata.

Così, chi prima non si fermava mai ora si ritrova costretto a farlo senza volerlo. E chi prima lo desiderava ora vive una pausa forzata e improvvisa.

Ci manca la luce del sole negli occhi, l’effetto del caldo o del freddo quando usciamo di casa la mattina e, chiudendoci il portone alle spalle, ci diciamo se abbiamo azzeccato o no l’abbigliamento. Ci mancano le percezioni quotidiane, gli odori che prima sentivamo ogni giorno. Ci mancano le strade, i paesaggi ordinari che si ripetevano ogni settimana prima di andare a lavoro.

Non abbiamo più weekend liberi, perché lo sono tutti anche senza desiderarli. Non ci stanchiamo né ci riposiamo dalle settimane intense.

Ci mancano i contatti. Li cerchiamo online, ci stanchiamo gli occhi, siamo iperconnessi, ma, nonostante tutto, è questa l’unica forma di legame attuale che sperimentiamo.

I nostri giorni si sono interrotti nell’istante esatto in cui la quarantena è iniziata. Un po’ come una Pompei senza cenere.

Sguardi sospesi, per qualcuno lo sono ancora di più in questa quarantena. Per quelli che fermi non ci sanno stare e non ci sono mai stati o che non si ricordano più come si fa. Per quelli soli, soli con gli altri e con se stessi.

Ci riprenderemo, ma lo faremo con occhi diversi, con una paura in più perché l’abbiamo conosciuta, ma anche con una consapevolezza nuova.

E allora forse quelli che hanno corso una vita continueranno a farlo ancora e di più, perché hanno sperimentato la resa e non la vorranno di nuovo.

Ma torneremo a guardare il mondo velocemente, non ci sorprenderemo più a guardare fuori dalla finestra e forse non torneremo a farlo neanche come lo facciamo ora, assetati delle vite degli altri, dei contatti anche solo visivi, degli spazi riempiti da persone e movimenti.

Ma forse le attese ci sembreranno meno lunghe, avremo raggiunto la capacità di aspettare e, chissà, qualcuno di noi avrà anche imparato a colmarle.

Parlare. È questo che ci salverà.

Stress, difese e isolamento. La vita in quarantena.

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La paura (salvo che non si tramuti in panico) acutizza i sensi, rende preciso il pensiero, e lo concentra esclusivamente sul pericolo immediato, favorendo in tal modo efficaci risposte per far fronte al pericolo” (White, Gilliland, 1977, p. 16).

 

Ci mette in guardia, la paura, ci avverte del pericolo, di un pericolo esterno.

Di un pericolo interno, invece, ci allerta l’angoscia. Lo avverte, teme una perdita di controllo per un impulso inconscio ingestibile e che potrebbe far male.

L’angoscia segnala un’imminente minaccia che mette a rischio le funzioni di controllo dell’Io. La pressione di impulsi dell’Es inaccettabili rischiano di far irruzione nella consapevolezza e, soprattutto, nel comportamento, così anche il Super-Io interviene con tentativi inconsci e moralistici per tentare un’inibizione degli impulsi minacciosi. Impulsi che, comunque, permangono, si intensificano e iniziano ad esercitare sempre più pressione e a mettere sempre più in pericolo la tenuta dell’Io.

Evocata, dunque, l’angoscia, si attivano i meccanismi di difesa. Reazioni normali e patologiche involontarie e inconsce che tentano (lungo un continuum di intensità) di placare o rimuovere o negare l’angoscia.

 

Ma come reagiamo in questo periodo di emergenza sociale e individuale?

Ecco, così, che spostiamo, intellettualizziamo, neghiamo, proiettiamo, isoliamo, dissociamo…

Spostiamo, attivando un legame tra l’impulso e un oggetto (o una persona) che viene inquadrato come fonte della minaccia. La paura interna viene, così, affrontata evitando quell’oggetto su cui è stata trasferita (paura → trasferimento su un oggetto evitamento dell’oggetto).

Intelletualizziamo, cerchiamo spiegazioni teoriche ragionevoli a un impulso, una paura, un desiderio irrazionale nel tentativo di inquadrarle in una logica accettabile finalizzata ad una migliore gestione della minaccia.

Neghiamo, escludendo totalmente dalla consapevolezza un vissuto disturbante, sia esso interno che appartenente alla realtà esterna.

Proiettiamo, attribuendo i nostri vissuti e comportamenti a un oggetto esterno, disconoscendocene l’appartenenza e la responsabilità dell’azione.

Isoliamo gli affetti, separando impulsi o vissuti dal loro affetto corrispondente, rendendoli più facilmente gestibili. Questi vissuti diventano, così, idee estranee totalmente disconnesse dall’attesa reazione affettiva ad essi.

Ci dissociamo, separiamo i pensieri dagli affetti al fine di permettere che impulsi inconsci e tendenzialmente inaccettabili si manifestino, senza attribuircene la responsabilità emotiva. Gli stati dissociativi vanno da un continuum normale a patologico e consentono, nel complesso, di gettare nell’oblio quanto agito perché viene disconosciuto.

Tutti usiamo abitualmente meccanismi di difesa, nella misura in cui sono maggiormente caratteristici della nostra personalità. Solitamente queste difese vengono facilmente riconosciute, ma quando sono più intense e radicate, quando, cioè, vengono usate in modo massiccio e prevalente, possono essere disfunzionali e disadattive.

 

Come possiamo gestire stress e difese in quarantena?

L’isolamento di questi giorni riguarda tutti noi. L’importante è non lasciarsi andare alla solitudine. Reazioni di stress sono comuni, decisiva è la gestione dell’isolamento per le conseguenze future.

Quali sono le comuni fonti di stress in questo periodo di isolamento e come affrontarle?

E’ normale vivere come fonte di stress queste situazioni comuni:

 

STRESSOR DURANTE LA QUARANTENA

  • Frustrazione e noia
  • Rifornimenti inadeguati (medicine, visite mediche, spesa…)
  • Informazioni insufficienti o confuse
  • Prolungamento della quarantena e incertezza dei tempi
  • Paure di infettare o essere infettati
  • Incertezza economica

 

STRESSOR DOPO LA QUARANTENA

  • Perdite finanziarie
  • Stigma dell’infetto
  • Ritorno alla normale routine

 

COME GESTIRE QUESTI STRESSOR?

  • Rimani informato/a
  • Cerca solo informazioni ufficiali
  • Limita l’esposizione ai media
  • Impara a riconoscere e gestire le tue reazioni di stress
  • Preparati all’isolamento
  • Segui attività di prevenzione quotidiane
  • Mantieni ritmi di vita regoari e sani
  • Limita l’uso di alcool, tabacco e farmaci
  • Parla di ciò che ti preoccupa
  • Usa tecniche di rilassamento
  • Mantieni i tuoi hobby
  • Confrontati con familiari e amici
  • Evita l’isolamento sociale: mantieni i contatti
  • Prenditi cura di te

Bollettino da un altro fronte

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Giovanna Teti

Scene di desolazione e vuoto per le strade di Roma.

Paura per chi rimane in strada. Vie deserte. Passa solo qualche macchina, alcuni autobus e le pattuglie delle Forze dell’Ordine. E i rider. Rider in bicicletta, sulle strade, sui marciapiedi, contromano. Pedalate stanche.

Ma c’è anche chi, noncurante del rischio, si intrattiene per strada. Mascherine artigianali e guanti, sono i volontari imperterriti che segnalano homeless come in notti qualsiasi. Si lamentano dei ritardi dei soccorsi e ignorano le disposizioni di sicurezza. Ho sentito di inviti a improvvisarsi volontari in questi ultimi giorni. Dona il tuo amore e la tua misericordia a tuo rischio e pericolo. La macchina dell’emergenza sociale è in moto e non ha mai smesso di esserlo. I volontari esperti continuano a lavorare nelle mense e a distribuire pasti, garantendo servizi per quanto possibile e in più punti della città. Il sociale si muove, ma non si è mai fermato. Non vi improvvisate volontari dell’ultim’ora e, se prima lo eravate, mettetevi una mano sulla coscienza e ricordatevi che non siete né esenti dal rischio né indispensabili. C’è chi lavora al posto vostro e lo fa non per pietas, ma per senso di responsabilità e professionalmente. Non vi improvvisate salvatori del mondo, derogando a senso civico e ordinanze. Non è negandolo che sconfiggeremo questo virus. Non è ignorando i nostri limiti che ne usciremo più forti. Non è opponendoci all’autorità e alla scienza che supereremo la quarantena.

Negazione, svalutazione, evitamento: aiutano alcuni a ridimensionare il pericolo e a renderlo più accettabile. Sono l’altra faccia della paura.

Ringraziamo quelli che continuano a lavorare, ma anche quelli che stanno nelle loro case. Quelli che si affidano alle indicazioni di una voce autorevole, di una guida che in questo momento, vivaddio, in molti sembrano riconoscere.

E’ un periodo storico florido di potenziali riflessioni. Sociologicamente e psicologicamente, ma non solo. Non gettiamo al vento questa opportunità di crescita.

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